sabato, 29 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

126 anni fa nasceva un gigante: Pietro Nenni
Pubblicato il 09-02-2017


“Sarebbe stato uno splendido presidente delle Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici”. (Oriana Fallaci)

nenni (1)Il 9 febbraio 1891, a Faenza nacque un uomo destinato a fare la storia italiana. Si chiamava Pietro Nenni, e fin da bambino, dimostrò di avere carattere, a 7 anni conobbe il suo battesimo politico. Era il 1898 ed erano in corso i moti per la fame. Uomini e donne protestavano e assaltavano i forni, e quando la cavalleria iniziò la carica contro di loro, il piccolo Pietro sentì per la prima volta lo sdegno per le ingiustizie della società.

E pensare che sarebbe potuto diventare prete. Entrò infatti nell’istituto “Maschi Opera Pia Cattani”, ma questo non arrestò il suo interesse per la politica. Dopo aver scritto sui muri dell’istituto “Viva Bresci”, l’anarchico che aveva ucciso il re Umberto I, ne venne definitivamente espulso nel 1908 dopo per aver partecipato ad uno sciopero di agricoltori.

Lo stesso anno, iniziò la sua carriera da pubblicista scrivendo il suo primo articolo sul Popolo di Faenza. La prima bandiera politica che decise di adottare fu quella del Partito Repubblicano. È in quei mesi che nacque un’amicizia che sarebbe diventata una guerra. Nenni infatti conobbe Benito Mussolini, un giovane che allora dirigeva il giornale socialista Lotta di Classe, per cui Pietro scrisse alcuni articoli. È noto l’episodio che vede i due lottare insieme contro la guerra in Libia, dichiarata nel settembre del 1911. Arrestati per lo stesso motivo, condivisero in carcere la stessa cella per un anno e quindici giorni. La prigione non frenò minimamente il temperamento del giovane Pietro, che continuò la sua attività di giornalista.

La crisi della sua identità repubblicana giunse dopo la prima guerra mondiale. Pietro infatti era a favore dell’interventismo e si arruolò come volontario. Subito dopo la conquista di Gorizia la moglie Carmen diede alla luce la sua terza figlia, chiamata a buon auspicio Vittoria. Tuttavia, in generale l’esperienza della guerra fu molto forte e portò Pietro a riflettere sulle sue idee interventiste. Per questo, si allontanò dal Partito Repubblicano e iniziò a frequentare i circoli socialisti. L’anno della svolta definitiva fu però il 1920, quando, per attività giornalistiche, compì un viaggio nel Caucaso e conobbe il mondo sovietico. È allora che decise definitivamente di lasciare il Partito Repubblicano.

Dopo lo sdegno per l’assalto di un gruppo di fascisti alla sede dell’Avanti! Nenni decise di sposare ufficialmente la causa socialista. Iniziò quindi a lavorare da Parigi come corrispondente per il quotidiano socialista, di cui, nel 1923 divenne direttore.

Oggi ricordiamo il 126esimo anniversario della sua nascita ma anche quel percorso forse non lineare ma pieno di passione e ricco di esperienze che lo hanno portato a capire quale fosse, per lui, la giusta parte da cui combattere, ma sempre con lo stesso obiettivo: la giustizia sociale.

La sua carica, la sua incredibile onestà e fierezza lo hanno condotto non solo alla guida del Partito Socialista, ma anche tra gli uomini che hanno guidato il paese nel delicatissimo periodo del dopoguerra, periodo a cui Nenni giunse non senza essere coinvolto in tragedie personali, come l’esilio e la perdita della figlia Vittoria, morta ad Auschwitz. Nel dopoguerra, per citare solo alcune delle sue battaglie, si schierò per la repubblica, per il mantenimento del Fronte Democratico Popolare con i Comunisti, contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, che non vedeva affatto come uno strumento di pace. La sua ultima battaglia fu invece quella per il divorzio. La prima quella forse più entusiasmante: con una determinazione che tradiva le sue origini, si batté per la Repubblica, considerato come unico baluardo democratico possibile dopo il vergognoso fallimento della monarchia; quindi, da ministro per la Costituente portò il Paese alla costruzione di una Carta che nacque non solo sorretta da una grande tensione ideale ma anche accompagnata da uno studio delle scelte così approfondito da far impallidire i recenti tentativi di revisione (o forse sarebbe meglio dire, manomissione).

