martedì, 28 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Il convitato di pietra. Apoteosi e tramonto della linea curva nel 700
Pubblicato il 02-02-2017


“Esistono sempre i pregiudizi? Sì. Un automobilista lombardo fa salire in macchina un emigrante siciliano; i pregiudizi di entrambi li porteranno a fuggire l’uno dall’altro abbandonando l’auto ma nessuno dei due ha mai pensato che in fondo la vita è un luogo comune”
Vincenzo Profeta.

pulcinella-847461I libri di filologia estetica non riescono mai bene, sono difficilissimi da fare, e per me non ha davvero senso farli, a meno che non si abbiano grosse capacità letterarie, grandi suggestioni e grossi, grossissimi traumi.
Giorgio Villani in questo suo saggio riesce nell’impresa di mettersi a disegnare una linea curva al tramonto, con parole, freschezza di intenti e grossi, grossissimi traumi.
Una prosa, sfarzosa, elegante, ma mai da professorone, un po’ come quando il Caravaggio entrava in qualche bettola o troiaio, si adattava e quasi lo confondevi tra le linee curve dei culi e dei seni e, scusandomi con le signore, qualche cazzetto eretto, in linea retta, più simile alla durezza del convitato di pietra, c’era ma, ahimè, era Caravaggio; e mai riusciva a perdere questo suo forsennato fastidioso talento.
Purtroppo Villani, non è riuscito nello scopo di perdere il suo forsennato fastidioso talento, per restituirci davvero il senso di questa opera che doveva essere in sé noiosa e scolastica poiché è la sua tesi di laurea, ed invece fa innamorare, non della linea curva e del rococò, di culetti e puttini, ma di una prosa miscelata a poesia e sapienti, cesellate, citazioni.
Bisogna dirlo questo libro che denuncia furbescamente debiti a studiosi formali e poetici come Roberto Loghi, che con grazia malcelata fa in un certo senso rifiorire, è in realtà un piccolo capolavoro di scrittura sperimentale, furbamente non avanguardisticamente.
Ma le intenzioni filologiche e le spiegazioni estetiche saranno sempre da me maledette, e questo libro per fortuna le tradisce tutte; certi libri sono piccoli capolavori della tautologia a prescindere delle intenzioni (sempre cattive degli autori), gioielli rococò intagliati nel legno, anche quando di queste forsennate intenzioni, restituiscono neanche la metà, diciamolo pure “apoteosi e tramonto della linea curva nel settecento” non c’è mai stato se non nella visione storico-filologica di Villani e di qualche altro storico dell’estetica, persino David è barocco anzi rococò, e lo è intimamente, e non incoccia in nessun convitato di pietra se non dentro la sua sua stupida e borghese ideologia giacobinista, poiché egli è tremendamente e tragicamente popolare, quasi kitsch, perché la rivoluzione la vogliono i borghesi e la borghesia e kitsch, ma la combatte il popolo indottrinato, la rivoluzione, David non fa nessuna riscrittura alta, il neoclassico è il barocco del classico, anzi ne è il rococò, l’ingessatura è ipocrita di dovere ed è barocca in quello, come una ferita in cancrena, come in odore di vitale morte, come una leccatura stuccata serpottianamente ma immobile su una ferita o su una crepa, la linea curva tramonta ma non demorde, perché risorge sotto mentite spoglie il giorno dopo, come il sole, si veste di ipocrisia, e segue un filone tutto imbellettato, esteticamente travestito, ipocrita, ma proprio per questo ancora più contorto e ricurvo, non lo si vede ma lo si percepisce concettualmente, bisogna fare una gran curva all’indietro per incontrare Orazi e Curiazi dell’ingessato, quasi pop David.

Puff, quanto sono perversi gli occidentali, per preparare una inconsapevole polpetta avvelenata all’estetica, per andarsi inculo da soli, e basta guardare un popolare presepe napoletano del settecento tardo, per rintracciare persino la durezza rivoltosa e bacchettona, la retorica rivoluzionaria di David infilata in qualche statuetta artigiana, tutta ricurva nella retorica cristologica, ma lì bella avvinghiata in qualche convitato di pietra magari celato da qualche arabesco dal vestiario povero e pastorale.

Il libro di Villani rimane godibile, pieno di incastri e citazioni giuste, Foster Wollace, Pulcinella, Tiepolo, il tondo Doni di Michelangelo, ma già il Longhi assimilava l’opera di Simone Martini all’arte giapponese e cinese, ed a certi arabeschi. Tutto va bene, tutto ha senso come mettere ordine al caos, quando si ha il talento ed il gusto dello scrivere di Villani, che ci dona una prosa elastica, arzigogolata e semplice, plantare per chi non bazzica certe follie da trattato, le citazioni di Villani diventano allora consigli graditi, godibili per erudirsi, godendo appunto, e quasi sborrando ad ogni pagina (sempre chiedendo scusa ad ogni signora dello schizzetto rococò), arricchendosi di valori decorativi in quella sorta di arabesco caotico che è la vita stessa, perché è caos tutto, Apollo e Dioniso ci insegna Giorgio Colli sono spesso un tutt’uno, è il vezzo perverso della storia dell’estetica di catalogare linee curve rilassanti e duri convitati di pietra, è una aberrazione tipica dello spirito del nostro tempo, questo impostore!
Nato in quel settecento che Giorgio Villani indica come tramonto della linea curva, lo conosco Villani, egli forse in cuor suo è in pieno scontro frontale col duro moralismo del suo convitato di pietra immaginario, ma l’uomo non è morale, la morale è una religione, lungi da me l’analisi dualistica dell’arte caro Giorgio; per me, una regola, serve a vivere non a creare, e chi crea è curvilineo ed eretto al tempo stesso, muore e rinasce ogni volta, come questo trattato, è anch’egli un gioco di scatole cinesi curvilinee e rette come in un disegno Escher.

Questo libro non passerà alla storia come un trattato di estetica illuminante, ma come opera poetica sapiente e sperimentale, un castello incastonato con pietre e smeraldi preziosi dove prosa, poesia e citazioni sanno sublimarsi in una forma semplice e complessa, dai riferimenti letterari ricercatissimi, naturalmente curva e convessa, concettualmente eretta, giustamente quadrata e razionale quanto caotica, leggere questo libro è sicuramente utile perché te la fa immaginare e viaggiare questa cazzo di curva. Ma è un curvare e poi sbandare in un pericoloso spigolo la vita, e te la fa orgasmare la vita, orgasmico è infatti rintracciare le varie citazioni letterarie, spigolature curvilinee per chi come me legge poco e vede tanto.

Eccolo il lezioso, sublime, leggero, inutile ed indispensabile trattato del Conte Giorgio Villani.

Vincenzo Profeta

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