lunedì, 24 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Su iniziativa del Papa una TV impegnata socialmente per la pace
Pubblicato il 12-01-2017


Pope Francis gestures aboard his Popemobile as he arrives for an audience with participants of an international pilgrimage of altar servers on August 4, 2015 in Saint Peter's Square at the Vatican.   AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE        (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

 AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

Un Palinsesto per la Pace in nome dell’appello di Papa Francesco. Dopo il suo discorso in occasione della Giornata mondiale per la pace (come di consueto ogni primo gennaio di ogni anno), in TV (e specialmente su RaiUno) ne è seguita una settimana durante la quale si è continuato a parlarne, nei sette giorni successivi, in film di vario genere e dai soggetti più disparati.

Al centro del messaggio di Papa Bergoglio, l’idea che tutti siamo “doni sacri dotati di una dignità immensa”. Il Pontefice ha invitato a tenere un atteggiamento di nonviolenza, per costruire la pace resistendo alla vendetta e all’odio; ma si tratta di una nonviolenza attiva, come quella praticata da Madre Teresa di Calcutta oppure dal Mahatma Gandhi e da Martin Luther King, ma in primis da Gesù che “tracciò la via della nonviolenza insegnando ad accogliere e perdonare l’altro con misericordia”. L’esempio più alto da seguire perché, ha ribadito con forza Papa Francesco: “Nessuna religione è terrorista” e “Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa, non la guerra!”. Tuttavia, ha proseguito il Santo Padre, “è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società”. Inoltre, ha evidenziato Bergoglio, occorre “non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo”. Ḕ con questo atteggiamento da “operatori di pace”, ha sottolineato Papa Francesco, che si può costruire una pace duratura e profonda in quanto anche della diversità si riesce a fare un punto di forza e partenza per costruire il “nuovo”.
Tutti aspetti che si possono ritrovare nei film andati in onda in tv. A partire da “Amore, cucina e curry” (sullo stile delle serie di “Amori in cucina” e “Amori all’improvviso”), per la regia di Lasse Hallstrom. Qui viene enfatizzato particolarmente il concetto che i piatti sono memoria, per questo motivo vanno custoditi prima nel cuore e poi portati in cucina. Sono simbolo di cultura e tradizioni, valori identitari da difendere. Al centro della trama una vicenda di concorrenza sleale: tra l’Oriente, con l’India del giovane Hassan e i sapori delle spezie più insolite; e l’Occidente della tradizione della cucina francese di prestigio. Spesso i diversi sono visti come pericolosi, mentre Hassan ha appreso dalla madre ad “assaggiare” tutto. Ad un certo punto esplode anche del fuoco al ristorante indiano (di fronte a quello francese): un po’ come in guerra. Si capirà, poi, che l’inno di Francia non è solo un’incitazione alla distruzione del nemico, ma oltre alla Marsigliese c’è il noto motto di: libertà, uguaglianza e fratellanza. I piatti diversi sono ugualmente buoni e non c’è più motivo di essere ancora in guerra, con una concorrenza spietata in cui non si compete con il nemico in modo onesto, ma lo si denigra. Così la “c” di curry, concorrenza, è anche quella di contaminazione, collaborazione, complicità, complementarietà. Un invito all’aiuto reciproco arriva proprio dalle parole del giovane Hassan alla rivale: “Vorrei farle una omelette, ma per farlo mi servono le sue mani” (dopo che è rimasto ustionato per spengere l’incendio al suo locale).

Ciò ricorda un po’ la frase del protagonista del film di Alessandro Siani (che egli stesso interpreta ne “Il principe abusivo”: “É l’amore che ci rende tutti uguali”; nobili e napoletani doc, reali e gente semplice e umile che vive a scrocco, ma non contratta l’amore. “Spesso voi reali –prosegue il personaggio del regista- siete quanto di più distante dalla realtà”. Gli fa eco l’altra figura, suo alter-ego; ovvero quello del maggiordomo di cui veste i panni Cristian De Sica (ma c’è anche la principessina interpretata da Sarah Felberbaum): “Volevo cambiarlo, ma è lui che ha cambiato me”; non manca nulla in questa favola realistica e moderna.
Ed ecco allora che (tornando ad “Amore, cucina e curry”), ci si influenza a vicenda e Hassan vuole imparare la cucina ‘classica’, che deriva da ‘classe’. Forti le resistenze: un indiano non può diventare francese e viceversa; almeno così si crede. Così si ergono muri di intolleranza. “Perché cambiare una ricetta che ha quasi 200 anni? Perché forse 200 sono troppi”, ci si interroga. Perché non provare ad attraversare la strada che divide (i due ristoranti, come le due culture, uno di fronte all’altro) e cercare di superare le ostilità?, ci chiediamo vedendo il film. Cambiare e modificare non significa annullare, cancellare, ma mutare vuol dire anche migliorare, arricchire, (r)innovare. Insieme. Ci pare di sentire la lezione riassunta nel concetto che “Insieme si è più forti” e ci si può aiutare meglio, come dice Alice a Salvatore e al suo amico ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif (al centro di una master class al Roma Fiction Fest quest’anno). Due, non a caso, infatti sono le stelle date al ristorante francese: due come le culture che le hanno portate, quando qui arriva Hassan come cuoco in apprendistato; stelle come le medaglie d’onore di riconoscimento al valore militare in guerra per i soldati più valorosi (e gli chef migliori). La cucina ora è una scienza non più un’arte. E dunque il giovane indiano si rammenta di quando la madre gli insegnò (e lui imparò) a sentire con i sensi attraverso i sapori. Ora l’unica regola da rispettare (anche ai fornelli) è l’innovazione tramite la sperimentazione. Pe r arrivare a trovare quel gusto esplosivo tramite la combinazione di sapori differenti. Alcuni piatti però non riescono bene ad Hassan come quando li faceva con la sua Marguerite (la giovane chef del ristorante francese di cui si innamora): conta anche con chi si cucina allora pertanto. Se il ristorante francese insegue la terza stella, come tre sono i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza, occorre però partire per ritornare (come fa Hassan andando in Francia) per arrivare ad ottenerla. Solo così vi sarà quello scambio del segno di pace, stringendosi le mani come si fa a Messa, alla Maison Mumbai (il ristorante indiano del padre di Hassan). Ritornare per restare. Così ne nascerà “La Francia del ristorante Maison Mumbai”, con due soci: un connubio insolito, ma vincente. E solo in questo momento si prenderà la terza stella insieme.

