Sanità: Pastorelli, con legge medici garantiti  pazienti tutelati

“Con la legge sulle professioni sanitarie si aumentano le garanzie e le tutele per medici e operatori, e allo stesso tempo si assicura ai pazienti la possibilità di essere risarciti in tempi rapidi e certi a fronte di danni eventualmente subiti nel corso del loro ricovero o, comunque, del loro rapporto con il sistema sanitario”.

Così Oreste Pastorelli, deputato del Psi, nel corso delle dichiarazioni di voto sul provvedimento che rivede le responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie. “E’ vero infatti – prosegue il parlamentare socialista – che nel nostro sistema si verificano spesso casi di malasanità, ma è altrettanto vero che resta uno dei più efficienti. Giusto, dunque, aver stabilito che la responsabilità penale del medico o dell’operatore sanitario possa esserci solo nel caso di colpa grave. La minaccia penale sui professionisti fa sì che spesso il medico, per non rischiare, sia indotto a non fare, rinviando decisioni anche urgenti; oppure a fare troppo, aumentando a dismisura il fenomeno della medicina difensiva. Allo stesso tempo, però, riteniamo corretto che anche il paziente venga tutelato”.

Caccia al regista
della scissione Pd

Intervista Bettini-PdLa scissione del Pd fa male, è una ferita sanguinante. Il Pd, amputato di una parte della sinistra interna, va giù nei sondaggi e il M5S decolla come primo partito italiano. Improvvisamente salta ogni argine e lo scontro da controllato diventa infuocato e fratricida, condito da accuse pesantissime e da insulti.

Si parla di omicidio del Pd e del regista del delitto. Scatta il rimpallo delle accuse. Con toni da film giallo parte la caccia alla mente della rottura, al regista. Matteo Renzi, ritornato dal viaggio nella California delle nuove tecnologie, indica l’artefice della scissione nell’ex segretario del Pds-Ds: «Abbiamo avuto l’impressione che fosse un disegno già scritto. Scritto, ideato e prodotto da Massimo D’Alema». Il segretario dimissionario del Pd, in corsa per essere confermato dal congresso alla guida del partito, mette nel mirino soprattutto l’uomo definito un tempo il Lider Maximo: «A D’Alema dico, non scappare, vieni, candidati, corri e vediamo chi ha più consensi e più voti».

D’Alema non viene lasciato solo dalla minoranza che, dopo il divorzio, ha dato vita al Movimento dei Democratici e Progressisti. Pier Luigi Bersani, uscito dal Pd assieme D’Alema, Roberto Speranza, Enrico Rossi, Vasco Errani e a un consistente gruppo di parlamentari, scende in campo per soccorrerlo. Ironizza sulla teoria del grande manovratore che veste i panni di D’Alema e rinvia l’imputazione al Rottamatore: «Renzi adesso ricerca il regista, ma non sia così umile: il regista è lui, ha fatto tutto lui, la disgregazione di questo partito ha un regista, e questo regista si chiama Renzi». L’ex segretario dei democratici spiega il perché della divisione: «Dopo averle provate tutte siamo usciti dal Pd. Perché, con Renzi, stiamo andando contro il muro, prima paese, poi partito, poi i destini individuali».

Tuttavia la caccia al regista della scissione era cominciata già da qualche tempo, già prima della frattura. D’Alema una settimana fa respingeva con toni accesi ogni accusa che arrivava dalla maggioranza renziana del partito: «È imbecille chi dice che sia io il regista della scissione del Partito democratico». Adesso attacca l’ex presidente del Consiglio e segretario dimissionario del Pd come un avversario da sconfiggere: «Per creare una grande forza di centrosinistra deve essere ridimensionato il ruolo del ‘rottamatore’, che ha rotto tutto, ha distrutto il Pd e lo ha svuotato di contenuti democratici, ne ha svilito ispirazione, ideale e politica».

Lo scambio di accuse è feroce, ma la rissa non si spiega solo con la veemenza tra ex compagni di partito che hanno scelto strade diverse, dopo un lungo ed infuocato scontro durato tre anni. I motivi sono tanti. In primo luogo c’è l’esigenza di non apparire i responsabili della divisione. Un’antica tradizione della sinistra di matrice marxista condanna senza appello una scissione perché rompe l’unità del partito, e un partito indebolito è subalterno della destra e delle forze anti operaie.

