venerdì, 15 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il compagno Nino Buttitta
Pubblicato il 08-02-2017


Con Nino ci incontravamo la sera al Bar del Viale in via Libertà, la Via Veneto dei socialisti palermitani negli anni sessanta e settanta. Il Bar del Viale, era il caffè vetrina della Palermo bene e si trovava a pochi metri dalla sede della Federazione del Partito.

La sera un gruppo di compagni prendeva posto attorno ad uno dei tavolini del bar, magari per consumare solo un caffè. Io preferivo, sia d’estate che d’inverno, il ‘pezzo’ di gelato al “giardinetto” (limone, fragola e canditi). Al Bar del Viale la politica diventava gossip e pettegolezzi, discorsi da caffè per dirla in breve. Per me era un modo per conoscere meglio e dal vivo l’animo dei compagni al di là degli schieramenti correntizi.

Con Nino, anche lui frequentatore del ‘Viale’, fraternizzammo subito. Per Lui era un’occasione per esternare la sua ironia, l’essere, prima di un docente universitario, il compagno di strada che è sempre stato. Io riconoscevo in lui lo spessore culturale, la sua disponibilità al dialogo. Lui, ritengo, intravedeva una persona con la quale poter dialogare e una voglia matta di apprendere e di mettersi in gioco. La sera, alla fine delle conversazioni politiche e non con i compagni, su per giù sempre le stesse, era già scontato che sarei stato io, e con grande piacere, ad accompagnarlo a casa. Nino non aveva mai guidato la macchina. Nel breve tragitto verso casa sua, a quei tempi avevo una cinquecento, cominciammo a conoscerci meglio. A conoscere i miei progetti, a parlare dei miei studi. Fu così che Nino mi seguì quel pomeriggio di fine agosto del millenovecentosessantotto a Piazza Politeama, per una Manifestazione che avevo organizzato contro l’invasione sovietica a Praga. Qualche mese prima ero stato il fondatore del Movimento Cecoslovacchia 68. Arrivati davanti al Palchetto della musica di Piazza Castelnuovo, invece dei compagni incazzati verso l’Unione Sovietica, trovammo una squadraccia di fascisti con gagliardetti e cartelloni contro il comunismo. Ci guardammo in faccia e dopo un minuto comunicammo al dirigente di servizio della Questura che per noi la manifestazione era chiusa.

Il sessantotto fu, anche, l’anno del Congresso del PSI – PSDI Unificati. Io, allora, ero affascinato dalle tesi del compagno Antonio Giolitti, autore del saggio “Un socialismo possibile”, edito da Einaudi. Il Partito al Congresso si presentò diviso in cinque mozioni: Riscossa e Unità Socialista di Francesco De Martino, Rinnovamento Socialista di Mario Tanassi, Autonomia Socialista di Mauro Ferri, Impegno Socialista di Antonio Giolitti, Sinistra Socialista di Riccardo Lombardi. Lo scontro tra ex PSI e ex PSDI era molto sentito. La corrente di Giolitti a Palermo aveva pochissimi sostenitori. Io mi facevo tre quattro congressi al giorno nella speranza di racimolare qualche voto per avere un minimo di rappresentanza nel Comitato Direttivo della Federazione. Si usava qualsiasi mezzo, lecito e meno lecito. Qualche giorno prima del Congresso della sezione di Bagheria Nino mi propose di fare il guastatore contro le correnti di Rinnovamento e di Autonomia. Lui era con Riscossa e Unità socialista che faceva capo in Sicilia a Lauricella e a Saladino a Palermo. In cambio mi promise 15 voti, utili per avere una delega per il Congresso Provinciale. Andai a Bagheria, parlai a più non posso per stancare i compagni da stuzzicare. Al momento delle votazioni la corrente di Impegno socialista non prese neanche un voto. Alla mia protesta (“ma comu finiu!?”) mi rispose che, accidenti, “chiddi ch’avianu a  vutari pi tia un venneru!”