Spesso sono la sete di potere e di prevaricazione che spinge all’ostilità. Un po’ come insegna “Maleficient-Il segreto della Bella Addormentata”, “Malefica”, con Angelina Jolie; per la regia di Robert Stromberg. Remake del classico Disney del 1959 de “La Bella Addormentata”, in questo caso la Bella Addormentata é la piccola Aurora (Elle Fanning), vittima di un sortilegio della strega cattiva interpretata dalla Jolie; gelosa del fatto che suo padre Stefano, ovvero il suo innamorato di gioventù, l’abbia tradita ed ingannata (privandola delle sue magiche ali enormi) per la bramosia di diventare re. L’incantesimo prevede che la giovane Aurora vivrà in serenità ed armonia fino al suo sedicesimo compleanno e un giorno, quando (a seguito della ferita di un oggetto contundente con cui si pungerà) cadrà in un sonno profondo da cui potrà svegliarsi solo con il bacio dell’amore vero. Ma se Malefica ha in sé nel nome il termine “male”, non è così perfida come sembra. Regina della Brughiera (con la ‘b’ di “bene”), presto si pentirà della sua malvagità e deciderà di salvare Aurora. Il bacio dell’amore vero é quello ad esempio materno, di una madre per una figlia, più che di un innamorato. Così, in questa lotta manichea tra bene e male intrinseci in ogni cosa, in ogni essere, in ciascun luogo e persona (un po’ come gli aspetti negativi e positivi di ogni situazione), Aurora si fa metafora di una nuova alba per il mondo, con un’umanità da salvare, come si è voluta salvaguardare la piccola in infanzia. La Brughiera, parallelamente, diventa simbolo di un muro che divide più che unire, come lo fu quello di Berlino. Aurora, tuttavia, sembra debba essere protetta più che dall’incantesimo dall’egoismo, dal cinismo, dalla miopia di re Stefano, pronto a rinunciare a tutto pur di governare e diventare sovrano; anche all’amore, ad Aurora stessa, che più che tutelare pare trattare come un bene materiale da possedere per prestigio e usare a proprio comodo. La maledizione lanciata da Malefica è magia nera finché a predominare sono l’odio, la vendetta, la prevaricazione dell’altro, l’arrivismo. L’armonia ritornerà quando si attuerà l’aiuto reciproco.

E da Malefica, impossibile non citare “Biancaneve” con Julia Roberts nei panni di una strega veramente perfida. Qui si insegna che “bisogna riconoscere quando si è sconfitti”, mettere in pratica sempre la riconoscenza e la gratitudine. Soprattutto si invita ad andare oltre le apparenze: i nani sono considerati ospiti sgraditi e odiati anche in ragione della loro statura (che li porta ad essere emarginati, ghettizzati, isolati e discriminati in un regno diviso a metà), mentre la loro antipatia deriva dalla sofferenza che hanno provato nel venir mal giudicati; così, allo stesso modo, Biancaneve é considerata debole, mentre è più forte di ciò che sembra. Nel film con la Roberts, poi, l’ordine è inverso rispetto a “Maleficient”: c’è una regina davvero malvagia e un re buono; è il principe a rimanere vittima del sortilegio e la potenza della magia ricade su chi l’ha usata in maniera errata. Se “Biancaneve deve cadere come la neve” – si dice -, lei farà capire a tutti che per avere pace bisogna aiutarsi a vicenda, amarsi e rispettare l’altro. Se i nani possono essere stati malvagi è perché sono stati maltrattati e offesi dalla cattiveria avuta nei loro confronti. Non bisogna, pertanto, giudicare in base a canoni estetici e alla mera esteriorità, ma alla bontà d’animo e generosità di avere la disponibilità di soccorrere chi è bisognoso e in pericolo: questa la vera bellezza di Biancaneve. Ciò vale tanto per gli uomini che per le donne.

