martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Formia, ispirazione per i suoi noti “passanti”
Pubblicato il 21-02-2017


Torre-di-Mola-Formia-364x245“Mola di Gaeta (Formia n.d.r.) ci salutò nuovamente con i suoi alberi ricchi di aranci. Siamo rimasti un paio d’ore. La baia innanzi alla cittadina offriva una delle più belle viste; il mare giunge fin qua. Se l’occhio segue la destra riva, raggiungendo infine la punta del corno della mezzaluna, si scorge su una rupe la fortezza di Gaeta, a discreta distanza. Il corno sinistro si stende assai più innanzi; prima si vede una fila di montagne, poi il Vesuvio, quindi le isole. Ischia è situata quasi di fronte al centro […]”.

Quando Goethe descriveva così Formia e il suo panorama, il Bar Sud, di certo, ancora non c’era. Oggi, se percorri la via Appia, te lo trovi prima di entrare nel centro abitato formiano, proprio a guardia del mare. Alloggiato in uno stabile che, nonostante la “rinfrescata”, si vede che è roba vecchia. Non vecchia come Goethe (forse!), vecchiotto però, sì.

Affianco al bar c’è un portone. Che, visto il brutto color ottone, probabilmente appartiene agli “scintillanti” anni ’80. E si addice poco sia alla poesia di Goethe, che alla bellezza del golfo.

In alto a sinistra è attaccata una lapide, che dà lustro al palazzo. Non solo perché, anche solo visivamente, da quella si capisce che lì è successo qualcosa; ma per il nome che su di essa vi è inciso: Antonio Gramsci.

Lo stabile era, infatti, la clinica del dottor Cusumano. E qui fu spedito il capo dei comunisti italiani dal regime dittatoriale di Mussolini, il 7 dicembre 1933. Sempre in detenzione, ovviamente, e dopo il periodo passato nel carcere di Turi.

Gramsci era tanto malato, quanto la clinica poco attrezzata per curarlo, come si sarebbe dovuto. Ma, come sappiamo, il primo pensiero di Mussolini non era certo la salute di Gramsci. Ma il suo cervello, a cui, come affermato dal pubblico ministero che lo condannò a 26 anni e 4 mesi di carcere, doveva essere impedito di funzionare.

Alcune testimonianze, riportate in un bel racconto di Mariangela Lombardi, ce lo descrivono schivo e sempre intento a scrivere e studiare. Mentre la città pareva disinteressarsi del capo dei comunisti italiani. Poco avvezza, come era, a slanci e fiammate politiche. E simile, invece, al clima del suo golfo, dove nulla, né il vento, né la pioggia né il mare è mai esagerato.

Pare che, invece, un birrocciaio riverisse Gramsci con tre colpi di frusta sul suo sfortunato ronzino, fermandosi, ogni dì, davanti alla clinica. Un gesto di riconoscimento.

In quello stesso periodo, nella clinica Cusumano, era ricoverato anche un altro personaggio, che tentò di far la pelle a Mussolini. Anzi, fu il primo a provarci insieme al deputato social-unitario Tito Zaniboni; il quale, però, non riuscì ad usare a dovere il suo fucile di precisione Steyr-Mannlicher M1895.

Il quasi “ducicida” è il generale Capello. Quello che, per intenderci, si fece fregare a Caporetto dalla futura Volpe del Deserto, Rommel; allora un oscuro capitano, che mise in subbuglio le linee italiane, determinando la tragica “Rotta”.

La mattina, Gramsci aveva due ore d’aria, durante le quali poteva fare una camminata lungomare, accompagnato sempre da dei carabinieri.

Ad attenderlo, come ricorderà anche Sofri in un bell’articolo sul Foglio, non trovava solo il carrettiere, ma anche un personaggio a lui molto più noto. Ovvero, l’ingegner Bordiga Amedeo.

Bordiga, insieme a Gramsci, aveva cambiato per sempre le sembianze della sinistra italiana, con la scissione di Livorno del 1921. E fu il primo segretario del PCd’I. Ma anche, in un certo senso, il primo (di fatto) illustre estromesso. Per poi esserne espulso nel 1930, perché difese, pur non condividendolo, Lev Trotsky.

Troppo a sinistra, Amedeo Bordiga; anche rispetto ai vari Terracini, Togliatti e Gramsci. Ritenuti, in seno al partito, “centristi” e filo stalinisti.

Fuori dalla politica attiva, Bordiga era approdato a Formia, perché di qui era sua moglie, la signora Antonietta De Meo.

