sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La finanza, il socialismo, la democrazia
Pubblicato il 08-02-2017


Le banche, o sarebbe meglio dire la gestione spericolata della finanza, hanno oggi rimodulato la divisione più o meno tradizionale delle classi. Gia con la terziarizzazione, cioè col contrario di quel che prevedeva il vecchio dottrinarismo marxista, erano cadute le previsioni del filosofo di Treviri. Si potrebbe aggiungere che oggi proprio la globalizzazione unita alla finanziarizzazione dell’economia hanno prodotto in Occidente, e soprattutto in Europa, e ancor di più in Italia, una discesa verso il basso del ceto medio, vicino proprio all’idea della sua proletarizzazione.

Ma é il concetto di contrapposizione e di inconciliabilità degli interessi che é saltato. Il potere non é un palazzo da conquistare. E’ una ragnatela in cui quello politico non é il ragno. E neppure quello economico, del quale i governi non sono la sovrastruttura. Il potere della finanza é invisibile, disarticolato, segmentato, subdolo. Si accresce a volte mediante la spregiudicatezza, a volte sulla base di una sensazione o di una previsione azzeccata. Fa vittime interclassiste, suicidi uniti nella lotta, e nell’angoscia. Ha il popolo dall’altra parte. Quello degli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei dipendenti, dei pensionati. Altro che contrapposizione tra capitale e lavoro.

La vera contrapposizione dei giorni nostri pare quella tra potere finanziario e popolo. La finanza, che non é la banca, della quale semmai la finanza si serve, si mostra come il moderno palazzo d’inverno. Ma non é neutrale, non é il mostro. Siamo noi che lasciandole piena libertà di manovra la rendiamo tale. Se gli stati decidessero una buona volta di intervenire, se l’Europa si accorgesse della necessità degli eurobond, se l’Italia dividesse banche tradizionali e banche d’affari, che usano il denaro dei risparmiatori per comprare derivati, debiti esteri, per entrare in affari rischiosi, se, insomma, la politica tornasse in campo perché non c’è nulla di immodificabile, forse la realtà potrebbe cambiare.

Mi pare che una nuova idea di socialismo sia oggi quanto mai utile, necessaria, imprescindibile. Il socialismo dell’equità e non della contrapposizione tra le classi, quello che si oppone ai poteri assoluti, alla rendita degli egoismi, alla supremazia delle posizioni inutili allo sviluppo e alla diffusione della ricchezza. Servono nuove ambizioni, nuove analisi e programmi. Tutto ciò che sa di deja vu, di vecchio e consunto, é meglio lasciarlo da parte e deporlo in soffitta. Serve una corale solidarietà, il concetto originario del socialismo coniugato col nostro mondo. Anche per questo la nuova configurazione del socialismo va rapportata anche, e soprattutto, alla sua capacità di salvare le vittime della finanza. Di sorreggerle, di affiancarle. Di rendere vita dura agli sfruttatori del duemila, che non sono più gli imprenditori, ma il mondo invisibile che li opprime, che ci opprime. Un mondo che non riusciamo, o forse non vogliamo, controllare.

Si dirà che la moderna economia é affidata a uno schema liberista, interpretato dalle borse e da un mercato globale governato da cartelli ignoti, da segnali impercettibili. La nostra ansia deriva dall’incapacità di capire, di interpretare, di inserire in questo mondo un progetto, una correzione. Se questa nuova dimensione della finanza globale é inafferrabile, a cosa serve la politica? Se dobbiamo rassegnarci e alzare le braccia, arrenderci dunque, perché affannarci, perché impegnarci, perché combatterci e contrapporci? E’ come un inutile gioco, il nostro, mentre altrove si fa sul serio. Il rischio é la fine della democrazia, cioé del potere del popolo. Così se un moderno socialismo può ancora essere utile per correggere le ingiustizie, la cultura democratica, quella che rimette al primo posto il potere dei popoli, é oggi per taluni versi rivoluzionaria.

