sabato, 29 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Dalida, il film sulla sfortunata e magnifica cantante italo-francese
Pubblicato il 17-02-2017


dalidaDopo Modugno in “Volare” con Beppe Fiorello, è stata la volta di riscoprire un altro mito della musica italiana: Dalida. Su Rai Uno è andata in onda la storia di un’artista “maledetta”, dalla vita tormentata e caratterizzata dagli scandali, piena di successo quanto di sofferenza. Interpretata magistralmente dalla giovane Sveva Alviti, con Riccardo Scamarcio nel cast. Buona la regia di Lisa Azuelos, che trova nel finale dei validi stratagemmi, come la sovrapposizione in parallelo delle immagini delle prove e della diretta dello show in stile americano per i suoi 25 anni di carriera. Le grida della vita privata (con gli attriti con i diversi uomini che ha avuto), sfociano in quelle sul palco, a sancire quasi l’impossibilità di scindere Iolanda Cristina Gigliotti (il suo vero nome) da Dalida (il nome d’arte): la donna dalla cantante. Infatti le musiche e le canzoni hanno un ruolo principale e scandiscono e descrivono le tappe della sua esistenza. Per questo si tratta di un biopic in cui l’aspetto autobiografico non è assolutamente trascurabile per il senso drammatico che la storia assume. Se sono criticabili, discutibili e opinabili l’uso del flashback e delle canzoni originali per cui la voce è quella della vera Dalida, di certo non si può negare a Sveva Alviti la passionalità di un’interpretazione sentita. Modella con l’amore per il cinema, l’attrice ha presentato il film in anteprima a Sanremo. Già al Festival aveva raccontato dell’impegno e della fatica di prepararsi per “entrare” nel personaggio: aiutata dal fratello della cantante Orlando, ha visto di tutto, dai documentari, alle interviste, agli show tv su di lei a cui ha preso parte, per carpire i segreti reconditi dell’anima agitata di questa donna forte e fragile allo stesso tempo. Quest’ultimo è forse l’aspetto di Dalida che più l’ha colpita. Come ha raccontato successivamente in un’intervista a “La Stampa”, in questo dualismo si riconosce: “La fragilità e la forza. C’era un dualismo di fondo in lei, come in ogni donna, credo. Era Iolanda, donna fragile, che amava amare, frustrata nei rapporti con gli uomini e nel desiderio di una famiglia e dei figli. Ed era Dalida la star, che si nascondeva dietro a una maschera e che l’amore del pubblico rendeva, solo apparentemente, forte”.
Tanti uomini hanno movimentato la sua vita, ma un segno profondo lasciò soprattutto Luigi Tenco (di cui lei fu la madrina nel Sanremo del 1967). Lui si suiciderà, lasciando un biglietto in cui scriveva: “Non l’ho fatto perché sono stanco della vita, ma come atto di protesta di un pubblico che non vuole capire”; alla stessa maniera, dopo un primo tentativo di togliersi la vita andato fallito, anche Dalida si ucciderà dicendo quanto segue: “la vita mi è insopportabile, perdonatemi”.

Una donna che amava più la morte, che vedeva come un sogno e non le faceva paura, più che la vita. Una volta affermò: “Sa qual è la cosa più difficile dello scegliere tra la morte e la vita? Scegliere la vita, la morte è dolce”; “eppure ha scelto la vita” –le fece notare il suo psicoterapeuta-. “No, è la morte che non ha voluto me”. La cantante e attrice franco-italiana, nata a Il Cairo il 17 gennaio del 1933, quando fece ritorno in Egitto fu accolta con un’accoglienza degna di un Capo di Stato. Eppure fu profondamente lacerata interiormente dal netto senso di vuoto e di solitudine che sentiva. La carriera non le bastava, era come se le mancasse sempre qualcosa. Lei dette speranza a molti suoi fan, ma non riuscì a salvare se stessa da quel baratro in cui cadde sempre più inesorabilmente. Visse d’amore e di rischio e andò sino in fondo al suo sogno di morte. Il rimpianto suo più grande fu quello di non aver studiato, ma fu altrettanto struggente la sua ricerca di equilibrio e di serenità. Volle persino smettere di cantare per intraprendere un percorso spirituale più “sano” e “salvifico”. Nata con la missione di cantare, “cercavo –raccontò in un’intervista memorabile- l’amore vero e sono sicura che esiste: è quello che, attraverso l’uomo, porta a Dio.

Forse è per questo che nella mia vita ho incontrato tanti uomini. Al mio pubblico piace che dica la verità, è lui che mi ha creata” e non volle tradire mai questa sincerità verso i suoi fan e verso se stessa. Non nascose mai questa sua sofferenza e insoddisfazione, che sfociava in una malinconia e in una nostalgia autolesioniste, una depressione che corrispondeva in modo perfettamente proporzionale all’euforia del successo; più traguardi e fama raggiungeva, più montava la sua auto-distruttività nel voler distruggere tutto quanto di buono aveva costruito, soprattutto nella sua vita privata e nelle relazioni umane e con gli uomini, quasi che non si sentisse mai adeguata, all’altezza, degna di meritare quanto aveva ottenuto, di essere felice, quasi non fosse quel mito che tutti adoravano e amavano, ma una persona che pensava di rovinare piuttosto la vita all’altra gente. In questo fu una vera vita da star la sua, fatta di eccessi e di tanto buio dietro alle luci di riflettori sempre puntati su di lei. Prime pagine di giornali e copertine interamente dedicati a lei, che sembrava trovasse più facile fuggire da questo “benessere” più che viverlo nel modo dovuto. Del resto le storie di altre star ci hanno raccontato lo stesso finale (melo)drammatico, George Michael da ultimo.

Eppure in tutto il romanticismo di cui fu impregnata l’anima di Dalida, si intravede un aspetto dolce che forse andava maggiormente enfatizzato: il rapporto con il padre, che perse da piccola e la cui morte fu un lutto che probabilmente non superò mai; una figura che ricercò appunto in tutti gli uomini che le furono accanto, ma che rifiutò quasi per paura di togliere spazio e importanza al papà, di offendere e deludere questo padre cui fu tanto legata. La morte per lei era un modo per ricongiungersi a lui –si potrebbe ipotizzare-. Non è un caso, dunque, che nel finale la vediamo salire la scalinata illuminata del palco e avvicinarsi fino quasi a toccare il cielo: del successo, ma anche quello dove avrebbe trovato il padre con cui ci viene mostrata poco prima camminare insieme, mano nella mano. Forse davvero allora, come disse Tenco, anche la sua musica non fu compresa e fu apprezzata principalmente la sua splendida voce senza capire cosa ci celava dietro quel continuo oscillare di toni. Di sicuro una personalità e un’emotività complesse le sue. Vista spesso come presuntuosa, egoista e capricciosa, persino inaffidabile, pochi colsero la sua straordinaria generosità e bontà d’animo: dette persino un assegno a un suo fidanzato studente affinché continuasse l’università, sebbene abortì del figlio che aspettava da lui. Il suo volersi sdebitare con i soldi nei suoi confronti e di se stessa, fa intravedere anche un vero atto protettivo materno.

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