mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

“Here’s to you,
Nicola and Bart”
Pubblicato il 23-02-2017


sacco e vanzettiNella nuova era trumpiana dei muri che sostituiscono i ponti e in quella delle grandi migrazioni verso l’Europa da parte di popolazioni provenienti da paesi flagellati da guerre e miserie, è bene ricordare una storia di migrazione e speranza, di sogni infranti e di ideali riabilitati, un storia italiana, americana e molto contemporanea. La storia di Sacco e Vanzetti.

La vicenda di Nicola e Bartolomeo, Nick e Bart come venivano chiamati, è una storia impossibile da dimenticare, un esempio di lotta per la libertà e l’eguaglianza.

È il 1908 quando il ventenne Bartolomeo Vanzetti dal Piemonte emigra in America, la libera, la generosa ‘Merica; l’anno dopo ad arrivare dalla Puglia nella terra delle possibilità è Fernando Nicola Sacco allora diciassettenne. Le loro strade però non si incroceranno fino al 1916, anno in cui entrambi entrano a far parte di un collettivo anarchico italoamericano. Sono gli anni della Grande Guerra e Nick e Bart, pacifisti convinti, decidono insieme ad altri di fuggire in Messico per non essere chiamati alle armi, per non dover combattere per quel Paese che non li ha accolti come figli, che li ha emarginati e sfruttati. Sono gli anni della presidenza di Woodrow Wilson, sotto la cui amministrazione viene introdotta la segregazione razziale nel governo federale, gli anni della paura della cospirazione ‘rossa’ e dell’insidia sovversiva; gli italiani, anarchici e indomabili, vengono sempre più spesso controllati dall’amministrazione americana: bisogna dimostrare al mondo che si ha mano ferma dinnanzi ai pericoli eversivi. Nicola e Bartolomeo con i loro ideali rappresentano, come molti allora, una minaccia.

Sacco è un grande lavoratore, fa l’operaio in un calzaturificio a Milfort, una cittadina del Massachusetts; lavora più di dieci ore al giorno per sei giorni la settimana. Partecipa attivamente a manifestazioni e proteste per i diritti dei lavoratori e quando la sera, stanco, torna a casa ad aspettarlo trova l’amatissima moglie Rosina e i figli Dante e Ines. Sacco, nelle sue lettere, descrive lucidamente lo sfruttamento lavorativo degli immigrati sotto lo stretto controllo dei “bosses”, una pratica che non si allontana affatto dal moderno caporalato che specula con lucidità criminale sulla manodopera dei migranti e non solo.

Quella di Vanzetti è un anima diversa, più inquieta e avventurosa, legge avidamente Zola, Marx, Tolstoj e Darwin ma anche Dante e Leopardi; fa il pescivendolo perché da operaio della Cordage Company di Plymouth aveva guidato una rivolta di lavoratori che protestavano per la riduzione delle ore di lavoro e per un equo salario, e da allora nessuno più aveva voluto offrirgli un lavoro.

Entrambi tornano dal Messico in Massachusetts alla fine della guerra; tra di loro nasce una grande amicizia, e condividendo gli stessi ideali si schierano dalla parte dei deboli e degli oppressi, dei semplici e dei perseguitati. Non sanno però di essere nell’elenco segreto che il Dipartimento di Giustizia ha compilato includendovi coloro che professano idee contrarie all’ordine pubblico. E’ in quel contesto difficile che muore in circostanze misteriose, precipitando dal quattordicesimo piano dell’edificio di polizia dove è trattenuto, Andrea Salsedo un anarchico siciliano amico di dei due. Vanzetti, Sacco e altri compagni, ormai consapevoli del clima di terrore che si sta instaurando, decidono di nascondere il materiale di propaganda in loro possesso. Ciò che emerge dalle lettere dei due italiani è che Sacco stava preparando bagagli e documenti perché aveva deciso di tornare in Italia, deluso e amareggiato dall’esperienza americana.

