venerdì, 22 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Usa, in Texas la prima esecuzione dell’anno
Pubblicato il 13-01-2017


pena di morteLa prima esecuzione del 2017 negli Stati Uniti la firma il Texas, confermandosi uno degli stati più ‘forcaioli’. Ieri, Christopher Wilkins è stato messo a morte con una iniezione letale nella prigione di Huntsville, dove stava scontando la condanna per l’omicidio nel 2005 di due persone in una vendetta legata al traffico di droga.

Eppure, negli Stati Uniti la pena di morte sembrerebbe sempre più una pratica in declino e con sempre meno consenso. Lo dimostrano i dati. Un rapporto del Death Penalty Information Center (DPIC), organizzazione nonprofit di Washington, pubblicato prima delle festività natalizie, ha registrato nel 2016 un calo record nelle condanne capitali: ‘appena’ 30, il numero più basso da quando, nel 1972, la pena è stata reintrodotta. Scendono anche le esecuzioni, 20 lo scorso anno, uno dei numeri più bassi di sempre, non lontano dal minimo storico di 14 che risale al 1999. Come se non bastasse, solo cinque gli stati che sono ricorsi al ‘boia’ (Georgia, Texas, Alabama, Florida e Missouri), un numero così ridotto di stati non si è mai visto dal 1983 e per la prima volta in oltre 40 anni nessuno ha raggiunto la soglia delle 10 esecuzioni (il numero più alto, nove, si è registrato in Georgia).

Una collezione di record che trova diverse ragioni. “L’America è nel pieno di un cambiamento climatico sulla pena di morte” ha detto Robert Dunham, direttore esecutivo del DPIC e autore del rapporto. “Tra le preoccupazioni per l’innocenza, i costi, la discriminazione, l’alternativa dell’ergastolo e il modo discutibile in cui gli stati tentano di eseguire le sentenze, l’opinione pubblica ogni anno è sempre meno a suo agio con la pena di morte”. Lo dimostrano anche i più recenti sondaggi: quello del Pew Reserach Center dello scorso settembre ha registrato che il 49% degli americani è favorevole alla pena di morte, quasi la metà dell’80% che la sosteneva nel 1994. Neppure va dimenticato che la diminuzione delle esecuzioni va di pari passo con la carenza dei farmaci per i cocktail letali usati con il metodo dell’iniezione, dopo che le case farmaceutiche, soprattutto quelle che hanno sede in Europa, si sono mostrate sempre meno inclini al loro utilizzo per uccidere i condannati a morte. Ritardi, sospensioni delle esecuzioni, code di ricorsi e dispute arrivate fino alla Corte Suprema: una situazione che ha fatto lievitare i costi legali, già molto alti, del sistema pena di morte. A tal punto che, gli stati che la applicano hanno cominciato a riconsiderarne l’uso per questioni di budget.

Eppure, chi si batte per l’abolizione della pena capitale non dorme sonni tranquilli e molte speranze potrebbero essere svanite dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Durante la campagna elettorale, Trump ha infatti affermato che una delle sue prime azioni da presidente sarà quella di firmare “un ordine esecutivo” con cui ordinare la pena capitale per i processi a responsabili di omicidi di agenti di polizia. Se è difficile comprendere come un tale atto possa influenzare processi e condanne che avvengono a livello statale, resta il fatto che il clima intorno alle pena di morte potrebbe nuovamente cambiare. Un segnale si è avuto anche lo scorso 8 novembre quando in tre stati, i cittadini americani sono stati chiamati ad esprimersi su referendum riguardanti la pena capitale: Nebraska, Oklahoma e California. E non è andata come ci si augurava. In Nebraska, dove non ci sono esecuzioni capitali dal 1997, gli elettori hanno votato per la reintroduzione della pena di morte, che era stata sospesa nel 2015. In Oklahoma il voto ha confermato la legittimità della pratica. In California, dove circa il 25% dei detenuti americani si trova nel braccio della morte, è stata rifiutata la “Proposition 62”, la legge che avrebbe trasformato la pena capitale in carcere a vita.

Massimo Persotti

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