sabato, 22 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Il suicidio di Lavagna: rispetto
il dolore, ma non assolvo
Pubblicato il 16-02-2017


Ho rispetto per il dolore di una madre. Lo abbiamo tutti. E’ qualcosa di automatico, empatico. Ma il rispetto è una cosa diversa dall’assoluzione. Una madre, come successo a Lavagna, che chiama le forze di polizia dentro casa perché non riesce a gestire il figlio fallisce. Fallisce come persona e come educatrice. Ma chi era questo ragazzo? Un narcotrafficante, un pericoloso fumatore di crack che aveva perso il controllo di se ed era diventato violento ed ingestibile? No. Era solo un adolescente che fumava degli spinelli. Non lo dico io, lo riporta il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza: la madre “si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare”. Niente eroina, niente cocaina, niente crack. Spinelli.

Non eravamo lì. Non ci è dato sapere come siano andate le cose. Ho piena fiducia nella professionalità dei finanzieri e non ho motivo di dubitarne. Eppure qualcosa è scattato nel ragazzo: una paura profonda, viscerale, estrema. Paura di essere ed essere trattato come un criminale, marchiato a fuoco dall’ansia di normalità dei genitori, della società della proibizione e dell’omologazione nel nome delle privazioni.

Cito la madre, ai funerali del giovane. Ella parlando ai coetanei del figlio ha dichiarato: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario”. Io, per iniziare, mi accontenterei della normalità. Normalità vuol dire dare il giusto peso alle cose. Uno spinello ha gli stessi effetti di poco più di due bicchieri di un robusto vino rosso. E le famiglie servono per parlare, confrontarsi, capire insieme. Normalità è anche accettare la difficoltà del dialogo e non aver paura di farsi aiutare dalle persone giuste. Che, in genere, sono psicologi e mediatori, non militari che portano una pistola nella fondina.

Il male è reputare lo spinello al pari della perdizione, della caduta nel vortice della droga. Non lo è. Il male vero è proibire, marchiare, bollare come se fossimo di fronte ad un peccato capitale. Uno spinello non è tutto questo. Il male è non capire le ansie e le inquietudini degli adolescenti. Concentriamoci sul comprendere i nostri ragazzi, non sul punirli come criminali.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI

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