Fu invece una sera mentre guidavo verso casa sua che mi disse: “Perché domani non vieni a trovarmi in Istituto?”. Convinto e non convinto, essendo la Facoltà di Lettere e Filosofia una mia seconda patria, dopo Economia, l’indomani mattina mi presentai all’Istituto di Etnologia. C’erano un gruppo di suoi collaboratori e qualche allievo che il Professore seguiva per la tesi.  Quando rimanemmo soli prese uno dei cinque dattiloscritti che aveva sulla sua scrivania, consegnati quella mattina stessa dai laureandi, me lo porse e mi disse “portatelo a casa leggitelo e domani, quando mi verrai a prendere a casa alle otto di mattina, mi dirai cosa ne pensi.” Non mi diede il tempo di controreplicare, sia per l’affidamento inaspettato che per l’insolito appuntamento per l’indomani. L’idea però mi piacque. Avevo già avuto esperienze di collaborazione con l’Istituto di Sociologia di Roma, quella diretta dal professore Franco Ferrarotti, ero borsista al Ceses, il  Centro studi milanese diretto da Renato Mieli, avevo un ottimo rapporto con il mio maestro a Economia il professore di Geografia economica Bonasera. Decisi di provare. L’indomani mattina alle 8 in punto ero sotto casa sua. Da quel giorno e per circa tre anni, estate, inverno, festivi inclusi io e Nino fummo inseparabili.

La mattina andavamo in Facoltà, a volte, lasciavamo a scuola Ninuzzu e Emanuelino, i suoi figli. Dopo qualche mese cambiai macchina, più capiente e più potente. Il pomeriggio, dopo aver pranzato in trattoria, o consumato un panino con la milza o con le panelle al Papireto o alla Vucciria, andavamo in giro per le varie attività collaterali del Professore. La Libreria Flaccovio, la casa di Antonio Pasqualino, il Museo Pitrè, l’inaugurazione di una mostra o la presentazione di un libro. Io rivedevo le tesi dei laureandi, quelli di routine, “basta correggere gli errori di grammatica e di sintassi”, mi ripeteva Nino. Durante le sessioni d’esami stavo seduto accanto a lui a scrivere i verbali, a scrivere i voti nei libretti. Intanto apprendevo, apprendevo. Ogni suo ragionamento era, per me, un insegnamento. Gli feci scoprire anche una osteria con cucina, vicino al Capo, che io frequentavo con i miei amici. Un’osteria casalinga e alla buona, ma che per Nino fu una scoperta.  Questa Osteria nel giro di pochi mesi diventò un’attrazione per amici e conoscenti. Fu la fortuna delle tre sorelle che la gestivano.  Quando affittai, era il sogno di tutti i giovani di quel tempo, uno scantinato per motivi di studio e per altre attività ricreative, Nino lo volle personalizzare e, da ‘possibile garçonniere’, diventò il suo studio, il nostro studio. I pomeriggi studiavamo, leggevamo, ricevevamo. Venne arredato con mobili antichi, cassapanche acquistate al Mercato delle Pulci. Sì il Mercato delle Pulci, quasi giornalmente, dopo il lavoro in Facoltà, una puntatina allo storico Mercato dell’antico e dell’usato non poteva mancare. Al Mercato delle pulci il ‘professore’ era conosciuto da tutti i rigattieri e dai restauratori. Con loro si intratteneva, scherzava, ‘pattiava’ merce e prezzi. Io, con la sua consulenza, comprai un vecchio grammofono e dei lumi liberty. Lui cercava sponde di carretto, cassapanche, vasi e piatti di ceramica.

