lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Globalizzazione e crisi
della democrazia
Pubblicato il 21-02-2017


Il numero 6/2016 de “Il Mulino” ha ospitato alcuni interessanti articoli critici sul problema della tenuta della democrazia, a fronte degli effetti del processo di globalizzazione delle economie nazionali. E’ largamente condivisa e consolidata l’idea che gran parte dei sistemi sociali, che hanno realizzato il grande balzo in avanti nei “trent’anni gloriosi” del dopoguerra, trovino forti difficoltà a sottrarsi agli effetti negativi della crisi iniziata a partire dalla fine degli anni Settanta; ciò perché la globalizzazione e l’ideologia che la sorregge avrebbero determinato, proprio a partire dalla fine di quegli anni, il venir meno delle condizioni (in particolare, patto capitale/lavoro e conservazione dei confini degli Stati nazionali) in presenza delle quali, da parte delle forze di sinistra socialdemocratiche, era stato possibile la realizzazione delle politiche keynesiane, con cui sono stati governati i sistemi economici ad economia di mercato e plasmate le società democratiche del dopoguerra.

Nell’articolo “Democrazia e capitalismi”, Carlo Trigilia, partendo dal presupposto che, per superare le difficoltà dell’oggi, le società capitalistiche democratiche avrebbero bisogno del ripensamento di una nuova strategia da parte delle forze di sinistra, afferma che gli ostacoli a tale ripensamento sono riconducibili alla globalizzazione e ai cambiamenti socio-culturali da essa indotti, quali l’indebolimento del welfare e delle relazioni industriali, la maggior mobilità delle attività produttive e del capitale, nonché le politiche neoliberiste che hanno sorretto l’allargamento e l’approfondimento del processo di integrazione internazionale delle singole economie nazionali.

Non solo; a parere di Trigilia, la diffusione dell’ideologia dell’individualismo e la crisi dei partiti tradizionali, che si erano identificati in gran parte delle politiche del dopoguerra, unitamente alla personalizzazione della politica ed al crescere dei movimenti populistici, “hanno indebolito le basi sociali e culturali della mobilitazione collettiva che aveva sostenuto lo sviluppo inclusivo post-bellico”; i cambiamenti socio-culturali indotti dalla globalizzazione, perciò, avrebbero reso oggi estremamente difficile conciliare lo sviluppo inclusivo del passato con una struttura istituzionale funzionante secondo le regole della democrazia.

Riferendosi all’Italia, Trigilia assume che il ripensamento della nuova strategia delle forze di sinistra dovrebbe consistere nella loro traduzione al singolare, al fine di esprimere un’unica forza politica o un’insieme di forze politiche unite dalla condivisione dell’”obiettivo di uno sviluppo inclusivo, capace cioè di ridurre il più possibile le disuguaglianze nel quadro di un’economia di mercato e in un regime di democrazia politica”; sulla scorta di un simile ripensamento della strategia delle forze di sinistra, che in realtà ricalcherebbe quella storicamente seguita nel dopoguerra, Trigilia afferma che “per una sinistra che voglia perseguire effettivamente uno sviluppo inclusivo”, sia ancora possibile “imparare dalle esperienze socialdemocratiche, concertate, consociative […] dell’Europa centro-settentrionale”.

Per portare argomenti a sostegno della sua tesi, Trigilia ricorre alla comparazione di “tipi differenti di democrazia connessi a modelli diversi di capitalismo”, perché egli è convinto che la considerazione delle differenze esistenti nel modo di funzionare dei diversi sistemi possa aiutare a “non portare in soffitta, forse troppo prematuramente, l’esperienza della sinistra democratica nord-europea”. Pur incerto della possibilità che ciò possa servire a superare le difficoltà in cui si dibattono l’economia e la società dell’Italia, Trigilia è però del parere che quanto può essere ricavato dall’analisi comparativa dei differenti sistemi possa servire allo scopo.

