martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Trumponomics. Costi e benefici politici e finanziari
Pubblicato il 17-01-2017


trumponomicsL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti si è trasformata in fonte di preoccupazione per la capacità di tenuta dell’ordine globale, per via della presunta inesperienza del nuovo Presidente in fatto di attività politica e diplomatica. Secondo una linea di pensiero ormai largamente accreditata, la sua affermazione politica ha tratto origine da problemi che da tempo agitavano la società americana, riconducibili principalmente alla crisi economica dei vecchi Stati federati industrializzati, all’approfondirsi delle disuguaglianze distributive e allo scontento popolare rispetto ad un establishment accusato di non aver capito il precario stato esistenziale dei cosiddetti “cittadini dimenticati” (forgotten men).
L’elezione di Trump è stata caratterizzata da una campagna elettorale, nel corso della quale i candidati, a parere di Allen Sinai, capo economista della società americana di consulenza economica e finanziaria “Decision Economics”, ”hanno dedicato gran parte del tempo a criticarsi e attaccarsi reciprocamente, riservando pertanto scarsa attenzione alle problematiche sociali ed economiche”. Se si considera il “peso”, sebbene ridimensionato rispetto al passato, dell’economia degli USA sul resto dell’economia mondiale, diventano plausibili le domande che lo stesso Allen Sinai formula nell’articolo “Trumponomics: benefici e costi”, apparso sul n. 75/2016 di “Apenia”: “Riuscirà l’economia americana a crescere più rapidamente e rafforzarsi, pur adottando politiche protezionistiche in materia di commercio e immigrazione? Quali saranno gli effetti del cambiamento sull’economia americana e globale? Ci si aspetta un futuro migliore o peggiore?”. Il probabile programma, che è dato presumere sarà portato in attuazione dal nuovo Presidente e che Allen Sinai definisce, per via della sua specificità, col termine di “Trumponomics”, presuppone una notevole attività legislativa, destinata a produrre rilevanti effetti sui mercati finanziari e sull’economia degli Stati Uniti, ma anche sull’economia del resto del mondo.
In particolare, a parere di Allen Sinai, un preventivo atto della nuova amministrazione sarà la deregolamentazione, per lo “smantellamento” di ciò che è stato legiferato dalla precedente amministrazione in campo sanitario e, soprattutto, in campo finanziario con il “Dodd-Frank Act”, la legge di riforma di Wall Street, introdotta per promuovere una più stretta e completa regolazione dei mercati finanziari a tutela dei consumatori e del sistema economico statunitensi. Gli obiettivi della riforma erano quelli di scoraggiare la creazione di nuove bolle, come quella che ha portato alla crisi dei mutui subprime, aumentando la tutela dei risparmiatori americani e promuovendo una maggiore trasparenza nei diversi mercati finanziari. La regola che, con maggior probabilità, sarà eliminata è la “Volcher-rule“, dal nome del suo ideatore, l’economista statunitense Paul Adolph Volcker, consistente in un insieme di disposizioni, inquadrate all’interno della riforma “Dodd-Frank”, limitanti l’attività speculativa delle banche attraverso una più rigida separazione dell’attività di intermediazione da quella d’investimento, allo scopo di rendere più stabile il sistema creditizio.
La separazione delle operazioni di intermediazione da quelle d’investimento era già stata introdotta nel 1933, dopo la Grande Depressione 1929/1932, con il “Glass-Steagall Act”, ma il settore bancario, a partire dagli anni Ottanta, ha incominciato a premere perché il Congresso lo abolisse; l’abrogazione è avvenuta nel 1999, con il “Gramm-Leach-Bliley Act”, che ha consentito la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, potevano conciliare l’esercizio, sia dell’attività d’intermediazione tradizionale, che quella d’investimento. A parere di Allen Sinai, la riforma della legge Gramm-Leach-Bliley non dovrebbe significare un ritorno alla Glass-Steagall, ma solo l’introduzione di barriere che impediscano ai risparmi dei depositanti, affidati al sistema bancario, di essere gestiti “in modo sicuro” e di non essere destinati a finanziare attività speculative. La modifica di molte misure della Dodd-Frank, insomma, sarà “di buon auspicio per le banche e per il sistema bancario, e quindi per l’intermediazione finanziaria e la spesa ad essa collegata”.
