martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Tennis tra Olanda ed UAE. Nel Qatar vince Pliskova a Rotterdam Tsonga
Pubblicato il 20-02-2017


tsonga 2Nell’Atp di Rotterdam il francese Jo-Wilfried (che chiameremo per comodità Jo) Tsonga, spodesta il campione uscente Martin Klizan e si aggiudica un importante torneo in carriera, che rende giustizia al suo talento spesso frenato da continui infortuni e che non era mai riuscito veramente ad “emergere”. Con una doppia soddisfazione da parte sua. Se il vincitore dello scorso anno, lo slovacco Klizan (e testa di serie n. 13), è stato fermato da Tomas Berdych (n. 4) nei quarti di finale con un doppio 6/3, al turno successivo (in semifinale per l’appunto) è stato quest’ultimo (che più volte ha vinto qui a Rotterdam, tra cui nel 2014, e di sicuro era uno dei favoriti) a venir eliminato dal francese con un facile 6/3 6/4: Berdych non è sembrato mai poter far molto o nulla contro la precisione di Tsonga e non è entrato mai in partita veramente. Ma il cieco non è stato il solo giocatore “forte” che il futuro trionfatore ha dominato. L’altra sua punta d’orgoglio può essere proprio quella della finale giocata magistralmente, recuperando un match quasi “perso” e rimontando al terzo set dopo essere stato sotto 4/6 nel primo. E lui, testa di serie n. 6, si è imposto sulla n. 3 rappresentata dal belga David Goffin. La potenza esplosiva dei colpi di Tsonga ha messo a tacere per sempre la regolarità dell’avversario che ha tenuto bene ai fondamentali profondi e violenti del francese, per poi cedere definitivamente nel terzo set (dove è crollato incassando un pesante 6/1). Non facile riacciuffare un incontro contro un giocatore come Goffin che corre su tutto, prende ogni palla in ogni parte del campo e che sembra come un muro da fondocampo che rimanda dall’altro lato tutti i tiri; per poi lanciarsi anche in qualche discesa a rete o sempre pronto a passare l’avversario che lo attaccasse (come più volte è capitato contro il francese). Nonostante il fisico minuto e snello, ma è alto 1,80 m, di fronte ai colossi statuari di oltre due metri come Cilic o Karlovic (ma lo stesso Tsonga non scherza con il suo metro e 88 per 91 chili di peso), il belga è sempre lì pronto a competere, a dire la sua e farsi valere. Ma stavolta il gigante buono Jo ha avuto la meglio, con la sua tenacia e grinta, con una voglia di vincere che era ben chiara da subito. All’inizio, però, ha sbagliato e regalato troppo a Goffin, si è innervosito e ha sbagliato colpi facili (soprattutto di dritto) per troppa foga che ha messo sulla palla, troppo concentrato a tirar forte più che attento alla precisione; anche a rete ha commesso errori semplici sulle volée dovuti alla troppa fretta di chiudere il punto. Poi ha riordinato le idee e ha compiuto l’impresa che si era prefissato: alzare il trofeo; per lui 371 mila euro circa, per il finalista poco più di 182mila. Quasi impossibile a crederci. Ma, se fosse uno spot della gatorade (come siamo stati abituati a conoscere in passato), potremmo dire (parafrasando) che il ruggito del leone Jo ha coperto completamente, con il suo fragore potente, la leggiadria della gazzella di David Goffin. Pare proprio il caso di dirlo: “non importa che tu sia leone o gazzella, comincia a correre”; così sembra che queste parole e tale frase siano risuonate nella mente del francese che, fragorosamente, ha iniziato la sua corsa verso la rimonta. Era sotto 4-0 ed è riuscito a recuperare sino al 4-3 nel primo set (anche se poi Goffin ha chiuso per 6-4). Nel secondo set, il più lottato e difficile di tutti, ha avuto diverse palle break che ha sciupato, ma poi è riuscito ad archiviare il parziale a suo favore (dopo aver avuto diversi set points non maturati, anche a causa di errori non forzati di dritto specialmente, che hanno vanificato quattro palle del 6/4 per lui). 500 i punti per Tsonga, contro i 300 per il finalista belga; dunque, forse, più che di gatorade dovremmo parlare di powerade, vista la potenza (‘power’, ‘potere’ in inglese) dei colpi della testa di serie n. 6 (o meglio del colpo della vittoria centrato dal tennista francese).