Favole moderne di storie senza tempo, reali quanto fantastiche. Regni tormentati in cerca di pace. Sempre in guerra finché non domina l’amore. Sogni di libertà in paesi in battaglia; ali di libertà non a caso metaforicamente rubate in “Maleficient”.

Così come, a proposito di film d’animazione, storia di liberazione è quella di “Belle e Sebastien”, dove protagonista è un’altra figura femminile: quella di Angelina, guida alpina che aiuta a fuggire dall’occupazione tedesca, lungo i passi più sconosciuti di montagna, all’epoca della Seconda guerra mondiale. Fuggire anche da sé; liberare e liberarsi, per tornare ad essere liberi. In mezzo ad ambizioni di pace e desideri reconditi, soprattutto di speranza, Angelina vuole andare in Inghilterra per costruire “qualcosa di importante” e di migliore; così, il capo dei tedeschi pentito si immola e salva un gruppo di ebrei da un agguato di alcuni compatriotti, che i suoi connazionali attendevano al varco (pronti ad attaccare).

Se nelle fiabe il lieto fine è auspicato, il film citato all’inizio “Amore, cucina e curry” è stato anticipato dalla trilogia della serie “Purché finisca bene”: non si riferisce tanto all’happy end finale quanto alle nuove consapevolezze raggiunte. In questo è centrale ed emblematica la frase di uno dei tre film, “Mia moglie, mia figlia, due bebè”, con Neri Marcorè e Serena Autieri (ovvero Antonio e Amalia, i genitori della diciassettenne Noemi, che rimane incinta come la madre): bisogna avere paura della propria paura quando essa ci blocca e non è più un mero campanello d’allarme di pericolo che ci mette in allerta. Bisogna avere il coraggio di vivere la vita sino in fondo senza preoccuparsi troppo, almeno finché si ha la forza. Per essere in pace con se stessi e con l’altro, e che si è pronti ad accogliere pur nella sua diversità e con i suoi difetti e limiti, come accade nell’altro film: “Il mio vicino del piano di sopra”, con Sergio Rubini e Barbara Bobulova, rispettivamente Bruno (un designer sognatore e disoccupato) e Claudia (una manager grintosa e cinica), che litigano per un super attico; un bene materiale di lusso, ma varrà tutto il valore che gli viene attribuito e che si contendono?, oppure ci sono beni (immateriali) più preziosi, come i sentimenti e i principi morali? Infine il terzo (quello di “Piccoli segreti, grandi bugie”, con Chiara Francini e Giuseppe Zeno) sembra invitare alla sincerità nel rapporto con l’altro e ad agire con trasparenza e correttezza, con un’etica professionale improntata alla veridicità dell’informazione e non all’inganno. Nella guerra mediatica moderna allo scoop più sensazionale, Isa (alias la Francini) è una giornalista che cerca l’inchiesta ad ogni costo, anche denigrando e screditando l’oggetto preso di mira (in questo caso un albergo); ma presto si pentirà di questa sua tendenza ad estremizzare ed esagerare i toni e i termini. I tre film hanno quasi preparato il terreno al concetto di pace nel senso lato del termine.

A chiudere il cerchio, l’inizio della quarta stagione della serie televisiva: “Che Dio ci aiuti”. Se la religione si basa su un credo di fede, quest’ultima significa anche fiducia nell’altro; ma occorre passare dalla filosofia del “devo pensare a me” a quella dell’“uscire fuori dal sé”, aprendosi all’altro con altruismo e riuscendo ad ascoltarlo e comprenderlo. Interessante il concetto di un individuo come “un codice a barre”: un tatuaggio (dipinto sul collo di una giovane, un personaggio che è uno dei tanti nuovi protagonisti della fiction, come quello di suor Angela) che ricorda quanto oggi giorno si sia disposti a vendersi e mercificare il proprio corpo, prostituendo non solo il fisico ma anche l’anima, per vedere quanto l’altro sia pronto a pagare per averci; dall’altro lato, al contempo, indica che è riconducibile a una singola e specifica persona ben identificabile, irripetibile e inimitabile nella sua unicità e univocità: qui risiede la sua massima dignità più alta di essere vivente. Accogliere l’altro con quest’ultimo approccio, più che con il primo, permette di instaurare quel legame di fiducia che fa sentire uniti e come “una grande famiglia” all’Angolo Divino di Suor Angela (Elena Sofia Ricci) e Suor Costanza (la Madre Superiora interpretata da Valeria Fabrizi). La bellezza di ogni essere umano risiede nel caos che lo contraddistingue. Portare scompiglio non è sempre negativo, può essere positivo se fatto con gli occhi del perdono e dell’amore: i due ingredienti principali per costruire la pace.

Barbara Conti

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