A dispetto di qualche “malelingua”, che lo voleva ricco costruttore, in un ‘intervista all’Unità la signora Antonietta ribatte seccamente che Amedeo invece, nella vita formiana, si arrangiò.

Il fascismo gli aveva tolto il l’abilitazione ad esercitare la sua professione di ingegnere. Quindi, i progetti che realizzava, glieli firmavano gli altri. E di lui si servivano anche i preti, perché era una brava persona, e si fidavano: le chiese, insomma, non le bruciava, ma le riparava.

I due si incontravano, ma si salutavano appena. Fino a quando, come riportato da Sofri, Gramsci gli fece arrivare una “imbasciata”, con cui gli chiedeva di non farsi più vivo, altrimenti gli avrebbero tolto l’ora d’aria.

Come sappiamo, Gramsci lasciò, poi, Formia per andare a Roma. Dove morì nel  1937.

Bordiga, invece, a Formia rimase tutta la vita. Più o meno dimenticato dal suo PCI.

In quegli stessi anni ’30, però, un altro personaggio transitava per la cittadina del basso Lazio. Qualcuno, forse con qualche eccesso, lo ha definito un “eretico” all’interno del comunismo italiano. Comunque sia, si tratta di Pietro Ingrao, nativo di Lenola, piccolo centro abbarbicato su un colle tra i monti Ausoni. Che si estendono a nord fino ai Monti Lepini, vecchio feudo di sinistra della terra pontina. Quel punto sempre rosso, che faceva da contraltare alla nera e piatta Latina, la quale quelle alture dominano.

Ingrao studiò nel liceo classico della città. Quell’istituto “Vitruvio Pollione”, che, ancora oggi, è lì, vicino la stazione, sulla strada per andare alla Formia “alta”: il quartiere Castellone.

Della città, il futuro dirigente del PCI dice che:” era molto bella, un mare meraviglioso, una spiaggia stupenda, un luogo dove noi andavamo a flirtare. Una città piccola e viva, che aveva un bellissimo strato di gioventù che crescendo si univa alla gioventù di Roma […]”.

Ma non fu la bellezza cittadina a cambiargli la vita, perché se in quel periodo, come disse, “modificai il mio percorso politico e abbandonai le organizzazioni giovanili fasciste a cui tutti noi eravamo obbligati a essere iscritti e abbracciai gli ideali antifascisti […]”, il motivo risedette nell’incontro con un professore del liceo: Gioacchino Gesmundo.

Gesmundo fu il docente in storia e filosofia di Ingrao. Ma, soprattutto, era un ardente antifascista. Diventando, in seguito, gappista a Roma.

Nella capitale si trasferì, poi, anche lo stesso Ingrao; il quale ricorda che si recava nella casa di Gesmundo presso Porta Metronia. “Un appartamento pieno di libri e di giornali, perché in casa sua c’era la redazione dell’Unità e tanti studenti del liceo Cavour, dove lui in quel periodo insegnava, aiutavano la diffusione del giornale clandestino”.

Il professore, infatti, del giornale fondato da Gramsci, fu vicedirettore nel periodo più complicato e pericoloso.

Nominato vice commissario di Divisione delle formazioni della Resistenza romana, adibì la sua casa anche ad arsenale. Ma, durante una perquisizione dei fascisti, furono rinvenuti due sacchi di chiodi a tre punte, che servivano per preparare delle bombe.

Arrestato, fu portato in via Tasso; posto dove conducevano gli antifascisti per interrogarli e torturarli.

Gesmundo fu torturato per un mese intero, ma non parlò. Così, i tedeschi lo condannarono a morte, con esecuzione avvenuta alle Fosse Ardeatine.

Ma Formia, non è stata solo un posto per confini, esili più o meno volontari o inizi di attività cospiratorie. Perché, il suo clima placito, il suo essere un po’ fuori dal mondo la rendeva posto ideale per riposi.

È per questo che Nenni la scelse come luogo di vita “oltre” la politica. E solo una volta, il 22 aprile del 1956, la infiammò con la sua oratoria rivoluzionaria. Fu in un comizio tenuto in Piazza Municipio, in occasione delle elezioni amministrative.

La piazza era rossa e gremita. E per il PSI le elezioni furono un grande successo.

Nenni, proprio in quei giorni, appunta sul suo diario che “è cominciata la costruzione della villetta che sorge con i soldi del premio Stalin”.

Come sappiamo, i soldi, dopo i tragici fatti di Ungheria del 1956, Nenni gli devolvette alla Croce Rossa Internazionale; ma la villetta vide, di lì a poco, la luce egualmente. Diventando il luogo dell’otium meditativo e distensivo del leader socialista; che, comunque, aveva iniziato già a frequentare Formia nel 1948, ospite di Remigio Paone, impresario dello spettacolo.