pliskovaEd anche negli Emirati Arabi, nel Wta di Doha (Qatar) si partiva con la ceca Katerina Pliskova avanti 4-0, dopo neanche 20 minuti di gioco, sulla danese Caroline Wozniacki. Quest’ultima sembrava favorita prima del match decisivo, o almeno più in forma rispetto alla ceca (apparsa un po’ stanca e giù di tono). Invece la Pliskova è stata semplicemente impressionante. Profondità di colpi, sia di dritto che di rovescio, e massima precisione hanno messo seriamente in difficoltà una Wozniacki comunque ritornata a pieno regime e titolo sui campi nel circuito. Per non parlare di servizio e dritti ad uscire devastanti, ma quelli sono un classico per la Pliskova. I numeri parlano chiaro: 3 aces a 1; 13 colpi vincenti a 4, che hanno fatto decisamente la differenza e pesato sul risultato; 6 break points a 1, la maggior parte dei quali sfruttati e consolidati. Tutti a favore di Katerina. La giornata molto ispirata della ceca si è vista sin da subito e dalla facilità con cui ha tenuto i propri turni di servizio. Forse le condizioni metereologiche non hanno agevolato la danese (c’era molto vento), che comunque non ha voluto mollare e ha rimontato sino al 4-3, prima di cedere per 6/3 6/4. Ha provato ad attaccare, ma è stata passata o ha sbagliato volée facili. Karolina le ha tolto il tempo, giocando su pochi scambi potenti da fondo, spesso dei serve&volley per lei. Così la Wozniacki, con un ritmo troppo rapido, non è riuscita a trovare la chiave di volta del match (come il ciondolo a chiavetta appunto che portava al collo). Si è innervosita e ha scalzato via la racchetta a terra con gesti di stizza che mostravano tutto il suo risentimento per non essere in grado di “rigirare” la partita. A lei rimane, comunque, la soddisfazione di aver eliminato con facilità, viceversa, in semifinale la vincitrice delle Olimpiadi di Rio (la Puig per 6/1 6/2) e la polacca Radwanska al secondo turno (con il punteggio di 7/5 6/3). Ma Agnieszka non sembra decisamente in forma, come viceversa era apparsa la danese promettente. Quest’ultima, poi, ha eliminato ai quarti la Davis (per 7/5 6/1), che aveva fatto uscire al primo turno dal torneo la nostra Roberta Vinci, con un netto 6/2 6/3 incassato dall’azzurra, forse infastidita dal cattivo tempo. E di certo non è stato facile giocare qui, con le continue e lunghe interruzioni per pioggia (con il freddo, tanto che la Pliskova indossava la maglietta a maniche lunghe), oltre che con il vento forte spesso. Questo fa onore alla testa di serie n. 2. E se, come si suol dire, “non c’è due senza tre”, lei è diventata la nuova n. 3 del mondo. Forse il bye iniziale, come ha sostenuto ella stessa, l’ha avvantaggiata, facendola giocare meno; ma, dall’altro lato, è vero che ha avuto una semifinale più dura rispetto a quella, veloce e rapida, della Wozniacki; e quindi tempi più rapidi di recupero forzati. La ceca se l’è dovuta vedere con la sempre ostica Cibulkova, che si è arresa solamente al terzo set. 6/4 4/6 6/3, il punteggio che ha regalato la vittoria alla Pliskova. Del resto le armi vincenti di Katerina sono state (oltre alla precisione tecnica e tattica) proprio la concentrazione, la determinazione, il coraggio e la forza di lottare e credere nell’esito positivo, nella costanza di non mollare, rimanere sempre lì e continuare comunque a fare la propria partita, nonostante e anche quando il risultato non fosse vantaggioso.
Come, d’altronde, è con queste carte che nell’Atp di Buenos Aires l’ucraino Alexander Dolgopolov si è potuto imporre sul giapponese Kei Nishikori per 7-6(4) 6-4. Alla sua settima finale in carriera il primo ha conquistato così il terzo titolo in carriera, mentre il secondo (che giocava la sua 22esima finale) ha mancato una grossa occasione. Il nipponico, infatti, era il super-favorito in quanto testa di serie n. 1 mentre, al contrario, l’ucraino non vinceva un trofeo dal 2012. Un gradito ritorno anche quello di Dolgopolov pertanto.

Barbara Conti

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