domenica, 26 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

Export VS sovranisti
Pubblicato il 14-02-2017


Noi Italiani viviamo da anni sommersi da cattive notizie vere o presunte. Tra l’emergenza neve, quella siccità, quella terremoto, l’ondata di profughi dal Medio-oriente e la peggiore crisi economica dalla fine della guerra ad oggi, sembriamo essere solo in attesa dell’onda di tsunami destinata a spazzare via definitivamente un Paese in perenne crisi.
I problemi specie quelli economici certamente esistono, la crescita latita, il debito cresce, la disoccupazione giovanile anche, il divario Nord Sud aumenta e abbiamo certamente perso posizioni in termini di ricchezza relativa rispetto ai nostri maggiori partner e competitor ma anche e soprattutto rispetto alle economie dei Paesi emergenti.
Tuttavia l’analisi delle variabili economiche che registrano il posizionamento dell’Italia nell’economia internazionale, dimostrano che la sfida che la globalizzazione pone a tutti i paesi industrializzati occidentali può essere vinta.
L’unica condizione è che il sistema Paese intraprenda la strada corretta e non ceda al riflesso condizionato di chiudersi in un asfittico mercato interno ed in politiche economiche autorefernziali, assecondando l’ondata «sovranista» che sta investendo le opinioni pubbliche e i partiti politici di tutto il Mondo.
Esiste infatti una parte dell’economia italiana più esposta alla concorrenza internazionale, che ha enormemente beneficiato dalla crescente apertura dei mercati dimostrando una capacità di adattamento reale al nuovo mercato globale e soprattutto al nuovo corso in cambio forte e stabile aperto dall’entrata nella moneta unica.
Non stiamo parlando del « Grande Capitale » come molti politici demagoicamente affermano ma dell’ossatura della nostra economia più avanzata : le nostre aziende piccole e medie operanti nei settori traino del Made in Italy dall’agroalimentare all’automazione industriale.
I problemi pesano dunque, il Paese è in affanno ma la parte più dinamica dell’economia esce bene dal primo impatto con i mercati e con l’introduzione dell’Euro e può indicare la via del rilancio al resto del Paese.