È troppo tardi: Sacco e Vanzetti vengono arrestati a Bridgewater e trattenuti in carcere con l’accusa di possesso illegale d’armi; accusa che verrà tramutata dopo poco in rapina e duplice omicidio perché l’occasione di colpire finalmente gli ideali in cui i due anarchici credono è arrivata: circa un mese prima Frederic Parmenter e Alessandro Berardelli restano uccisi in una rapina a mano armata nel calzaturificio Slater&Morrill a South Braintree. I testimoni, che riferiscono di aver visto degli uomini bruni e tarchiati, fanno pensare agli investigatori che potrebbe trattarsi di italiani. Durante il processo sono molti i momenti in cui il procuratore distrettuale Frederick Katzmann e il giudice Webster Thayer dimostrano chiari atteggiamenti razzisti nei confronti dei due imputati, definiti “bastardi anarchici” e Wops, termine denigratorio con cui venivano chiamati molti immigrati italiani.

Nel processo di Dedham per l’omicidio di South Braintree, Sacco e Vanzetti indignati protestano invano contro il traduttore Joseph Ross, amico del giudice Thayer che manipola in inglese le loro affermazioni. Il 14 luglio 1921, dopo un anno di processo, nonostante le prove insufficienti a loro carico, vengono dichiarati colpevoli di duplice omicidio di primo grado e condannati a morte. L’istanza di rinnovo del processo e le successive 4 eccezioni deposte dalla difesa vengono tutte respinte. Nemmeno un debole spiraglio di luce entra nelle buie celle dove sono rinchiusi. L’unica speranza arriva inaspettata dopo 4 anni, nel 1925, quando il gangster portoricano Celestino Madeiros, rinchiuso nello stesso carcere di Sacco a Dedham, confessa di aver partecipato alla rapina di South Braintree e indica nella banda dei fratelli Morelli i colpevoli del duplice omicidio, scagionando di fatto i due anarchici italiani. Il giudice Thayer respinge però anche la mozione deposta dopo la confessione di Madeiros. La grande macchina della giustizia americana è contro di loro.

Il 9 aprile del 1927 venne confermata la condanna a morte; pochi giorni dopo Vanzetti, ancora fiducioso al contrario dell’amico Sacco, firma la richiesta di clemenza; il governatore del Massachusetts, Alvan T. Fuller, la rifiuta.

Nonostante la mobilitazione di attivisti e intellettuali come Albert Einstein, Bertrand Russell, George Bernard Shaw, Dorothy Parker e Alice Stone Blackwell, che con Vanzetti intratterrà anche una commuovente corrispondenza epistolare dal carcere, per i due sfortunati italiani non c’è più nulla da fare.

Restano ormai solo i giorni dei ricordi: come quelli di un giovanissimo Vanzetti che appena arrivato in America, di fronte a quella nuova realtà così diversa dal suo paese, ripensava alla sensazione provata, così forte e sconcertante, in cui “I migranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolore che pesa così tanto su chi è appena arrivato”.

E’ il 23 agosto del 1927, da poco è passata la mezzanotte e le luci del penitenziario di Charlestown brillano quattro volte. E’ il segno che la condanna è stata eseguita. Nick e Bart sono morti, dopo sette anni di carcere, giustiziati sulla sedia elettrica a 6 minuti di distanza l’uno dall’altro. Le ultime parole di Sacco furono “Viva l’anarchia!” e poi un pensiero commosso alla moglie e ai figli.

Condannati ingiustamente perché anarchici e immigrati italiani, perché credevano profondamente e con coerenza nei loro ideali, la memoria di “Nick” e “Bart” è stata formalmente riabilitata solo nel 1977, quando l’allora governatore del Massachusetts Michael Dukakis, ha riconosciuto ufficialmente l’errore giudiziario.

Nel 1921, dalla prigione, Vanzetti aveva scritto: Cercai la mia libertà nella libertà di tutti, la mia felicità nella felicità di tutti. Compresi che l’eguaglianza di fatto, nelle necessità umane, di diritti e di doveri, è l’unica base morale su cui può reggere l’umano consorzio. Strappai il mio pane con l’onesto sudore della mia fronte; non ho una goccia di sangue sulle mie mani, né sulla mia coscienza.

Da ottant’anni, ogni 23 agosto, viene proclamato il S.&V. Memorial Day. Sul documento, scritto dal governatore Dukakis per l’occasione, si legge: “Il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti devono ricordarci sempre che tutti i cittadini dovrebbero stare in guardia contro i propri pregiudizi, l’intolleranza verso le idee non ortodosse, con l’impegno di difendere sempre i diritti delle persone che consideriamo straniere per il rispetto dell’uomo e della verità”.

Giuliana Salvi
Blog Fondazione Nenni

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