La nuova disciplina bancaria sarà quasi sicuramente orientata a promuovere una crescita reale dell’economia statunitense, affrancata da “un approccio mercantilista”, che dovrebbe consentire di porre “fine a una stagnazione secolare”; le stime suggeriscono – afferma Allen Sinai – una crescita economica reale che, nell’arco di tempo tra la seconda metà del 2017 e la fine del 2019, dovrebbe essere compresa “in un intervallo fra 2,75% e 3,5%”. Il rafforzamento della crescita negli Stati Uniti avrà quasi certamente un impatto positivo su gran parte dell’economia globale; ciò perché le attività produttive del resto del mondo che esportano negli Stati Uniti potranno trarre considerevoli vantaggi dall’aumento dei consumi e degli investimenti indotti dalla crescita interna dell’America.
Il principale interrogativo che solleva la Trumponomics è se la politica economica interna dell’America sarà positiva o negativa per il futuro. La risposta all’interrogativo passa attraverso la considerazione di ciò che potrebbe ostacolare l’attuazione del programma della futura amministrazione americana. Al riguardo, i dubbi riguardano, da un lato, il fatto che nell’agenda politica di Trump sia stata esclusa ogni considerazione relativa alle disparità esistenti negli USA in termini di reddito, di ricchezza e di istruzione; dall’altro lato, l’incertezza connessa all’attuazione della politica estera che Trump in sede pre-elettorale si è impegnato ad attuare.
Non ostante le previsioni di crescita, la Trunponomics sembra andare incontro ad un aumento delle disuguaglianze, sebbene uno dei motivi del successo elettorale del neo Presidente vada identificato nella protesta contro il loro approfondimento ed il loro allargamento. Il problema dovrà essere necessariamente affrontato, se la nuova amministrazione vorrà evitare possibili reazioni popolari che potrebbero causare ostacoli imprevisti all’attuazione della politica interna. Ancora più preoccupanti sono le possibili sorprese che potrebbero nascere dalla politica estera annunciata da Trump durante la campagna elettorale, soprattutto quella che il nuovo Presidente si è impegnato ad attuare nei confronti dei Paesi europei, partner tradizionali nell’organizzazione e nella gestione, attraverso la NATO, della collaborazione interatlantica nella difesa comune.
Su quest’ultimo punto, a parere di John Hulsman, presidente e cofondatore della società americana di consulenza per la gestione del rischio politico-economico “John C. Hulsman Enterprise” (“La fine dell’epoca atlantica”, “Aspenia n. 75/2016), Trump dovrà “sfumare” le critiche pre-elettorali lanciate contro i partner europei; ciò perché, se è vero che essi non “pagano abbastanza” per la difesa comune e possono sussidiare generosi “Stati sociali grazie ai sacrifici del contribuente americano”, è altrettanto vero che l’affezione dei Paesi europei all’America conta molto più dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Su questo punto, è indubbio che le cifre del 2015, afferma Hulsman, forniscano seri motivi di lamentela da parte dell’America; pur essendosi impegnati per iscritto “a dedicare il 2% del PIL alle spese per la difesa, solo 5 Stati membri della NATO su 28 hanno centrato questo modesto obiettivo (Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Grecia e Polonia). L’America è di gran lunga quella che spende di più (3,6% del PIL), coprendo con il suo contributo un insostenibile 72% del bilancio annuale della NATO”.
