martedì, 28 febbraio 2017
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Opinioni e commenti
 

La forza della minoranza. La scissione Pd dietro l’angolo
Pubblicato il 16-02-2017


pd renziLa scissione del Pd? È «una parola da incubo… Dopo la scissione sarebbero tutti più deboli». L’appello di Walter Veltroni contro la rottura del Pd sembra caduto nel vuoto. Il primo segretario del Partito democratico, nato nel 2007 dalla fusione tra Ds e Margherita, non sembra aver convinto chi vuole dire addio a Matteo Renzi.
Sembra ormai tutto deciso; una parte della sinistra del partito taglierebbe i ponti entro pochi giorni. Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza in un incontro a tre avrebbero deciso di far partire la scissione, contestando Renzi su tutti i fronti: dalla gestione leaderistica del partito alla svolta neo centrista nelle scelte economiche e sociali. Lo “strappo”, da tempo nell’aria, ha subito una improvvisa accelerazione: fino a qualche settimana fa i governatori della regione Puglia e Toscana e l’ex capogruppo alla Camera pensavano ancora ad una battaglia interna da realizzare al congresso, candidandosi alla segreteria in contrapposizione a Renzi.
Poi il piano sarebbe cambiato e la scissione appare dietro l’angolo. Sabato le minoranze anti Renzi si riunirebbero al Teatro Vittoria a Roma, poi domenica il match finale all’assemblea nazionale del Pd. Il progetto sarebbe di varare una “costituente” di sinistra e di attuare “una separazione consensuale e non conflittuale”. Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema sarebbero della partita, tuttavia resterebbero un “passo indietro” rispetto ad Emiliano, Rossi e Speranza. Dunque facce e volti nuovi di una generazione più giovane per favorire il ricambio del gruppo dirigente.
Bersani lancia un ultimo appello: «Fermativi». L’ex segretario del Pd in una lettera all’Huffington Post invita a «una riflessione comune» e a sostenere il governo Gentiloni fino alla conclusione della legislatura, all’inizio del 2018. Aggiunge: «Non date seguito alle infauste decisioni dell’ultima direzione. Prima il Paese, poi il partito, poi le esigenze di ciascuno». Se «non teniamo ferma questa sequenza non siamo più il Pd».
Bersani alcuni giorni fa non ha escluso la frattura: «La scissione è già avvenuta tra la nostra gente. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì». L’ex segretario del Pd ha lanciato un appello al “buon senso” al gruppo dirigente renziano perché «io da Renzi non mi aspetto nulla». È tornato ad attaccare la gestione personalistica del partito: «Qui il problema è se siamo il Pd o il Pdr, il Partito di Renzi».
Il primo segnale è arrivato da D’Alema. L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, ha suonato la carica lo scorso 28 gennaio in una riunione nazionale dei dissidenti di sinistra: «Dobbiamo tenerci pronti ad ogni evenienza… Dobbiamo farci trovare forti e organizzati». Ha esortato tutti “i riservisti” del Pd, come ha definito se stesso e i dirigenti più anziani, ad impegnarsi per costruire «un centrosinistra largo e aperto alla società civile».
La “costituente” prevede un dialogo con il nascente Campo progressista di Giuliano Pisapia, con Sinistra italiana di Nichi Vendola e di Stefano Fassina, con altre forze ecologiste. È tutta aperta la scelta del leader. Qualcuno indica Emiliano. Il presidente della regione Puglia, ex pubblico ministero, ha commentato:«Non c’è questa ansia di chi deve fare il leader. L’ansia del leader uccide la politica».
Se l’iniziativa avesse successo cambierebbe tutta la geografia politica italiana: ci sarebbe una nuova formazione di sinistra e il Pd verrebbe sospinto su posizioni più centriste. Tornerebbe indietro l’orologio della politica italiana, a quando c’erano i Ds e la Margherita alleati nelle coalizioni di centrosinistra. Di fatto verrebbe smontato il Pd inventato da Romano Prodi e fortemente voluto da lui e da Veltroni.

Rodolfo Ruocco

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