Amato dagli amici, rispettato dagli oppositori, Nenni si spense il primo gennaio 1980. Per chi volesse portargli un fiore, oggi riposa al cimitero del Verano a Roma.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni


Qui di seguito la lettera in versi di Pier Paolo Pasolini a Pietro Nenni, pubblicata per la prima volta sull'”Avanti!” del 31 dicembre 1961

Era il pieno dell’estate, quell’estate
dell’anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c’era, se non quell’aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio — una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un’allegrezza
eccezionale, il senso di una festa.
E io come « il naufrago che guata » (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane…)
felice d’aver salvato la pelle — bisestile
doppiamente per me, è stato l’anno —
ho avuto, per un mattino, dentro, il senso
d’un « poema a Fanfani »: e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un « appoggio morale », com’è
uso dire. Fu l’idea di un mattino
bruciato dal sole di quell’estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell’Italia ricca, — che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti
— l’imitazione d’una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un’altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c’era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all’opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta — da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).

Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d’intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d’Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta… Timidamente La seguivo
d’una generazione: e L’ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta,
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.

Dodici anni, è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti,
essere furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d’odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell’omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

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Commenti all'articolo
  1. Naturalmente il Nenni che ho conosciuto e che a mio giudizio ha lasciato la sua migliore eredità politica é quello revisionista e autonomista che lo scritto, forse per ragioni di spazio, non ricorda. Quello che dopo l’invasione dell’Ungheria rompe con i comunisti e avvia il processo di unificazione socialista con Giuseppe Saragat. Quello che apre alla Dc e dà vita a un centro-sinistra che il Psi paga con la sciagurata scissione del Psiup, pagata dall’Unione sovietica. Quello che finisce in minoranza nel Psi dopo la nuova scissione del luglio 1969 e mantiene viva la fiaccola autonomista assieme a Bettino Craxi. Conosco ovviamente anche il Nenni repubblicano, il Nenni massimalista, anche se contrario alla liquidazione sottocosto del Psi patricinata da Serrati nel 1924, quello che condannò i processi di Mosca del 1938, l’antifascista e l’uomo dell’unità d’azione coi comunisti, il frontista. Ma proprio Nenni ha voluto riconoscere in tarda età l’unità d’azione e soprattutto il fronte popolare come suoi errori. E di questo bisogna tener conto.

  2. Naturalmente il Nenni che ho conosciuto e che a mio giudizio ha lasciato la sua migliore eredità politica é quello revisionista e autonomista che lo scritto, forse per ragioni di spazio, non ricorda. Quello che dopo l’invasione dell’Ungheria rompe con i comunisti e avvia il processo di unificazione socialista con Giuseppe Saragat. Quello che apre alla Dc e dà vita a un centro-sinistra che il Psi paga con la sciagurata scissione del Psiup, finanziata dall’Unione sovietica. Quello che finisce in minoranza nel Psi dopo la nuova scissione del luglio 1969 e mantiene viva la fiaccola autonomista assieme a Bettino Craxi. Conosco ovviamente anche il Nenni repubblicano, il Nenni massimalista, anche se contrario alla liquidazione sottocosto del Psi patricinata da Serrati nel 1924, quello che condannò i processi di Mosca del 1938, l’antifascista e l’uomo dell’unità d’azione coi comunisti, il frontista. Ma proprio Nenni ha voluto riconoscere in tarda età l’unità d’azione e soprattutto il fronte popolare come suoi errori. E di questo bisogna tener conto.

  3. Naturalmente il Nenni che ho conosciuto e che a mio giudizio ha lasciato la sua migliore eredità politica é quello revisionista e autonomista che lo scritto, forse per ragioni di spazio, non ricorda. Quello che dopo l’invasione dell’Ungheria rompe con i comunisti e avvia il processo di unificazione socialista con Giuseppe Saragat. Quello che apre alla Dc e dà vita a un centro-sinistra che il Psi paga con la sciagurata scissione del Psiup, pagata dall’Unione sovietica. Quello che finisce in minoranza nel Psi dopo la nuova scissione del luglio 1969 e mantiene viva la fiaccola autonomista assieme a Bettino Craxi. Conosco ovviamente anche il Nenni repubblicano, il Nenni massimalista, anche se contrario alla liquidazione sottocosto del Psi patricinata da Serrati nel 1924, quello che condannò i processi di Mosca del 1938, l’antifascista e l’uomo dell’unità d’azione coi comunisti, il frontista. Ma proprio Nenni ha voluto riconoscere in tarda età l’unità d’azione e soprattutto il fronte popolare come suoi errori. E di questo bisogna tener conto.

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