Ma lo scontro frontale si spiega anche su chi è la vera sinistra. C’è una visione differente della identità politica e delle scelte politiche: la minoranza ha ritenuto lesi i diritti dei lavoratori dal governo Renzi e chiede “una svolta radicale” verso sinistra in nome dell’uguaglianza, l’ex presidente del Consiglio e segretario dimissionario ha puntato le sue carte sulla modernizzazione della società come strumento per rendere vincente la sinistra e difendere proprio i lavoratori.

Non solo. A giugno si voterà in alcune importanti città italiane per eleggere i nuovi sindaci e ognuno, preparando la campagna elettorale, cerca di marcare il proprio territorio e di conquistare i voti dei tanti sostenitori sfiduciati di centrosinistra. Democratici e Progressisti, grazie anche all’adesione di una parte dei parlamentari di Sel guidati da Arturo Scotto, ha dato vita a dei forti gruppi alla Camera (37 deputati) e a Palazzo Madama (14 senatori).

Lo scontro era arrivato al punto di rottura già con il referendum dello scorso 4 dicembre sulla riforma costituzionale del governo: Renzi votò sì; la minoranza votò no, in rotta di collisione con il suo premier-segretario, assieme a tutte le opposizioni. Il giovane “rottamatore” fu “rottamato” da una sonora sconfitta. Di qui prima le dimissioni da presidente del Consiglio e poi da segretario del Pd con il l’obiettivo di “ripartire” nella sfida per tornare alla guida del partito. Non sarà facile. È una partita difficile per lui e per le tante frammentate forze di sinistra.

Rodolfo Ruocco

Starbucks sbarca a Milano: si parla di 350 nuovi posti di lavoro

Dopo tanti anni di attesa, sembra finalmente giunto il momento dell’approdo a Milano della nota catena statunitense di caffetterie Starbucks. Fondata da Howard Schultz a Seattle il 30 marzo 1971, già nel 2016 la compagnia aveva annunciato in un comunicato stampa sul sito ufficiale l’apertura del primo Starbucks italiano l’anno seguente a Milano. L’attesa è ora terminata: il telo bianco che copriva il Palazzo delle Poste di piazza Cordusio è stato tolto, svelando ai cittadini il nome di Starbucks, che aprirà al pubblico entro la fine del 2018.

L’amministratore delegato Schultz, intervistato da alcune testate giornalistiche italiane, ha esposto oggi il suo ambizioso progetto imprenditoriale, dando anche il proprio parere sulla tanto discussa questione del giardino esotico allestito in piazza Duomo dalla stessa compagnia americana per scopi pubblicitari.

Il negozio che aprirà a Milano sarà differente dai soliti Starbucks che conosciamo, ricalcando infatti un tipo di caffetteria della compagnia esistente solo nella originaria Seattle. Piazza Cordusio ospiterà, pertanto, una Roastery, cioè un locale molto grande (circa 2.500 metri quadrati) ed elegante, a metà tra una torrefazione e un bar. Il progetto di Schultz prevede, inoltre, l’apertura di un negozio simile anche a Shanghai nel 2017 e a New York e Tokyo nel 2018.

Princi, la famosa catena milanese di panetterie, contribuirà al progetto con i propri prodotti da forno, i quali saranno venduti anche nelle altre Roastery della compagnia statunitense. Dopo l’apertura a Milano, il gruppo imprenditoriale Percassi, partner di Starbucks per l’Italia, si occuperà di altre filiali italiane.

Riguardo al caso delle palme, Schultz ha manifestato ai giornalisti il proprio stupore, ribadendo di voler, con quel gesto, offrire soltanto un dono alla città: «Lo facciamo prima di aprire la caffetteria, è una sorta di captatio benevolentiae e anche per questo la reazione ci ha stupiti così tanto».

L’amministratore delegato ha poi esposto le novità che caratterizzeranno il locale, a partire dai cinque nuovi tipi di caffè, oltre al tradizionale espresso, fino alla presenza di tubi che attraverseranno i soffitti, nei quali passeranno i grani a vista. Il cliente potrà, in aggiunta, comprare le miscele e gli altri prodotti Starbucks, avendo a disposizione in loco il wifi, la musica e tanti altri servizi.