Con riferimento al nostro Paese, Trigilia rileva che gli ultimi anni di governo hanno messo in evidenza come sia difficile, senza un “compromesso ampio e stabile”, dare una “risposta solida” al permanere dei motivi di crisi; fatto, questo, che condizionerebbe non poco le riforme, in particolare quelle elettorali, che sarebbero necessarie per realizzare la forma di consenso del quale l’Italia avrebbe bisogno per “la fuoriuscita dalla crisi economica”. L’assenza di un consenso “ampio e stabile” avrebbe giustificato la propensione delle forze politiche ad orientarsi verso una “democrazia maggioritaria”, al fine di consentire, alla forza politica o all’insieme di forze politiche che fossero riuscite a vincere le elezioni, la realizzazione delle riforme economiche necessarie, affrancate da ogni sorta di vincolo compromissorio con altre forze sociali, quali quelle sindacali e imprenditoriali.

E’ in questa prospettiva che, secondo Trigilia, devono essere lette le vicende politiche recenti dell’Italia, che hanno visto il governo impegnato a riformare la Costituzione, e con essa le leggi elettorali, per assegnare un forte premio di maggioranza alla forza politica o alla coalizione di forze politiche vincitrici delle elezioni; tutto ciò, per garantire all’attività di governo una capacità decisionale più rapida e meno vincolata dalle pretese di forze sociali estranee al mondo della politica. Il ricorso alla democrazia maggioritaria, però, ha sollevato forti riserve da parte di chi teme un affievolimento del controllo democratico sull’attività di governo e da parte di chi non condivide l’esclusione dagli organi politici decisionali di un’eccessiva quota di aventi diritto al voto. Tuttavia, Trigilia ritiene che la democrazia maggioritaria meriti d’essere seriamente presa in considerazione, per il contributo che essa potrebbe assicurare sul piano dell’attuazione di politiche appropriate al sostegno di “una ripresa dell’Italia basata su uno sviluppo inclusivo”.

Molti Paesi appartenenti al mondo anglosassone hanno adottato con successo la democrazia maggioritaria, per cui vale la pena, a parere di Trigilia, osservare come essi siano riusciti a gestire il loro sistema socio-economico evitando alcuni dei gravi problemi che affliggono invece il sistema sociale e quello economico dell’Italia. In quei Paesi – afferma Trigilia – la democrazia maggioritaria governa con successo “un modello di capitalismo liberista in cui è lasciato più spazio al mercato”, conseguendo aumenti di reddito e dei livelli occupazionali, ma “con elevate disuguaglianze sociali, dovute essenzialmente all’indebolimento fino all’irrilevanza delle organizzazioni sindacali e delle relazioni industriali, e al ridimensionamento o comunque al ruolo più marginale del welfare”.

Tutto ciò avverrebbe, secondo Trigilia, perché la democrazia maggioritaria produrrebbe l’effetto di favorire, nei Paesi che l’adottano, l’operare del bipartitismo e la propensione dei partiti rappresentanti dei diversi strati sociali a strutturare la propria offerta “in modo da ricercare e ottenere la maggioranza dei voti”; al contrario, nei sistemi sociali, come quello italiano, nei quali la stratificazione reddituale è divenuta complessa, “vincere con la maggioranza, piuttosto che vincere con le alleanze”, spingerebbe le forze politiche in competizione a “cercare di conquistare il voto cruciale dell’elettorato centrale di ceto medio”. In conseguenza di ciò, la democrazia maggioritaria non opererebbe a favore dei gruppi sociali più deboli, i quali, anche perché sottorappresentati, tenderebbero a confluire nei movimenti populistici.

A fronte del diverso esito cui può condurre la democrazia maggioritaria, diventa naturale chiedersi, a parere di Trigilia, se sia mai possibile perseguire l’obiettivo della crescita del reddito e dei livelli dell’occupazione e dell’inclusione sociale attraverso la democrazia maggioritaria, ma a costo di una crescente diffusione delle disuguaglianze sociali. A tale scenario, per Trigilia, si può contrapporre un’alternativa organizzativa della democrazia, all’interno della quale realizzare la crescita del reddito e dell’occupazione in presenza di minori disuguaglianze. I Paesi dell’Europa centro-settentrionale sarebbero quelli nei quali questa alternativa è stata realizzata.

