martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

D’Alema, le Fondazioni e l’ennesima “Cosa”
Pubblicato il 06-02-2017


Che la scissione sia “insita” nella sinistra italiana è un dato storico acclarato. E mentre Rosa Luxemburg si domandava, nel suo celebre saggio, “Riforma sociale o Rivoluzione?”, la massa cominciava a dividersi sul “Che fare?”. Fino ad arrivare, spesso, alla scissione dell’atomo.
Quindi, che D’Alema sia arrivato a minacciare di lasciare il PD, non desta molte sorprese. Né, tanto meno, grandi patemi d’animo nelle persone; in quel “popolo della sinistra” che, finite le ideologie, forse non ne capisce neanche sempre le motivazioni di fondo. Conseguenza del mondo liquido.
Ma, come ci hanno insegnato i nostri nonni, i matrimoni non si fanno con i fichi secchi. E, a quanto pare, neanche le separazioni. Le “robe” contano. E pur se si è fatto per lungo tempo guerra al capitalismo, non si è mai arrivati a pensare che il capitale non serva.
Senza voler andare a scomodare i grandi eventi epocali, quelli che indelebilmente hanno segnato il cammino della sinistra, basti qui ricordare che, quando, nel 1964, i “carristi” del PSIUP (Partito Socialista di Unità Proletaria) si staccarono dal PSI, si assicurarono prima che Mosca contribuisse allo “scomodo”.
Dagli archivi dell’ex URSS risulta che il giorno della scissione (9 gennaio 1964) partì da Mosca un “bonifico” di 240.000 dollari.
Anche quando il PDS di Occhetto subì la scissione di Rifondazione, il problema non era solo “disciplinare” l’uso della falce e martello, o della parola “comunista”. Alla divisione “ideologica”, seguiva quella economica.
Dalle rovine del Muro di Berlino, insieme alla libertà, è nato un fiorente commercio di “micro-souvenir”, da vendere ai turisti in piccole scatoline trasparenti. In Italia, invece, abbiamo avuto, tra l’altro, la divisione dei muri di sezioni e stabili del fu PCI. Rifondazione era decisa nel volerne solo a Roma ben 24. E, “simbolicamente”, ne dimostrò tutto l’attaccamento e la convinzione quando alcuni suoi militanti si barricarono dentro la famosa sezione la “Villetta”, a Garbatella.
Quando D’Alema ha rilanciato l’ennesima “Cosa”, era ovvio che non lo facesse senza “rete”. Perché la politica costa, e reperire le risorse è diventato ancora più complesso, con la fine del vecchio, e troppo spesso abusato, finanziamento pubblico ai partiti.
La sicumera dell’ex Presidente del Consiglio nasce, invece, proprio da quel network diessino su cui lui ha ancora un certo ascendente. E che è stato messo a “guardia” del patrimonio del fu PCI-PDS-DS, attraverso la costituzione di 56 Fondazioni che lo gestiscono. E che lo tengono ben lontano dal Pd, il quale non può, in nessun caso, avvalersene direttamente.
Anzi, deve anche “ringraziare” se l’uso delle sezioni viene concesso a prezzi “politici”.
La politica si fa ancillare “all’economia”, si potrebbe dire.
Stiamo parlando di un patrimonio fatto di stabili di vario genere: appartamenti, uffici, bar, capannoni.
Roba pagata e costruita dai compagni, afferma Ugo Sposetti, l’’ex tesoriere DS artefice dell’operazione “cassaforte”. Ed è vero. Ma, lì ci sono anche i soldi del finanziamento pubblico, e questo non è un dato da poco. Se non altro perché esso veniva abbondantemente elargito per far politica, e non per creare fondazioni. Dovevano crearsi “beni di destinazione”, non di “accumulazione”.
Per essere sicuri che tutto filasse sempre liscio, ovvero contro ipotesi di quello che un tempo si sarebbe potuto chiamare “frazionismo”, si è anche badato bene di rendere la carica di presidente delle fondazioni a vita. Fedeli alla linea, insomma, almeno per solidarietà generazionale.
Quindi, pur se non sappiamo affatto quanto sia solida politicamente l’operazione di D’Alema, possiamo dire che una sua solidità la immaginiamo su altri piani.
La politica (in questo caso i Democratici di Sinistra) hanno creato questo sistema. Ma, allo stesso tempo, la stessa politica, ora, ne risulta in un certo senso succube.
Oggi, è il PD renziano ad essere in una situazione di possibile “subalternità”. Domani non si sa, perché quel patrimonio, in termini di “concorrenza” politica, conta e molto.
I beni amministrati dalle fondazioni sono stati acquistati anche con soldi pubblici (oltre che con i finanziamenti provenienti dall’Estero e dalle sottoscrizioni dei militanti). E la loro titolarità era in mano a soggetti, che se pur imperfetti, avevano una “titolarità” politica, mutevole a seconda delle situazioni interne ai partiti. Oggi, svincolati da ogni rapporto formale con i vecchi “titolari”, i beni amministrati dalle fondazioni possono, paradossalmente, condizionare la politica del PD, e di ogni sua maggioranza. Basti pensare cosa succederebbe in caso di (leciti) sfratti ai circoli.
Una sorta di “potere forte”. Perché, il “potere forte” è tale anche in quanto libero da vincoli e “soverchiante”.
È una situazione del tutto legale, per carità…

Raffaele Tedesco

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