venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Unimpresa: 9,3 milioni
di italiani a rischio povertà
Pubblicato il 30-01-2017


EVIDENZA-Povertà-Italia-ISTATAnche al Centro studi di Unimpresa si sono accorti della crescita del disagio sociale degli italiani. Lo dichiara il Vice Presidente dell’Associazione Unimpresa Maria Concetta Cammarata : “Di fronte al calare della disoccupazione, si assiste ad una impennata dei lavoratori precari. E’ uno scambio inaccettabile. Quale futuro diamo alle generazioni che verranno? Il lavoro è alla base per la vita, della dignità della persona, ma questa situazione lo sta drammaticamente mortificando”.

In altri tempi, affermazioni simili erano ricorrenti dai sindacalisti. Oggi fa un certo effetto ascoltarle da un rappresentante di una associazione di imprese e quindi dai datori di lavoro.

Il Centro Studi di Unimpresa, analizzando i dati Istat, ha calcolato in 9,3 milioni gli italiani a rischio di povertà. L’area del disagio sociale continua ad espandersi e non accenna a rallentamenti. Tra il 2015 ed il 2016, altri 63 mila italiani sono entrate nella fascia dei più deboli. Cresce la precarietà del lavoro: in un anno i lavoratori non stabili sono aumentati di circa duecentomila unità.

“Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire le forme di lavoro non stabili”. Questa sarebbe la causa dell’estendersi del bacino dei deboli. Il dato di 9,3 milioni di persone è relativo al 2016 e complessivamente è in aumento dello 0,68% rispetto al 2015. In un anno, quindi, 63 mila persone si sono aggiunte ai 9,24 milioni di persone con disagio sociale.

La crescita dell’area di difficoltà, rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento. Sono soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle meno retribuite, favorite soprattutto dalle misure del Jobs Act, a pagare il conto della recessione, complice anche lo spostamento delle persone dalla fascia degli occupati deboli a quella dei disoccupati.

Ai semplici disoccupati si aggiungono ampie fasce di italiani con condizioni di lavoro precario e con retribuzioni economicamente basse.

I contratti di lavoro a tempo determinato, part-time, ed altri contratti atipici, hanno contribuito a far crescere il disagio sociale, effetto di una crisi che colpisce innanzitutto i lavoratori. Le preoccupazioni sembrerebbero estendersi anche al mondo imprenditoriale che dalle parole della Vice Presidente di Unimpresa, Cammarata, mostra la consapevolezza che dare dignità ai lavoratori significa uscire dalla crisi economica.

Salvatore Rondello

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