Schultz ha dato, infine, un annuncio abbastanza importante, considerata la situazione di crisi lavorativa che i giovani del nostro paese stanno attraversando da ormai parecchi anni: «Circa 100 persone lavoreranno nella Roastery milanese. Complessivamente creeremo 350 posti di lavoro in Italia». Si prospetta, quindi, un’allettante occasione per i milanesi (e non solo), alcuni dei quali potranno ritenersi fortunati, trovando impiego presso Starbucks e abbandonando finalmente lo stato di disoccupazione.

Rosella Maiorana

Pia Locatelli: il testamento biologico non è eutanasia

o-FABO-facebookDopo il disperato appello al presidente Mattarella, Fabo ha scelto la Svizzera per mettere fine alle sue sofferenze. Tetraplegico e cieco, dopo anni di terapie senza esito, Fabo si è rivolto, come altri prima di lui, all’Associazione Luca Coscioni e accompagnato da Marco Cappato, che rischia fino a 12 anni di carcere per il reato di aiuto al suicidio, si è tolto la vita mordendo un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul fine vita e su una legge che da anni attende il varo del Parlamento. Ora c’è un testo, approvato dalla Commissione Affari sociali che dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana, ma visti i precedenti (siamo già al terzo rinvio), il condizionale è d’obbligo. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e coordinatrice dell’Intergruppo per il testamento biologico.

La scelta di Fabo può servire per accelerare l’approvazione della legge?

Quello di Fabo è un caso molto delicato e la sua decisione merita senza dubbio rispetto. Occorre però essere molto chiari, proprio per non fornire armi a chi non vuole che si approvi il testo in discussione in Parlamento: la legge sul testamento biologico, anzi sulle DAT disposizioni anticipate di trattamento (questo è il nome del provvedimento) non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. In Commissione Affari sociali, grazie al lavoro della relatrice Lenzi, abbiamo approvato un testo molto equilibrato che permette ai cittadini di scegliere a quali cure sottoporsi anche quando non saranno più in grado di esprimere la propria volontà.

Il diritto a scegliere le cure però è già sancito dalla Costituzione…

Si lo è. Io posso scegliere se sottopormi o meno a un intervento, se seguire o meno una cura, se sottopormi o meno a una trasfusione. La cosa paradossale è che nel momento in cui non sono più in grado di esprimere la mia volontà questo diritto viene meno e decidono altri per me. Con la legge che stiamo discutendo ognuno potrà dichiarare anticipatamente le proprie volontà e queste volontà dovranno essere rispettate.  Naturalmente le decisioni sono reversibili e si avrà sempre la possibilità di modificarle.

Se la politica si fosse mossa prima Fabo avrebbe potuto evitare di andare a morire in esilio?

No. La sua situazione non sarebbe cambiata né con la legge che stiamo andando ad approvare, ma neanche con le altre leggi, molto più avanzate, che sono in vigore in alcuni Paesi europei. Anche in quegli Stati dove è in vigore l’eutanasia, e ripeto da noi non è neanche in discussione una legge che la preveda, per potervi accedere sono necessari alcuni requisiti come quello di essere un malato terminale. Fabo non  lo era. Aveva un gravissimo handicap che gli procurava infinite sofferenze, ma non era in fin di vita e non era affetto da una malattia degenerativa che poteva portare al peggioramento delle sue condizioni. Nel suo caso, volendo porre fine alla sua vita,  poteva ricorrere, come ha fatto, solo al suicidio assistito.

Alcuni cattolici però sostengono che anche nel testo in discussione alla Camera si autorizza l’eutanasia.

Non è affatto vero e i cattolici che si oppongo a questo testo, che non sono tutti i cattolici, lo sanno benissimo. Sinceramente non mi aspettavo questa chiusura e questo duro ostruzionismo su un testo che è volto a ottenere il maggior consenso possibile. La stessa Chiesa si è pronunciata più volte contro l’accanimento terapeutico e a favore delle cure palliative. Nel Catechismo del 1993 c’è scritto che l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non impedirla. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. Mentre nella la Nuova carta degli operatori sanitari presentata dal Vaticano una quindicina di giorni fa si conferma  l’eticità della sedazione palliativa profonda. In realtà sono cose che già esistono e che vengono praticate, con la legge sulle DAT non ci inventiamo nulla di nuovo vogliamo solo che quello che già si fa abitualmente in alcune strutture possa essere accessibile a tutti.