Non credo che il mondo in cui viviamo sia immodificabile. E che al primo posto ci sia inevitabilmente un potere invisibile. Credo che non si possa bloccare la globalizzazione, che pure ha generato il progresso di intere popolazioni condannate alla miseria (il socialismo é un’etica internazionale), né che il ritorno all’autarchia e ai nazionalismi siano la ricetta da sposare. Penso che l’Europa non sia l’utopia trasformata in inesorabile incubo. Sarebbe però il momento, come sottolinea oggi Claudio Martelli ricordando le perplessità di Craxi sugli accordi di Maastricht, che nel nostro continente si ponesse davvero l’accento sulla creazione dell’Europa politica. Se non sarà democratica, l’Europa non sarà e forse é bene che non sia. Sarà travolta dai populismi a causa degli effetti negativi che sta generando la sua dimensione unicamente monetaria. La crescita dell’Italia è il fanalino di coda. Nella crisi generale c’é un caso italiano. Siamo alla metà dello sviluppo europeo, dietro anche la Spagna e la Grecia. Non é il caso di cambiare marcia? O si attendono nuovi salvatori della patria?

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Commenti all'articolo
  1. Se riuscissimo a coniugare una nuova idea di socialismo faremmo cosa buona. Occorre trovare le intelligenze necessarie. Schierarci contro una certa finanza è certamente popolare oltre che giusto.

  2. Di fronte al fatto che “La crescita dell’Italia è il fanalino di coda”, il Direttore si chiede giustamente se non sia il caso “di cambiare marcia ?”, ma per farlo occorrerebbe avere ancora quel mondo delle imprese, piccole, medie e grandi, che era il nostro fiore all’occhiello, e che per un insieme di fattori non è più quello di una volta, quando aveva creato parecchia occupazione, e del quale non abbiamo forse colto a suo tempo tutta l’importanza .

    Oggi si ha ben da dire “Altro che contrapposizione tra capitale e lavoro”, ma non possiamo dimenticare una lunga stagione che ha visto contrapposti i lavoratori al capitalismo imprenditoriale, al di là delle rispettive ragioni, il che ha poi portato a fenomeni come la delocalizzazione delle attività fuori dai confini nazionali, se non la dismissione delle stesse, ecc…., e quando non c’è un tessuto economico forte, anche sul piano numerico, la risalita non è semplice, ed è semmai confinata in alcune zone soltanto del Paese (con effetti che restano dunque limitati e parziali).

    Si può anche pensare il peggio dei “nazionalismi” e “populismi”, ma sta di fatto che, a torto o ragione, vengono avvertiti da molti come l’unica “ricetta” o antidoto contro ciò che nell’era della globalizzazione pare essere andato fuori controllo – tanto da sembrarci “ignoto” e “inafferrabile” – e continuerà probabilmente ad essere così fino a quando la politica tradizionale non riuscirà a individuare essa stessa la “ricetta” giusta, per correggere in qualche modo un fenomeno che sta comunque .condizionando il nostro vivere.

    Se il “palazzo” scendesse in strada e si fermasse a far quattro chiacchiere con chi capita di incontrare, si accorgerebbe che sta crescendo il numero di quanti hanno di nuovo voglia di “identità”, di negozi di vicinato, e forsanche di protezionismo economico e di autarchia, anche se stentano ad ammetterlo per non apparire retrivi e prendersi “male parole”, il che sconfesserebbe un poco l’idea che il “vecchio e consunto, è meglio lasciarlo da parte e deporlo in soffitta” (forse saranno ancora minoranza, ma potrebbero moltiplicarsi in fretta)..

    C’è chi ragionevolmente obietta che l’autarchia penalizzerebbe le nostre esportazioni, ma a questi tesi ho sentito opporre quella che la forza dei prodotti italiani sta nella loro originalità, nel senso che il “made in Italy” avrà comunque il suo mercato in funzione della qualità, come succede anche oggi pur se in casa nostra il costo della mano d’opera può essere superiore rispetto ad altri luoghi di produzione (non essendo un esperto della materia, lascio ad altri l’esprimersi in merito).

    Infine, laddove il Direttore dice “mentre altrove si fa sul serio”, mi ha fatto tornare alla mente le giornate trascorse non molto tempo fa in una cittadina e zona di un Paese dell’eurozona la cui economia pare andar meglio della nostra, e vi ho visto una miriade e pluralità di piccoli esercizi, commerciali e non, diversi con vecchie insegne, al che, insieme ad altri del nostro gruppo mi sono chiesto come mai ciò possa accadere, diversamente che da noi, e pur se le risposte in questo campo non sono mai semplici, si potrebbe anche pensare che lì siano riusciti a tenere insieme vecchio e nuovo, e vogliano continuare a difendere tale loro identità (e non è forse un caso che quel Paese sia percorso da fremiti di nazionalismo).

    Paolo B. 10.02.2017

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