giovedì, 14 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Beppe Fiorello racconta la tragedia della F174 ne “I fantasmi di Portopalo”
Pubblicato il 28-02-2017


fantasmi di portopalo“I fantasmi di Portopalo”, per la regia di Alessandro Angelini, non è il classico film in cui siamo abituati a vedere recitare come protagonista Beppe Fiorello (che qui ha collaborato anche al soggetto e alla sceneggiatura). Non è raccontato come un semplice fatto di cronaca tratto da una storia vera, in cui il protagonista si fa giustizia da solo e riesce nella sua rivalsa a riscattarsi e riscattare soprattutto i soprusi di cui è stato testimone. La vicenda narrata, il naufragio della nave F174 avvenuto nella notte di Natale del 1996 al largo di Portopalo di Capo Passero (Siracusa), è costruita come un’inchiesta giornalistica (e scandalistica per lo scompiglio che portò), che tenta di rimettere insieme il puzzle della verità con obiettività ed oggettività; tanto che, a rivelarci come sono andate veramente le cose, sono i veri principali protagonisti superstiti: circa 283 naufraghi (tutti clandestini provenienti principalmente da India, Pakistan e Sri Lanka) persero la vita in quella che è stata ribattezzata “la tragedia di Portopalo” (solo circa 30 di loro sopravvivranno). E non è un caso, poiché la storia vera è tratta dal libro del 2004 di Giovanni Maria Bellu (del quotidiano “La Repubblica”) “I fantasmi di Portopalo. Natale 1996: la morte di 300 clandestini e il silenzio dell’Italia” (Arnoldo Mondadori Editore). Quest’ultimo è il giornalista che si interesserà del caso che era stato archiviato, facendolo riaprire; grazie all’aiuto di un pescatore, Salvatore Lupo, l’unico che ebbe il coraggio nel 2001 di denunciare il ritrovamento dei corpi e indicare il punto esatto dove la nave F174 era affondata. Dopo le prime denunce, la Procura di Siracusa aveva aperto un’inchiesta e i membri dell’equipaggio erano stati rinviati a giudizio per omicidio colposo. Il processo rimase aperto solo per l’armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, residente a Malta, perché la Francia si oppose alla richiesta di estradizione del capitano che si era rifugiato oltralpe. L’armatore è stato condannato in appello a 30 anni di carcere insieme al capitano della nave, dopo che il processo di primo grado li aveva visti assolti. Bellu, nella miniserie, diventerà Giacomo Sanna (Giuseppe Battiston), Lupo sarà Saro Ferro (Beppe Fiorello), così come sarà presente Tourab. Dunque non mancheranno i punti di vista degli scafisti; dediti solo ai propri interessi e al guadagno, a loro avviso questi uomini, che avevano pagato fino a circa un migliaio di dollari a testa per la traversata, non erano degni di viaggiare in condizioni sicure: per loro una nave sovraccarica, dove stavano stipati nella stiva, era fin troppo. Ed anche la posizione della Chiesa (rappresentata dal parroco del paese). A Natale, quando ha avuto luogo il disastro, di solito si parla di salvezza per l’umanità con la nascita di Gesù Bambino. La religione, poi, ci insegna che siamo tutti figli di Dio, tutti uguali di fronte al Suo giudizio, ma poi l’atteggiamento ecclesiastico verterà su una posizione appunto più moderata, non volendo inimicizie, e non darà pieno appoggio a Saro come egli si aspettava. Infine è una riflessione sul senso di comunità ed umanità. Di fratellanza e vicinanza tra i popoli (di accoglienza, ma anche di discriminazione nei confronti del diverso), quanto all’interno di Portopalo stesso. Molte le inimicizie che si creerà Saro. La moglie stessa (Lucia Ferro, alias Roberta Caronia) insegnante, a scuola ai suoi alunni spiegava che “la violenza è degli stupidi e dei vigliacchi” e credeva fortemente che il suo ruolo fosse insegnare la giustizia e la solidarietà ed era quello cercava di fare. Dunque una storia di giustizia, ma anche di solidarietà ed amicizia; come