Ci sono state infatti molte sentenze come quella del caso Piluddo dove un giudice ha stabilito di spegnere i macchinari, o come quella recente di Montebelluna dove un malato terminale è morto sotto sedazione profonda. A cosa serve dunque una legge?

Serve per fa sì che non sia più necessario ricorrere a un giudice per vedere rispettato un proprio diritto, e che questo diritto sia accessibile a tutti e non solo ai malati che hanno la fortuna di imbattersi in strutture dove già si applicano le cure palliative.

Riuscirete ad approvarla in questa legislatura?

Me lo auguro. Alla Camera dovremmo essere in dirittura di arrivo. Il problema potrebbe essere al Senato. Certo non approvare la legge vorrebbe dire dover ricominciare tutto da capo e venir meno alle richieste di cittadini e cittadine che da anni, troppi, ci chiedono di veder rispettato il loro diritto di poter scegliere fino alla fine.

LA LEZIONE DI FABO

Euthanasia-hands“Potrei vivere ancora mesi, forse anni, ma non riesco a mangiare, a parlare, a dormire. Provo dolori lancinanti. E’ una sofferenza senza senso”. A dirlo è Gianni Di Sanzo, pensionato veneto di 64 anni che dopo Dj Fabo si è sottoposto a suicidio assistito nella clinica Dignitas, la stessa dove ieri si è spento Dj Fabo.  La notizia è riportata dal Corriere e arriva mentre in Italia si riaccende un annoso dibattito la cui soluzione è da trovarsi districando la complicata matassa che avvolge un tema delicato dove le posizioni sono le più diverse e spesso contrapposte.

“Mi sento colpito dalla vicenda  come tutti i nostri concittadini”:  ha detto a Milano il premier Paolo Gentiloni ha commentato la morte di Dj Fabo. “Il Governo – ha aggiunto – guarda con rispetto al confronto parlamentare che c’è e credo sia doveroso e interpella le coscienze dei singoli  parlamentari”. “Certo – ha precisato – la legge allo studio riguarda il testamento biologico, non l’eutanasia”. Più tardi Gentiloni, arrivando a un pranzo organizzato in un centro socio ricreativo a Milano, è tornato sull’argomento: “Tristezza mia e di tutti gli italiani – ha ribadito -, mi auguro che il Parlamento vada avanti nel  confronto tra le diverse posizioni”.

Marco Cappato, che ha accompagnato Fabo nel suo ultimo viaggio, si è autodenunciato. “Spero – ha detto – di  essere incriminato e di potermi difendere in un processo”. “In Italia è reato l’istigazione al  suicidio – ha aggiunto Cappato – ma in questo caso non c’è stata alcuna istigazione”.  “Io – ha aggiunto Cappato a Radio24 – ho solo aiutato Fabo nella sua decisione: sabato mattina l’ho  caricato in macchina con la sua carrozzella e portato in Svizzera”. “Ora lo Stato ha due strade: o fare finta di nulla,  nel senso che essendosi tutto svolto fuori dall’Italia fa finta di non sapere niente – ha concluso Cappato – oppure incriminarmi  e io spero che lo faccia”.

Qualora la Procura di Milano decidesse di iscrivere nel registro degli indagati Marco Cappato,  il reato che dovrebbe contestare è “aiuto al suicidio”, previsto dall’articolo 580 del codice penale. La pensa prevista va da cinque a dodici anni.