Sarà un caso, ma che uno dei più grandi oratori della storia politica italiana abbia voluto la sua villetta proprio vicino alla tomba di quel maestro di retorica, che fu Cicerone, è un fatto almeno divertente.

Probabilmente, il console romano avrebbe apprezzato i famosi slogan del rivoluzionario romagnolo (“O Repubblica o il caos”, “C’è sempre uno più puro di te che ti epura”), rimasti nella storia del nostro paese. Ma certo è che entrambe scelsero la località di Vindicio, vicino al mare. Nenni, nel suo diario annota:” Il posto è bello con un lieve promontorio, che domina l’incantevole Golfo di Gaeta”. Cicerone avrebbe approvato.

Lì, trovò “sole, mare, pace”. E con la sua bici, la mattina, percorrendo la via Appia, si recava alla vecchia edicola di Silvio Paone per acquistare i giornali.

Erano, certo, altri tempi. Ma nessuno lo importunava, pur se i fascisti a Formia non sono mai mancati. Nessuna scorta particolare. Nessuna ressa. Nulla. Tutti lo conoscevano, riconoscevano, e magari lo vedevano come Pasolini nella sua famosa poesia “Con che amore io vedo lei, acerbo, gli occhiali e il basco d’intellettuale, e quella faccia casalinga e romagnola”. Se ne rispettava la, oggi, tanto richiesta privacy.

Nella sua villetta, passarono in molti: Togliatti, Saragat, Rumor, Moro e tutta la nomenclatura del PSI.

Ma a Formia, Nenni, tentava di appartarsi. Pur se non si negava agli operai della vetreria di Gaeta, che lo andavano a trovare.

In giardino, si era fatto costruire un campo da bocce, dove giocava con i suoi amici del posto. Tra cui il dottor Tipaldi, medico della famiglia Nenni, e  primario dell’ospedale Dono Svizzero di Formia. Un agglomerato di baracche, prima che Nenni si impegnasse a che divenisse un ospedale dalle sembianze “umane”.

Un altro padre nobile della sinistra scelse Formia per i suoi riposi fu il “post-fascista” (come preferiva definirsi), Vittorio Foa.

Forse, anche per la sua anima movimentista, alla quiete del mare, preferì i ritmi del vecchio quartiere popolare “Castellone”.

Qui, aveva la sua casa Maria Teresa Tatò, detta Sesa.  Sorella di Franco, storico portavoce del segretario del PCI, Berlinguer, e che compare, con il nome di Lisetta, anche nel famoso romanzo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg.

La loro casa era sempre aperta a tutti. E lì, Foà, scrisse alcuni dei suoi libri più celebri, come “La Gerusalemme rimandata”, “Questo Novecento” e “Le virtù della Repubblica”.

Che due ex partigiani potessero sposarsi, potrebbe essere, forse, nelle cose. Ma che lo facessero quando lui e lei avevano, rispettivamente, 95 e 80 anni, non è cosa da tutti. Ma lo stesso Foa amava dire che:” Quando si è vissuti così a lungo e così bene, non si può abbandonare. Devo darmi un progetto”.

Chiaro, direi. E non cosa da poco per uno che, tra i vari progetti, ha realizzato anche quello di dare all’Italia la democrazia.

La città di Formia gli ha dedicato un auditorium e un premio. Il Partito Democratico locale, una sezione. Circolo, scusate!

Nel giugno del 1999, scrisse che “l’Europa esiste, ma il nuovo secolo è tutto da inventare”. Aveva ragione, pur non avendo potuto vedere cosa sta ora succedendo.

Formia è sicuramente più famosa per il suo golfo, che per il passaggio, voluto o forzato, di queste persone. Persone che non rappresentano, usando le parole di Joseph Mitchell, la “gente minuta”. Tuttalpiù, in questo caso, la “gente di passaggio”.

Non so, precisamente, e non importa stabilirlo qui, cosa tramuti un semplice fatto del passato in un fatto storico. La risposta la lasciamo a E. H. Carr, con il suo “Sei lezioni sulla storia”, in cui troviamo anche scritto che la storia è un’enorme sega verticale piena di denti mancanti. E, questi denti, non gli troveremo certamente a Formia.

Però, “allontanandoci dal molo, la vista rimane sempre bella, sebbene si perda il godimento del mare. L’ultimo sguardo che gli rivolgiamo coglie una graziosa insenatura che vien disegnata (…)” (Goethe).

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