In quei Paesi, in luogo di quella maggioritaria, funzionerebbero forme di democrazia di tipo consensuale, all’interno delle quali sarebbero attuabili politiche pubbliche condivise e sostenute da governi di “larghe intese”, con cui promuovere e supportare processi di crescita socialmente inclusivi. I governi dei Paesi dell’Europa centro-settentrionale sarebbero espressi da maggioranze multipartitiche, sulla base di leggi elettorali proporzionali. Per via della loro natura consensuale, le democrazie di questi Paesi sarebbero rese operanti dalle intese con le forze sociali estranee al mondo della politica, quali quelle sindacali e imprenditoriali. Nel complesso, Trigilia ritiene che il risultato di queste forme di democrazia sarebbe un assetto regolativo tendente “a promuovere un’economia di mercato più coordinata, capace di crescita inclusiva, con minori disuguaglianze sociali”, attraverso cui fare fronte alle sfide della globalizzazione, grazie ad un condiviso meccanismo ridistribuivo solidaristico e ad un più esteso sistema di welfare.

I pilastri della democrazia consensuale sarebbero espressi da “una spinta alla trasformazione in senso più partecipativo e corresponsabilizzante” della forza lavoro; trasformazione resa possibile dal coinvolgimento – e non con la delegittimazione – delle organizzazioni sindacali, da una “flessibilizzazione del mercato del lavoro”, quindi da una “trasformazione del welfare” e, ancora, da un “forte investimento in istruzione e capitale umano”, affiancato da “un altrettanto forte impegno” al finanziamento “di politiche per la ricerca, l’innovazione e il trasferimento tecnologico”.

In sostanza, nei Paesi a democrazia consensuale, le forze di sinistra avrebbero ridefinito la tradizionale strategia socialdemocratica, con la creazione di stimoli positivi alle attività produttive e l’offerta di “beni collettivi attraenti” per le parti sociali più svantaggiate, in un quadro politico di larga condivisione. Il contrasto esistente tra Paesi a democrazia maggioritaria, con crescita non inclusiva, e Paesi a democrazia consensuale, con crescita inclusiva, dovrebbe indurre le forze della sinistra italiana a ripensare la strategia politica sinora praticata; ciò in considerazione, innanzitutto del fatto che l’Italia, essendo un Paese il cui elettorato è fortemente eterogeneo sul piano distributivo, la democrazia maggioritaria che vi si può realizzare è sicuramente fonte di una maggiore complessità politica; in secondo luogo, pur ammesso il possibile consolidamento della democrazia maggioritaria, va riconosciuto che il mancato perseguimento di una crescita inclusiva sul piano sociale può solo portare all’allargamento della protesta e all’irrobustimento dei tanto criticati movimenti populistici.

A ben vedere, la nuova strategia delle forze di sinistra proposta da Trigilia costituirebbe per l’Italia un “déjà vu”?; infatti, in che cosa sarebbe consistita la politica d’ispirazione keynesiana attuata nel primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, se non in una politica resa possibile da una forma di democrazia consensuale che, a meno del modo più razionale con cui essa ha funzionato nei Paesi del Centro-Nord dell’Europa, aveva gli stessi obiettivi (politici, economici e sociali) ancora oggi perseguiti da questi Paesi? Certo, la maggiore integrazione sociale di questi ultimi ha fatto sì che in essi, le forze socialdemocratiche risultassero nella loro azione meno condizionate dalla disomogeneità del contesto sociale che è stata, e continua ad essere, propria dell’Italia, e riuscissero così a reggere più a lungo alle insidie della globalizzazione; comunque, allo stato attuale, è ormai certo, anche per quelle democrazie consensuali, l’indebolimento della capacità di riuscire a sottrarre i loro contesti sociali ed economici agli effetti destabilizzanti del fenomeno della globalizzazione.

Che in Italia, le forze riformiste e socialdemocratiche possano perseguire, anche secondo modalità di democrazia maggioritaria, il contenimento degli esiti negativi della globalizzzione, non dipende tanto da una riproposizione allargata delle politiche e delle istituzioni attuate e realizzate nei “gloriosi” trent’anni del dopoguerra, quanto dalla capacità di innovare radicalmente il patto originario stretto tra capitale lavoro.