Maternità surrogata. Per la prima volta l’ok a due papà

maternità surrogataDue uomini, padri di due bambini nati negli Usa con la maternità surrogata, sono stati riconosciuti genitori dalla Corte d’appello di Trento, è la prima volta che si riconosce la paternità a una coppia gay. Il sito di studi giuridici Articolo 29 parla di decisione storica. I giudici d’appello hanno emesso un’ordinanza che ha disposto il riconoscimento di efficacia giuridica “al provvedimento straniero che stabiliva la sussistenza di un legame genitoriale tra due minori nati grazie alla gestazione per altri e il loro padre non genetico”.
Secondo la Corte, infatti, “l’insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero: si deve infatti escludere che nel nostro ordinamento vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato; all’opposto deve essere considerata l’importanza assunta a livello normativo dal concetto di responsabilità genitoriale che si manifesta nella consapevole decisione di allevare ed accudire il nato; la favorevole considerazione da parte dell’ordinamento al progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli anche indipendentemente dal dato genetico, con la regolamentazione dell’istituto dell’adozione; la possibile assenza di relazione biologica con uno dei genitori (nella specie il padre) per i figli nati da tecniche di fecondazione eterologa consentite”.
Nell’ordinanza della Corte d’Appello di Trento, che porta la data 23 febbraio, si stabilisce un “principio importantissimo”, come spiega il direttore del portale di studi giuridici di “Articolo 29”, Marco Gattuso, e cioè “l’assoluta indifferenza delle tecniche di procreazione cui si sia fatto ricorso all’estero, rispetto al diritto del minore al riconoscimento dello status filiationis nei confronti di
entrambi i genitori che lo abbiano portato al mondo, nell’ambito di un progetto di genitorialità condivisa”.
Si tratta di “una pronuncia di assoluta rilevanza”, aggiunge Gattuso, in quanto “per la prima volta un giudice di merito applica, in una coppia di due padri, i principi enunciati dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 19599/2016, in tema di trascrizione dell’atto di nascita straniero recante l’indicazione di due genitori dello stesso sesso”.

Morti sul lavoro:
dati da paese incivile

mortibiancheNei giorni scorsi un giovane operaio di 19 anni è morto in un’azienda veneta schiacciato da un macchinario. Il povero Michele, dopo il diploma, aveva deciso di aiutare la famiglia trovando impiego in una fabbrica di laterizi. La straziante e commovente lettera della fidanzatina, dà il conto della tragedia umana e famigliare: una vita spezzata a neppure vent’anni, sogni e speranze che se ne vanno con un lavoro che dovrebbe essere di sostegno a un’esistenza e a una prospettiva di futuro, anziché segnarlo per sempre. Si tratta, purtroppo, di una delle tante vittime del lavoro in Italia, a segnare un dato che, seppur in calo, supera le 1.000 all’anno, una cifra inattesa per un paese civile. La situazione non può che spingere a una profonda riflessione sul tema della sicurezza dei luoghi di lavoro. L’intervento dei segretari provinciali di CGIL, CISL e UIL segna alcuni punti importanti: “il lavoro chiede un tributo di sangue che non può essere né sottovalutato né sottaciuto.

Ci ribelliamo al considerare ineluttabili le morti e gli infortuni sul lavoro e richiamiamo tutti alla massima vigilanza perché questo non continui a succedere applicando le norme e la formazione con rigore e perché si faccia della sicurezza un diritto certo ed esigibile. Ribadiamo ancora una volta l’imprescindibile necessità che la sicurezza nei luoghi di lavoro dev’essere per tutti una priorità e che la prevenzione e la formazione sono indispensabili per un lavoro sicuro e di qualità”. Alcune domande sorgono allora spontanee:  i nostri luoghi di lavoro sono davvero così insicuri? Se si, perché? Le autorità preposte attuano le verifiche indispensabili? La burocrazia e le leggi nazionali sono chiare? I lavoratori sono opportunamente preparati sui temi della sicurezza? C’è un modo per facilitare gli investimenti in sicurezza? La sicurezza viene vista dalle imprese come un costo o come un investimento? Esistono modelli di sicurezza verso cui tendere? Esistono modi di monitorare l’efficacia degli investimenti in sicurezza? Tenuto fermo che la giovane vita di Michele ormai è spezzata, e che non potremo restituirlo alla sua famiglia, così come non potremo restituire le tante, troppe vittime bianche di questa emergenza nazionale, possibile che non si riesca ad aprire una riflessione seria sul perché di queste tragedie? Auspico una dovuto dibattito da parte delle associazioni di categoria e dei lavoratori e la necessaria attenzione da parte del mondo politico. Ormai non si tratta di una questione di statistiche, ma di civiltà.

Leonardo Raito

Nomi e cognomi

Non tutta la politica è ferma. C’è in Parlamento chi lavora da anni per avere una legge sul testamento biologico e sul fine vita, forze politiche trasversali che si sono battute perché venisse calendarizzato il provvedimento e per fare un testo largamente condiviso. Questo testo dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana e essere votato. Ma ci sono altre forze politiche che lo stanno bloccando. Cominciamo con il dire le cose come stanno, chi vuole il provvedimento e chi non lo vuole. Psi, PD, Movimento 5 Stelle, SI-SEL, Possibile sono a favore della legge, PDL, parte di NCD, Lega, Fratelli d’Italia e UDC sono contrari. Così tanto per ricordarcene quando andremo a votare e non fare di tutta l’erba un fascio.

