sabato, 22 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

I socialisti onesti c’erano. E io sono uno di quelli
Venerdì di Repubblica
Intervista a Ugo Intini
Pubblicato il 17-02-2017


Rivisitata con l’occhio della memoria, la stagione di Mani Pulite che segnò il turbolento passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica nel vento della revanche popolare (non si usava ancora il termine populista), accompagnata dal tintinnio di manette più qualche suicidio, un quarto di secolo dopo come la vede uno che ci è passato dentro senza danni e sempre con la convinzione che «quel sottosopra si sarebbe potuto evita re»? Ugo Intini non sembra avere dubbi: «Penso ancora che fu fatto un uso illiberale della giustizia nel contesto di una campagna mediatica che portò alla fine della Prima repubblica senza che fosse stata costruita la Seconda».

Classe 194l, politico, giornalista,saggista, esponente storico del Psi, sottosegretario agli Esteri nel governo Amato e viceministro in quello Prodi, Intini rifiuta la definizione di “socialista pentito”. «Non mi piace» dice.

E quella di “socialista onesto”? Vorrà mica dire che tutti erano senza colpe.

«La stragrande maggioranza dei socialisti era onesta. Per loro come per altri c’era stato un periodo borderline durato 40 anni, un sistema che poi è degenerato. Oggi il finanziamento alla politica ai margini della legalità continua e per giunta riguarda poco i partiti, che peraltro non ci sono più, e molto i singoli. Non mi sembra un miglioramento”.

Ha avuto occasione di incontrare negli anni i compagni dipartito di allora?

«Ouasi tutti».

Anche quelli che hanno subito condanne?

«Ho incontrato sia quelli con i quali sono stato in sintonia sia quelli con i quali ci sono state polemiche. Alcuni di più altri di meno».

E avete parlato di quel 1992?

«Non sempre, e solo con alcuni. Con il tempo accade con minore frequenza. Anche perché oggi non faccio più politica attiva. Scrivo libri e articoli».

Il suo ultimo libro, “Lotta di classi” è dedicato al rovesciamento della piramide che vede l’Italia trasformata in un Paese con molti vecchi e pochi giovani,

«È un argomento che merita grande attenzione. Anche questo è un modo di fare politica, sapendo che un Paese con sempre meno giovani e sempre meno istruiti è un Paese che corre seri rischi».

Lei è stato vicino a Bettino Craxi anche quando fuggì a Hammamet per evitare l’arresto. Che ricordo ne conserva?

«Craxi viveva nel culto di Pietro Nenni, il leader storico del partito socialista, e come lui, era convinto che la politica venisse prima di tutto. Questo spiega molte delle sue scelte. Oggi invece la politica non viene prima di tutto, anzi rischia proprio di sparire. Siamo alla privatizzazione della politica».

Craxi era considerato un duro, un tratto del carattere che, quando era premier si tradusse nel suo decisionismo. Ma a Hammamet è apparso fragile.

«Era un uomo di partito e, in quanto tale, non poteva non essere amareggiato da quella che lui giudicava un’azione che avrebbe portato alla distruzione non solo del Psi ma anche di altre forze politiche. È stato il suo cruccio nella solitudine di Hammamet».

Lei è andato a trovarlo qualche volta in Tunisia?

«Una sola. Se ricordo bene era il 2008. Era già molto malato. Parlammo prevalentemente di politica. Per lui era come se non si potesse parlare d’altro».

Pensa ancora, venticinque anni dopo, che si poteva evitare “tutto quel sottosopra”?

«Diciamo che era giunto il momento di pensate a un cambio: lo si poteva fare in senso riformista e non violento. Si poteva e si doveva fare allora. E credo che si dovrebbe fare a maggior ragione oggi»

Salvatore Tropea

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