quella che nasce tra Saro e Fortunato (Bagya Lankapura). Il primo aiuta quest’ultimo, giovane indiano che lui salva poiché ferito e a cui cerca di dare un posto dove vivere, mangiare e dormire e studiare presso la parrocchia paesana. Ma nei suoi confronti le diffidenze, i pregiudizi, le discriminazioni e le difficoltà saranno tante. Dopo la denuncia di Ferro, però, i due “saranno tutti sulla stessa barca” come si suole dire, riprendendo la metafora marina. E questo è un elemento caratterizzante del film. Si comincia dicendo che “a noi (pescatori ndr) il mare ci aveva sempre dato pesce e vita; invece ora (dopo il ritrovamento dei cadaveri) lo guardavamo come fosse un nemico”, perché dire di aver rigettato quei corpi in mare avrebbe portato all’interruzione della loro attività che garantiva loro la sopravvivenza. Un rischio che non potevano correre – spiega Saro – e quando decide di dichiarare quanto effettuato, “chi era amico gli si rivolterà come il mare in tempesta”. E proprio l’attore Beppe Fiorello ha raccontato che “le riprese sono state faticose e pericolose”, proprio perché serviva loro anche il mare in tempesta e hanno dovuto girare delle scene in tale situazione. Poi sono dovuti andati a girare persino a Malta (per il riferimento a Tourab). “Come attore mi sento come un testimone oculare, un osservatore curioso –ha aggiunto Fiorello-: mi piace portare in tv storie che neppure io conoscevo. Ho voluto dare dignità alle persone morte in questo naufragio nel Mediterraneo”. E a proposito di quest’ultimo, sempre per ciò che riguarda la metafora del mare, ancora abbiamo la citazione del parroco: “il mare è il posto della pace più della terra”. Infatti la stampa riceverà delle minacce e Sanna sarà aggredito e avrà delle intimidazioni proprio come Saro. E non è un caso se la figlia Meri è interpretata da Angela Curri (che abbiamo visto ne “La mafia uccide solo d’estate” di Pif). Questa vicenda si lega ugualmente al mondo della microcriminalità organizzata e di associazioni di stampo anche internazionale, con interessi illeciti e illegali “coperti” e “taciuti”, è fonte di un’economia sommersa che “uccide” e “opprime” quella legale, sommersa perché è come se affogasse e sommergesse di acqua e cancellasse, azzerasse l’altra reale, linfa vitale di un paese come Portopalo (ma dell’Italia intera) “dove non era accaduto mai niente del genere” e dove c’erano i pomodorini Pachino e la seconda flotta di pescherecci della Sicilia. Quasi si trattasse di un naufragio dell’economia “buona” a discapito di quella “maligna”. Poi la presenza della figlia è propedeutica anche ad altro. Questa della tragedia di Portopalo è una storia di sogni e di speranze: infranti come quelli di Fortunato; o quelli assaporati e agognati di Meri quale quello del cinema. Se Fortunato è un miracolato, che solo quel nome poteva avere perché sopravvissuto alla guerra nel suo paese e al naufragio, i cosiddetti “fantasmi di Portopalo” che rappresenta (e che danno il titolo al film: i ricordi traumatici e sofferenti che riaffiorano come i corpi rilasciati dal mare e le loro storie), hanno la “f” del suo nomignolo e di “fortuna”, quella che cercavano con la “fuga” dalla loro terra e con cui hanno invece trovato solamente la “fine”. Questa è una storia di morte, di distruzione, di cadaveri appunto, ma anche di paura. Se Fortunato ha la “f” di “Ferro”, le ferite sul braccio di Saro sono speculari a quelle dei naufraghi e di questo ragazzo che lui ha salvato. Ma certe non si vedono e sono più profonde e non si cicatrizzano. Così le paure dei clandestini sono le stesse dei pescatori. Per questo Fiorello ha voluto ben rendere il timore che entrambi hanno di poter perdere tutto: la famiglia, i cari, gli amici per i primi, l’attività per i secondi. E, per ritornare alla metafora del mare: “la paura è come il mare –dice Saro a Fortunato- bisogna saperla affrontare”.