Pia Locatelli

Malesia, il Sultano salva uomo dall’impiccagione

shahrul

Shahrul Izani

Sarà un compleanno meno amaro il prossimo 9 marzo. Quel giorno Shahrul Izani spegnerà 33 candeline ma questa volta, a differenza degli ultimi 13 anni, non lo farà più con l’incubo dell’esecuzione dietro l’angolo. Il sultano di Selangor, Sharafuddin Idris Shah, ha infatti deciso di concedergli la grazia accogliendo la speranza di organizzazioni come Amnesty International e decine di migliaia di persone che dal 2015 si sono mobilitate con appelli e lettere in suo favore.

Shahrul Izani era stato condannato a morte nel 2003 perché trovato in possesso di oltre 600 grammi di cannabis. A nulla valsero i suoi 19 anni e il fatto che fosse incensurato. In Malesia, i reati legati alla droga comportano la pena capitale obbligatoria.

“Questa è una battaglia vinta, perché una vita è stata salvata, ma la guerra contro l’uso della pena di morte continua”,  ha detto Shamini Darshni, direttore esecutivo di Amnesty International Malesia. “Ora che il sultano di Selangor ha accolto la domanda di clemenza di Sharul, speriamo che il governo possa esercitare la sua volontà politica abolendo la pena di morte obbligatoria come primo passo verso l’abolizione totale”.

Lo scorso anno, almeno quattro persone sono state messe a morte. Altre sono in attesa di esecuzione come i fratelli Rames e Suthar Batumalai che rischiano in queste ore l’impiccagione. La vita di Shahrul è salva ma la battaglia per salvarne altre e fermare la pena capitale continua.

Massimo Persotti

Mdp. Nascono i gruppi alla Camera e al Senato

Francesco Laforgia

Francesco Laforgia

Il governo non è a rischio mettono subito in chiaro dalla nuova formazione politica che oggi prende vita in Parlamento con la creazione dei gruppi. Alla Camera il Movimento democratico e progressista arriva a quota 37 deputati pervenuti da Pd e da Sel. La prima riunione del neo gruppo è stata aperta da Roberto Speranza che ha proposto come capogruppo l’ex Dem Francesco Laforgia, eletto subito all’unanimità.

Al Senato invece i componenti del gruppo sono 14. In questo caso tutti provenienti dal Pd. Nella prima assemblea, a quanto si apprende, Maria Cecilia Guerra è stata eletta presidente e Federico Fornaro tesoriere. I componenti del nuovo gruppo che nasce a sinistra del Pd sono: Filippo Bubbico, Maria Grazia Gatti, Lodovico Sonego, Miguel Gotor, Doris Lo Moro, Carlo Pegorer, Federico Fornaro, Maria Cecilia Guerra, Lucrezia Ricchiuti, Maurizio Migliavacca, Nerina Dirindin, Paolo Corsini, Felice Casson, Manuela Granaiola. In pratica la minoranza Pd quasi al completo.

Roberto Speranza, aprendo la prima riunione dei deputati del Movimento democratici e progressisti ha detto ai suoi che “dobbiamo aggredire il grande spazio politico esistente. Molte adesioni sono arrivate in queste ore. La forza dei nostri gruppi parlamentari è uno dei punti di partenza. Dobbiamo costruire insieme il progetto politico da far vivere fuori, nel Paese”.

Dal Pd arrivano gli auguri di buon lavoro, ma anche “l’amarezza per gli amici che hanno lasciato il gruppo e il partito nato per unire il riformismo italiano”. Come scrive su Twitter il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato. Mentre il capogruppo Pd al Senato Zanda lancia un allarme: “La scissione indebolisce oggettivamente il governo. Non tanto per i voti di fiducia: penso che gli scissionisti la voteranno. Però accentueranno le prese di distanza su provvedimenti ed emendamenti per marcare la propria identità. E crescerà di conseguenza la possibilità di incidenti parlamentari”.