Una nuova classe dirigente che abbia voglia di vedere le enormi opportunità che la globalizzazione offre, e le sappia cogliere introducendo i necessari accorgimenti a sistema fiscale, pubblica amministrazione, apparato infrastrutturale dovrebbe essere l’interlocutore della parte più dinamica e produttiva della nostra economia.
Dopo un 2015 spumeggiante sul fronte delle esportazioni ed un inizio 2016 balbettante, le nostre imprese esportatrici hanno fatto registrare nell’ultima parte dell’anno un recupero delle vendite all’estero che determinano anche nel 2016 una chiusura in positivo sul fronte delle esportazioni in linea con quanto accade dal 2009 ad oggi.
L’export italiano vola ovunque fuori dall’UE (in media + 4,1%), tranne che in Svizzera dove si registra un calo del 3,5% a fronte però di un + 21% in Cina, +19,9% nell’area Mercosur, + 12,2% negli USA, + 9,2% in Russia, + 7,2% in Giappone e + 4,8% in Turchia : tutto questo in attesa dei dati sull’export intra UE che si preannunciano positivi.
Dati non sorprendenti se si leggono le stime sullo stato di salute dell’economia mondiale analizzate dalla Bank of America che rileva come, al clima di sfiducia registrato a Davos nell’ultimo vertice del World Economic Forum, si contrappone nella realtà una crescita stimata del PIL mondiale nel 2017 del 3,2% con le 4 aree economiche traino tutte in netto recupero: USA, UE, Cina e India.
Se si affiancano a questi dati congiunturali quelli che registrano una tendenza decennale delle esportazioni italiane, ne emerge un quadro sorprendentemente positivo rispetto alla narrazione generale di un paese « schiacciato » dalla globalizzazione :
l’Italia ha esportato nel 2015 412,3 miliardi di Euro a fronte dei 332,1 esportati nel 2006, una crescita del 24,1% con picchi annui dell’11% e con un solo anno di variazione negativa (il 2009).
Il nostro saldo della bilancia delle partite correnti è dal 2012 di nuovo in positivo e nel 2014 ha raggiunto un surplus del 3,1% che non raggiungeva dal 1997 in una fase ultra espansiva dell’economia.
L’Italia aveva nel 2015 il quinto surplus manifatturiero al mondo (103, 8 Miliardi di Euro) alle spalle soltanto di Cina, Germania, Corea e Giappone e davanti a Francia, Regno Unito e USA. Il surplus manifatturiero italiano nel settore del legno è secondo solo a quello cinese ed è il quarto nel settore dei macchinari industriali. Nel 20% delle merci scambiate al Mondo, il surplus commerciale italiano si classifica nelle prime tre posizioni.
Se i dati sono questi dunque perchè il Paese soffre ?
La nostra risposta è che se i dati sull’export sono così positivi, evidentemente non stiamo facendo abbastanza per cogliere a pieno i frutti della globalizzazione.
Le imprese che fanno registrare questi numeri e che fanno del nostro Paese uno dei primi 10 esportatori mondiali sono prima di tutto troppo poche; da noi vale la regola del «20-80» (20% di esportatori regolari a fronte dell’80% di esportatori saltuari o non esportatori). In Germania la stessa ratio è del «40-60» circa. Troppe imprese insomma restano al caldo del mercato interno protette da rendite, monopoli, spesa pubblica o semplicemente non riescono a fare il salto verso i mercati esteri.
Le imprese migliori inoltre fanno registrare ottimi ritmi di crescita ma potrebbero probabilmente fare meglio, se il Paese non dovesse trascinarsi sulle spalle il peso di riforme non fatte e che sembra proprio in Italia non si riescano a fare : una tassazione meno soffocante, delle infrastrutture migliori, una PA vicina agli imprenditori e non ad essi ostile aiuterebbero le nostre imprese migliori a fare certamente meglio e forse le più deboli ad emergere.
Il mercato globale ha una domanda di Italia crescente sia in termini di prodotti, che di flussi turistici e negli ultimi anni anche di investimenti in entrata, che il Paese deve attrezzarsi per intercettare. Non è il mare della globalizzazione ad esser cattivo è la nostra nave a non essere abbastanza attrezzata per navigarci.
Se il pesce però nuota in mare, la nostra reazione non può essere quella di tornare in porto per esaurire le scorte rimaste, ma di attrezzarci per navigare e pescare meglio degli altri.
Certo la politica di controllo della spesa che ci viene imposta da Bruxelles a fronte del nostro indebitamento, ci impedisce di fare degli investimenti espansivi, magari in settori strategici che ci permetterebbero di affrontare la concorrenza con armi più potenti, tuttavia ricordiamoci che questa ci tutela anche dalla speculazione che è sempre in agguato e che proprio in questi giorni ha fatto risalire lo spread rispetto ai titoli del debito tedesco e soprattutto ci dovrebbe indurre a fare delle riforme che sono state sull’agenda di molti i Governi.
È la lista delle riforme non fatte alcune delle quali anche richieste da Bruxelles e non di quelle fatte che tarpa le ali della nostra crescita.
All’ultimo Governo (che è stato abbastanza prodigo d’interventi) sono rimaste molte frecce non scoccate : misure sull’aumento della concorrenza, misure di semplificazione fiscale, interventi semplificatori sulla pubblica amministrazione, la revisione della spesa, vari provvedimenti di rilancio delle PMI e delle start-up.
Un pacchetto di interventi che andrebbero nel senso di una semplificazione del sistema e di una riduzione del fardello sulle spalle delle imprese produttive che sfruttando le condizioni favorevoli date da crescita sostenuta e bassi tassi sul debito dei primi anni della moneta unica, la Germania ed altri paesi hanno fatto.
Negli stessi anni, in cui la disoccupazione in Germania era dell’11% e da noi dell’8% con una crescita compresa tra il 2 ed il 3% all’anno, noi abbiamo bruciato i nostri avanzi primari e continuato a spendere come se non ci fosse un domani, senza però dal lato della domanda investire in settori strategici e dal lato dell’offerta riformare l’apparato pubblico, allo scopo di creare un ambiente più favorevole allo sviluppo delle imprese ed alla crescita reale dell’economia.
Puntare il dito contro l’Euro, la Germania, l’establishment e la globalizzazione va certamente di moda, farà lucrare qualche voto in più alle prossime elezioni, ma indica il nemico sbagliato e ci fa solo perdere tempo prezioso.
È contro noi stessi che dobbiamo puntare il dito, e al nostro interno che dobbiamo trovare le soluzioni per affrontare i problemi elencati.
Se arrivano più turisti in Francia che in Italia nonostante il nostro 60% di patrimonio artistico mondiale o ne arrivano a Barcellona quasi il doppio che a Roma, non è perchè il « Grande Capitale » o l’ «Establishment» hanno deciso di farci del male ma perchè i nostri servizi turistici sono ancora arretrati, i nostri trasporti sono in parte inaffidabili e soggetti a scioperi, le nostre città sono sporche e insicure e i nostri alberghi non all’altezza.
Dire no alla globalizzazione oggi significa per un paese esportatore come il nostro e grande importatore di flussi turistici, rinunciare ad una prospettiva seria di crescita futura, negarci delle opportunità.
Per questa ragione sembrano scritte per l’Italia dei «sovranisti» e dei «no Euro» le parole del premier cinese Xi Jinping pronunciate a Davos in occasione del vertice del World Economic Forum dello scorso gennaio:
« …perseguire il protezionismo è come chiudersi in una stanza scura, il vento e la pioggia restano fuori ma anche l’aria e la luce… ».

Fabrizio Macri
Leonardo Scimmi

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