Dunque una lezione di storia (da intendere quale disciplina scolastica), sulle guerre in questi paesi e di questi eventi che accadono nel nostro paese e che vedono al centro questi uomini con il loro passato doloroso. Oppure una lezione etica: se al nome di Saro si mette l’accento sulla “o” diventa il futuro del verbo essere in prima persona, per guardare al domani di ognuno di noi e quello che ci sarà e si diventerà o potrà arrivare ad essere. Una lezione di giornalismo e sul senso che esso ha assunto oggigiorno, sull’importanza di denunciare e non subire ingiustizie o essere omertosi e indifferenti di fronte a eventi di tale portata. Spesso tali vicende sono viste come “un caso freddo”, noioso per la stampa. Invece, tramite la figura del giornalista Giacomo Sanna, si fa un’importante riflessione: “oggi il giornalismo – dice il personaggio – non aiuta più la gente a capire i fatti, non è più un’opera di servizio pubblico. Volevo mollare tutto; solo che adesso con la tua storia, con quei ragazzi (con i loro occhi e sguardi), credo di poter essere davvero ancora utile sul serio”. Decide di volerci veder chiaro e di voler “costringere” e non “convincere” a riaprire il caso. Per lui, come per Ferro, è una questione di coscienza. Saro per cinque anni, tutte le notti, ha pensato a come si sarebbe sentito se fosse stato lui al posto di uno di quei clandestini. Sarebbe stato più comodo e facile per lui fuggire da Portopalo, un luogo dove si era inimicato la gente del posto, fregarsene, cercare di dimenticare (“così fa meno male” ed è più facile afferma nel film Fortunato), ricominciare come se niente fosse, tutto da capo, lontano da quel passato che pesava. Magari trasferendosi a Roma con la scusa del provino vinto dalla figlia Meri (che sembra essere lì per ricordare che “sognare non costa nulla”). Invece no, è restato per sapere e far conoscere, per onorare il sacrificio della vita di tanti innocenti per gli interessi di pochi scafisti senza scrupoli, dediti solo al guadagno economico. I vestiti, non a caso, saranno le prime cose ad essere individuate del relitto della nave (per cercare le prove che servono per riaprire il caso e vincere la causa): appaiono sul monitor della sonda lanciata in mare, in acqua nel punto dove Saro aveva trovato i primi resti; metaforicamente gli indumenti sono quelli che più rappresentano e dicono chi siamo, da dove veniamo e quindi ci parlano di questa povera gente disperata. La sua filosofia e la sua forza sarà l’ostinazione di continuare a cercare finché non troverà ciò che cercava appunto. Se per tutto il film hanno dominato gli occhi e gli sguardi spaventati di Fortunato, ma anche quelli di Saro e della moglie, nel finale si fanno parlare soprattutto le immagini, interrotte dalle lacrime di Fortunato appunto. Sono queste ultime che restano e descrivono ciò che rimane di questa tragedia: il dolore, che è quello che si è cercato di contrastare, combattere e superare perché ha caratterizzato l’intera vicenda e gli animi di chi l’ha vissuta in prima persona.
La miniserie ci lascia con la riflessione amara di Saro: “l’ho fatto perché andava fatto e per me ne valeva la pena ed era giusto così. Non possiamo fare finta di girarci indietro e non vedere. Il mare ci insegna che, per fare il pescatore, bisogna guardare avanti a quello che c’è all’orizzonte”. Se ritorna la metafora del mare, le sue considerazioni sono quelle anche, indirettamente, del giornalista (Sanna, ma crediamo di Giovanni Maria Bellu stesso, che lui un po’ rappresenta). Nelle ultime scene, poi, ha luogo la commemorazione funebre (alla presenza solo di gente semplice e civili e non di autorità), con 283 fiori lanciati in acqua, uno per ogni vittima: “persone venute a cercare una vita più degna e morti nell’indifferenza” – sintetizza Saro. La cui colpa è stata quella di essere al centro ed entrati nel meccanismo complesso di un vero e proprio sistema più ampio esistente dietro di fondo, che vedeva coinvolte forze armate, in divisa e a più alto livello. Se molto ha pesato “il gioco di interessi” individuali, pregnante la risposta di Ferro a Sanna: “non mi deve chiedere che cosa ci guadagno, ma cosa ci perdo”. E non si riferiva solamente alla perdita della possibilità di fare il mestiere di pescatore; ma anche al rischio dell’accusa di reato di occultamento di cadavere. Come il giornalista rischia quello di querela per diffamazione, anche lui aveva la messa in gioco di seri pericoli per lui e per la famiglia. “Negli abissi del Mediterraneo il cimitero di clandestini” titola nella miniserie un articolo di giornale; “ma non è la tomba della verità”, aggiungeremmo noi. Solo la verità rende liberi si legge nel Vangelo; allora è solo facendo chiarezza e riuscendo a conoscere la verità che i naufraghi saranno veramente liberi, senza più quel peso sul cuore. Il grido “l’abbiamo trovata” (la nave) di Saro, per dare la notizia alla sua famiglia, equivale a quell’”Eureka” di Archimede che sa di trionfo.

Barbara Conti

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