In realtà, dopo gli anni Settanta, le forze socialdemocratiche italiane, anziché privilegiare la via dell’innovazione sul piano dei contenuti delle politiche pubbliche, hanno preferito seguire fantasiose “terze vie”, che le hanno ridotte ad un ruolo di asservimento alla nascente ideologia neoliberista. Non si può non concordare con il senso della conclusione cui perviene Michele Salvati, nel suo articolo “La democrazia è in crisi. C’è qualcosa di nuovo?”, pubblicato sullo stesso n. 6/2016 de “Il Mulino”. Egli sostiene che la sofferenza che affligge la democrazia italiana è imputabile alle difficoltà dei partiti riformisti tradizionali a far fronte alle proteste dei movimenti populistici; questi, contrariamente a quanto si è soliti sostenere, non hanno l’obiettivo di un superamento della democrazia, ma quello di vederne operante all’interno del Paese una migliore, in grado di porre rimedio ai disagi sociali più insostenibili. E’ questo il problema che, più di ogni altro, dovrebbe spingere le forze socialdemocratiche dell’Italia a innovare la propria obsoleta strategia politica.

Gianfranco Sabattini

 

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Commenti all'articolo
  1. Ho letto l’articolo “tutto d’un fiato”, come si usa dire, avendovi trovato analisi e spunti interessanti, ma mi riesce poi abbastanza difficile farne una sintesi, nel senso di tirarne le somme, anche perché sono in buon numero i concetti da mettere in fila ed “elaborare”, e mi sono anche chiesto se l’obiettivo dell’Autore non sia tanto l’arrivare ad una conclusione ma offrire piuttosto elementi e motivi di riflessione.

    Supponendo che quest’ultima mia “interpretazione” abbia un qualche fondamento, provo a metter giù una personale considerazione, partendo da quel punto dell’articolo in cui si dice “imparare dalle esperienze socialdemocratiche, concertate, consociative […] dell’Europa centro-settentrionale”, perché ritrovo in tali righe il termine “consociativo”, che sembrava ormai improferibile e “ripudiato”, in quanto simbolo della Prima Repubblica.

    Dopo di allora, la “democrazia maggioritaria”, mutuando la definizione dell’Autore, doveva essere quella che avrebbe dato stabilità e forza agli Esecutivi, anche verso l’esterno cioè sul piano internazionale, ma dal come si sono sviluppati i fatti sembra non essere andata così, e dovremmo quindi chiedercene le ragioni per vedere, o tentare di farlo, dove sta l’eventuale “errore”, quantomeno di valutazione politica.

    C’è chi ritiene che la vocazione maggioritaria sia adatta ai sistemi bipartitici, e non è dunque il nostro caso, e ciò dovrebbe o potrebbe spingere le coalizioni a trasformarsi in un unico partito, ma poi vediamo che quando nascono problemi e attriti all’interno di un “grossa” entità politica, segnatamente se ha responsabilità di governo, si creano condizioni che stentano a trovare rapida soluzione, per ragioni ideologiche e quant’altro, e che si riflettono inevitabilmente sulla vita del Paese (talvolta anche a lungo, finché le tensioni intestine restano tali).
    Nel proporzionale, invece, le alleanze contratte posteriormente al voto possono anche disfarsi, se e quando viene a mancare l’intesa sui programmi concordati, ma di norma non vi sono interminabili “agonie”, così che il Paese non viene tenuto col “fiato sospeso”, e per solito non ne viene neppure fatto un “dramma”, anche perché ci si può lasciare “senza rancore” e si va avanti cercando di individuare una possibile e percorribile alternativa..

    C’è chi teme che nel consociativismo possa succedere di “tradire” il proprio elettorato, timore legittimo pur se non è ovviamente automatico che ciò avvenga, ma se fossero reintrodotte le preferenze – argomento sicuramente delicato, che meriterebbe una valutazione a parte – il legame diretto dell’eletto coi propri sostenitori funzionerebbe probabilmente da bilanciere e “freno” ad una eventualità del genere, anche se la cosa, da come la vedo io, andrebbe abbinata alla attribuzione, in capo al Primo Ministro, di poter sciogliere le Camere (ma qui, se non erro, deve intervenire una Riforma costituzionale).

    Paolo B. 21.02.2017

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