Per evitare crisi irreversibili sul piano della difesa imteratlantica, a parere di Hulsman, l’Europa deve convincersi di non essere più centrale come un tempo per l’America e che “se vuole rinnovare la sua polizza sulla vita, deve pagare il premio in termini di maggiori spese per la difesa, per evitare che l’opinione pubblica americana volti le spalle alla NATO”. Tenuto conto della possibile crisi cui potrebbe andare incontro l’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, perciò, Hulsman ritiene che Trump, nel dare corso alla sua politica estera, debba tener conto, in primo luogo del fatto che la sua politica potrebbe fallire se non dovesse considerare l’importanza dell’Europa nella nuova realtà strategica esistente a livello globale; in secondo luogo, che America ed Europa possono avere temporaneamente interessi divergenti, ma che le disparità di vedute sono per lo più riconducibili al fatto che l’Europa, nella fase attuale, è totalmente impegnata nel compimento dello sforzo richiesto per il superamento degli effetti della Grande Recessione.
Tuttavia, dal canto suo, l’Europa dovrà prendere atto, a parere di Hulsman, che non le sarà più consentito di “guardare il mondo, attraverso lenti transatlantiche”. Nell’articolo “La solitudine europea”, pubblicato su “Aspenia” n. 75/2026, Mark Leonard, direttore dello “European Council of Foreign Relations”, afferma che gli europei dovranno “guardare il mondo con occhi diversi” e approfittare dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca per mettersi nella condizione di fare fronte alle sue possibili scelte in fatto di politica estera. Innanzitutto i Paesi Europei dovrebbero tentare di rafforzare la propria posizione rispetto agli Stati Uniti; in particolare, dovrebbero “trovare un accordo su politiche comuni quali sicurezza, politica estera, migrazioni ed economia”; in secondo luogo, dovrebbero prendere iniziative comuni per costruire alleanze con altri Paesi, non per inaugurare una politica estera concorrente rispetto a quella di Trump, ma per non risultare subalterni nella gestione delle relazioni con la Russia e la Cina.
Infine, secondo Leonard, l’Europa dovrebbe “cominciare a investire nella sua sicurezza. […] Pur essendo razionalmente chiaro che 500 milioni di europei non possono più delegare la loro sicurezza a 300 milioni di statunitensi”, l’Unione Europea dovrà prendere atto di aver fatto sinora molto poco “per coprire il divario tra le sue necessità e le sue capacità di difesa”. In ogni caso, pur in presenza di un maggior impegno europeo sul fronte delle relazioni con altri Paesi e su quello della difesa, gli Stati dell’Unione dovranno “lasciare aperta la porta della cooperazione transatlantica”, ricordando che l’alleanza ha “spesso salvato l’Europa da se stessa” e che può ancora continuare a salvarla, liberandola dalla paura dei “fantasmi” del passato, che ancora affliggono alcuni di loro, trasformando le paure in ostacoli sulla via del completamento del processo di unificazione politica.
Infine, i Paesi membri dell’Unione dovrebbero convincersi che la difesa dei loro interessi a fronte delle possibili scelte di politica internazionale di Trumpo, potrà essere meglio perseguita se la relazione transatlantica poggerà sui due pilastri delle contrapposte sponde dell’Atlantico. Quella europea sarà, sicuramente, un’agenda politica molto difficile ed impegnativa da attuare; innanzitutto perché i Paesi membri saranno chiamati a riflettere, più di quanto non abbiano sinora fatto, sul come favorire la crescita economica, attraverso un riesame critico della politica di austerità; in secondo luogo, perché dovranno far fronte ad alcune inevitabili richieste espresse dalla protesta popolare dei movimenti nazional-populisti; in terzo luogo, perché quelli che, fra i Paesi membri, valutano positivamente l’elezione di Trump, dovranno rendersi conto che i loro interessi potranno essere meglio tutelati attraverso un approfondimento dell’unione politica, piuttosto che con azioni condotte in ordine sparso.
Se l’Europa saprà dare risposte positive alle possibili conseguenze delle scelte di Trump in fatto di politica estera, si potrà ben dire, parafrasando alcuni slogan elettorali di Trump, che i Paesi membri dell’Unione torneranno a considerare prioritari gli interessi comuni europei (Europe first), per rifare di nuovo grande l’Europa (to make Europe great again).

Gianfranco Sabattini

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