martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio
Pubblicato il 09-02-2017


ahmadreza-djalaliDal 25 aprile dello scorso anno è in carcere e ora rischia anche la pena di morte. Ahmadreza Djalali, 45 anni, è un ricercatore iraniano, negli ultimi anni ha lavorato anche presso il Crimedim, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Ha lasciato l’Iran otto anni fa per un dottorato di ricerca presso il Karolinska Institute in Svezia, poi l’Italia e la Vrije Universiteit di Bruxelles.

Uno stimato accademico nel settore della medicina dei disastri e dell’assistenza umanitaria. Una spia per le autorità iraniane che hanno approfittato della sua presenza per alcuni seminari l’anno scorso a Teheran e Shiraz per arrestarlo e rinchiuderlo nella prigione di Evin. Una decisione inaspettata visto che Djalali si era già recato nel suo Paese altre due volte in passato senza però incontrare alcun problema.

Tenuto in isolamento per tre mesi, a lungo senza alcuna assistenza legale, Djalali ha denunciato di essere stato sottoposto a pesanti interrogatori e costretto a firmare alcune dichiarazioni. Più volte le autorità hanno cercato di convincerlo a sottoscrivere una confessione di colpevolezza, riconoscendo di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Ha resistito, ha rifiutato, ha subìto minacce e poi iniziato uno sciopero della fame che lo ha debilitato a tal punto da portarlo a collassi e a uno stato di salute sempre più precario.

Cosa ora abbiano in mano le autorità, non è noto. Non lo sa Amnesty International, che ha lanciato un appello internazionale, non lo sa il suo avvocato a cui viene negata la possibilità di accedere alla documentazione.

Sua moglie, Vida Mehrannia, ha detto ai media internazionali che il marito ha saputo di essere stato condannato a morte il 31 gennaio scorso quando ha incontrato il giudice Salavati, durante un trasferimento dalla sezione 7 alla sezione 209 della prigione di Evin.

Il suo legale ha riferito che le autorità giudiziarie non hanno ancora formalizzato un capo d’accusa né hanno stabilito la data del processo, ma Caroline Pauwels dell’Università di Bruxelles, che in passato ha collaborato con Djalali, ha detto che il ricercatore iraniano potrebbe essere messo a morte nelle prossime due settimane.

L’accusa sarebbe quella di ‘spionaggio’ e ‘collaborazione con Stati nemici’. Ma l’unica colpa di Djalali, insorge la comunità scientifica, è l’aver lavorato insieme a ricercatori di Paesi considerati ostili dall’Iran; e non certo per attività sovversive, ma per migliorare la capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri. Ma per le autorità iraniane è una questione di sicurezza nazionale, come hanno fatto sapere ai familiari di Djalali.

“Ahmadreza ha sempre cercato di favorire una cooperazione scientifica tra Iran e gli altri Paesi – spiega Mehrannia – Non merita il modo in cui viene trattato. Non è solo la vita di Ahmadreza in gioco. La nostra vita, la mia e quella dei nostri figli, è stata distrutta dal giorno in cui mio marito è stato arrestato”.

Massimo Persotti

Firma l’appello sul sito di Amnesty International:

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