Una volta, presi dall’entusiasmo, ci fermammo a mangiare da Mimì al Papireto. Panino con le panelle e altre fritture. Fu al momento di pagare il conto che Nino si ricordò che era il compleanno di sua moglie e che eravamo attesi, io ero considerato ormai di famiglia, sulla spiaggia di Mondello per un bagno e poi andare a pranzo insieme da Totuccio. Naturalmente non confessammo che avevamo già pranzato e io, in piena digestione, mi tuffai a mare a conferma che eravamo digiuni. Per fortuna andò tutto bene e io pranzai, ancora una volta, con appettito.

Ricordo con grande piacere e commozione le domeniche passate nella villa dell’Aspra a casa di Ignazio. La domenica spesso andavamo a trovare suo padre nella villa di Aspra. Erano Domeniche meravigliose che ricorderò sempre. Ignazio e Nino si stuzzicavano e facevano finta di litigare. A Ignazio piaceva mangiare il peperoncino intero per poi urlare per il bruciore di gola. Partecipare ad un pranzo con Ignazio e Nino Buttitta era un privilegio al quale ho avuto il piacere di partecipare. Nino era alla sua ascesa verso i traguardi che sarebbero giunti dopo. Mi parlava della sua grande amicizia con Umberto Eco, dei primi approcci allo strutturalismo. Così ebbi modo di conoscere gli scritti  e il pensiero di Ferdinand de Saussure, Claude Lévi-Strauss, Roland Barthes, Algirdas Julien Greimas,  Lucio Lombardi Satriani. Io mi ostinavo a coniugare e confrontare lo strutturalismo con i canti del movimento operaio e della Resistenza. Era affascinato dalle ricerche dell’Istituto De Martino. La mia grande amicizia con Nino creò anche gelosie e invidie tra chi avrebbe voluto stare al mio posto. Ma non lo sapevo, lo scoprii dopo, anche perchè in quella collaborazione c’era una grande affinità di carattere, più dei miei interessi accademici.

Poi i miei interessi cominciarono a differenziarsi dalla routine della Facoltà di Lettere. Cominciai ad occuparmi di altro. Tanto quando avevo bisogno di lui sapevo che c’era, ed infatti c’era.

In queste righe ho voluto rappresentare un Nino Buttitta al di fuori degli schemi e dell’immagine ufficiale che si è conquistato negli anni.

Del resto tutti, amici e non amici, hanno rilasciato dichiarazioni e interviste per ricordare le doti di intellettuale, studioso, politico , grande siciliano. Alcuni, chiaramente non amici,  hanno usato la commemorazione, come ci ha ricordato, indignata, Elsa la sua infinita compagna di vita e di impegno culturale ed accademico, per autopromuoversi, per dire che erano stati amici. E magari non sapevano quanti figli avesse Nino.

Il compagno Nino Buttitta diventò prima il Segretario della Federazione di Palermo e poi del Comitato Regionale del Partito. Un incarico che accettò per passione civile, come impegno politico, come spirito di servizio verso il suo Partito, il Partito Socialista Italiano. Diventare prima Consigliere Comunale e poi Deputato Nazionale fu un atto dovuto e voluto da Bettino Craxi, che vedeva il lui l’uomo nuovo per il rilancio del Partito in Sicilia.

Ci vedevamo poco, ma sapevamo che c’eravamo e che ognuno poteva contare sull’altro. Una volta ci siamo visti e parlati al funerale del compagno Gaspare Butera. Mi disse “sai Marcello con la testa ragiono benissimo è il fisico che non m’accompagna più.” Una volta a Villa Niscemi, in occasione della presentazione di un libro di poesia di una mia cara amica, fu tanto contento di vedermi che si sedette accanto a me e, alla fine, accettò il mio passaggio verso casa sua. Si offrì di dare una mano a Roberto per risolvere alcuni problemi all’Università. “Affidalo e me mi disse”. Ma anche Roberto aveva fatto scelte diverse.

Nino mi voleva un mondo di bene, anche se forse non aveva condiviso alcune mie posizioni e alcune mie scelte. Ma non le discusse mai.

Marcello Sajeva

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