venerdì, 26 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

Dopo la vittoria di Hamon
Pubblicato il 02-02-2017


Molte cose possono cambiare da qui alle presidenziali di primavera (mancano meno di tre mesi al primo turno). Il candidato socialista Hamon può risalire nei sondaggi sino a superare il suo concorrente della sinistra radicale Mèlenchon (in partenza il rapporto era di 8 a 15); un riequilibrio tra due candidati sulla stessa linea che non porterà però né l’uno né l’altro su livelli anche lontanamente suscettibili di portare la sinistra al ballottaggio.

Il, diciamo così, esponente blairiano, Macron, potrà avvalersi del sostegno sempre più palese e consistente di Valls e del suo gruppo, oltre che di centinaia d esponenti socialisti a livello locale (siamo alla legge della domanda e dell’offerta: Macron e il suo movimento hanno bisogno di personale politico per riempire le liste, in vista delle elezioni politiche immediatamente successive alle presidenziali; quelli del Psf hanno bisogno di una sistemazione sicura per continuare la loro carriera). Fillon potrebbe essere irrimediabilmente danneggiato dalla faccenda dell’impiego fittizio della moglie. Penelope (lui si è giustificato dicendo che la moglie lo aveva aiutato nel suo lavoro politico; lascio a voi l’immaginare cosa accadrebbe se la cosa fosse presa per buona…), sino ad ipotizzare un suo ritiro dalla competizione. La Le Pen, che non ha ancora iniziato la sua campagna elettorale, potrebbe crescere ancora, sino ad avvicinarsi al 30%. Bayrou, l’esponente centrista, potrebbe entrare in lizza sottraendo voti sia a Fillon sia a Macron.

Vedremo. Contentiamoci, dunque, qui ed ora, sui verdetti già acquisiti. E che sono, tutti, di portata sistemica. E’, innanzitutto, la fine dell’illusione bipolare. Leggi dell’alternanza armoniosa di governo tra due partiti moderati, l’uno un pò più di destra, l’altro un pò più di sinistra, grazie al funzionamento impeccabile del doppio turno di collegio. Oggi, la Francia è spaccata addirittura in quattro blocchi e di consistenza elettorale più o meno uguale. e il candidato sicuramente vincente la sera stessa delle elezioni non disporrà, qualche settimana dopo, di una maggioranza parlamentare.

Secondo, è la fine dello scontro destra-sinistra, ereditato dalla rivoluzione francese. Perchè la sinistra non arriverà al ballottaggio (e dovrà trovare un’intesa ferrea per candidature uniche per sopravvivere in modo significativo nel prossimo parlamento). E, soprattutto perchè il discrimine fondamentale delle prossime consultazioni sarà quello tra sovranisti ed europeisti.
Ancora, è la fine dei partiti; o, quanto meno, dell’autorevolezza delle élites che li dirigono e della credibilità delle loro strutture portanti. Le primarie del centro-destra hanno asfaltato i due contendenti più accreditati, prima Sarkozy e poi Juppè. Quelle socialiste, svoltesi nell’assenza sdegnosa del presidente uscente, si sono risolte nella disfatta totale del suo presidente del consiglio e all’insegna del “tutti contro Valls”. Nè hanno garantito ai due vincitori il sostegno dei perdenti: a destra già ci si prepara a rimettere in discussione Fillon; mentre esponenti di grido del Psf, immediatamente dopo il 29 gennaio (se non addirittura prima) stanno passando, armi e soprattutto bagagli nel campo di Macron (lo stesso Hollande, tanto per dare il buon esempio, subordina il suo appoggio ad Hamon all’impegno di quest’ultimo di “assumere la sua eredità” – leggi di difendere il bilancio del quinquennio – cosa che il candidato non è assolutamente in grado di fare). In quanto alle “strutture portanti”, la domanda è: a cosa servono gli iscritti ? A decidere la linea, certamente no: quella cambia a discrezione dei capi del momento. A scegliere il candiadto alla presidenza, ancora meno: questa è decisa in primarie in cui votano tutti, dai simpatizzanti del Pcf a quelli del Fronte; e in cui molti dichiarano di aver votato in ambedue le primarie. E allora? E allora è meglio chiuderla lì.

Infine, è la fine del partito socialista francese. A partire dalla totale incompatibilità tra i sentimenti della base e le strategie perseguite dal suo gruppo dirigente. Da una parte Valls, con un programma da fare invidia a Renzi. Dall’altra un quadro di partito le cui ricette avrebbero avuto la piena approvazione di Corbyn e di Grillo; con il consueto score del 60% a favore di quest’ultimo. “Un contrasto insanabile tra due visioni della società” avrebbe commentato Valls. E con la fatale conseguenza di portare il primo nel campo di Macron (magari anche formalmente) e di orientare il secondo verso la ricostituzione di uno schieramento di “sinistra-sinistra” destinato a compiere una più o meno lunga traversata nel deserto prima di poter ridiventare alternativa di governo e di potere.

E’ la ripetizione, in Francia, di una frattura già registrata in Gran Bretagna e possibile anche in altri paesi d’Europa e nello stesso partito democratico americano. Un fenomeno alla luce del quale anche le nostre apparenti miserie italiane acquistano un significato e, direi, una dignità diversa.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. I socialisti francesi stanno pagando l’insipienza di Hollande e, contemporaneamente, il mancato approfondimento su quello che sta diventando la società al giorno d’oggi.
    Paradossalmente – absit iniura verbis – l’ha fatto meglio Trump, irrompendo con parole d’ordine inconcepibili dal 1945 in qua, piuttosto che i socialisti europei, francesi in primis.
    Ci si trastulla sul niente e si spera di cavarsela con Tizio o Caio, i quali, in mancanza di una strategia politica ed economica, Tizio e Caio restano,

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