venerdì, 15 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’economia di Renzi
Pubblicato il 01-02-2017


Il 2017 è cominciato discretamente bene. Tutti gli indicatori sono positivi. La produzione industriale, gli investimenti, i consumi, l’occupazione. Il PIL del 2016 dovrebbe aver segnato lo 0,9%, e molti indicatori anticipatori lasciano prevedere per l’anno in corso un aumento dell’1%. La ripresa dunque c’è, e non sembra un fuoco di paglia. C’è da trarre un sospiro di sollievo dopo l’incubo dei segni negativi che hanno connotato gli indicatori economici degli anni passati, ma si può esultare per l’uscita dalla crisi e il ritrovato sviluppo? Direi proprio di no. Basti pensare che con l’attuale andamento nel 2019 mancheranno ancora 4 punti di PIL per recuperare il livello del 2008, mentre gli altri paesi europei quel recupero lo hanno già completato. Il nostro ritmo di crescita è dunque insufficiente. Esso è appesantito da numerosi ostacoli di cui non si ha ancora piena consapevolezza.

Intanto esso si colloca in un contesto politico-istituzionale pieno di incertezze, instabile e fragile. L’esatto contrario di quel che occorerebbe: un assetto forte e affidabile per imprimere allo sviluppo una spinta decisa senza smagliature e scivolate demagogiche. Gli osservatori internazionali segnalano queste nostre debolezze. I loro report sono pervasi da un’accresciuta diffidenza sulla capacità delle nostre istituzioni a perseguire la politica di riforme dopo il deludente esito del referendum. E i prezzi che stiamo pagando al risultato del 4 dicembre si accrescono giorno dopo giorno. Di tutto ciò ne fanno fede i “down-grading”delle società di rating e l’impennata dello stesso spread. Certamente molto diverse sarebbero state le reazioni dei mercati se fosse passato il si alle riforme. Le spinte alla crescita non si sarebbero fatte attendere.

Le altre zavorre che rallentano lo sviluppo sono in parte ma non del tutto legate alla fragilità delle istituzioni. La politica di bilancio del Governo Renzi, ad es. non è stata sempre lineare e orientata con decisione allo sviluppo. Ci sono state alcune misure di chiara natura assistenzialistica di cui si parlerà più avanti. Molti provvedimenti si sono palesati utilissimi, come l’alleggerimento dell’IRAP sulle imprese, alcuni incentivi agli investimenti, il rifinanziamento della Sabatini, la riforma del mercato del lavoro. Insomma una linea riformatrice apprezzabile.

Ma allora dove si è sbagliato per avere tassi di sviluppo così insufficienti? In primo luogo non è stato predisposto un piano di investimenti pubblici di grandi dimensioni anche considerazione dell’elevato moltiplicatore per lo sviluppo che possiedono. E Dio sa quanto arretrate sono le nostre infrastrutture e quanto urgenti sono le azioni a difesa del suolo e del patrimonio edilizio. Se si osserva un grafico della banca d’Italia si vede chiaramente come rispetto al 2008 la domanda attuale risulta più bassa di allora a causa della componente investimenti(pubblici e privati) che risulta crollata di quasi il 30%. Oggi gli investimenti sono in lieve ripresa ,ma se ad esempio si fosse dirottata l’intera operazione 80 euro sulle opere pubbliche (10 miliardi in più all’anno) oggi la crescita risulterebbe più vicina al 2% che all’1, con conseguente aumento dell’occupazione, riduzione del disavanzo e del debito in rapporto al PIL. Una bella sferzata allo sviluppo. Certo i risultati non si sarebbero visti subito – in tempo per le elezioni europee- ma avrebbero fortemente caratterizzato la politica del Governo. Viceversa gli 80 euro secondo uno studio della Banca D’Italia si sono trasformati in consumi solo per il 40%oltre a creare confusione e alcune iniquità per come sono stati distribuiti. L’altro settore in cui l’azione del Governo Renzi si presta ad osservazioni critiche è la parte fiscale. Al di la della lotta all’evasione su cui il Governo ha ottenuto qualche buon risultato, non è stata ribaltata la struttura del carico fiscale che da noi, a differenza dei paesi più industrializzati, penalizza i fattori della produzione (imprese e lavoro) e risulta relativamente leggero nel comparto dei consumi e del patrimonio. Il Governo avrebbe potuto procedere all’accorpamento delle aliquote IVA e con il maggior gettito sopprimere l’IRAP tributo a carico delle imprese che esiste solo in Italia e penalizza ovviamente i nostri prodotti nella competizione internazionale. Infatti l’IVA non viene caricata sui prodotti esportati a differenza dell’IRAP e delle altre imposte sulle imprese e sul lavoro che invece restano incorporati nei beni e servizi esportati. L’operazione con la quale si sgravano i fattori della produzione e si compensano queste detassazioni con aumenti fiscali su consumi e patrimonio viene definita “svalutazione fiscale” e produce gli stessi effetti della svalutazione monetaria che ovviamente noi con la moneta unica non possiamo più effettuare. Anche sulla revisione dei carichi fiscali dunque non è stato perseguito un indirizzo rigorosamente volto allo sviluppo e al miglioramento della nostra competitività. Le agevolazioni IVA, tra le più rilevanti tra quelle presenti in Europa, non sono state toccate, viceversa sono state abolite le tasse sulla prima casa, mentre quelle sui fattori produttivi (imprese e lavoro) pur ritoccate al ribasso restano tra le più elevate d’Europa.

In conclusione la politica economica di Renzi grazie anche all’azione di alcuni ministri competenti e apprezzati, a cominciare da Padoan, ha riportato il paese alla ripresa e riaperto prospettive di sviluppo. Tuttavia la giusta direzione di marcia ha subito frequenti deviazioni e ritardi a causa di scivolate assistenzialistiche, di marca elettoralistica invece che puntare con decisione su un vasto piano di investimenti pubblici. Certo una maggiore stabilità e coesione avrebbe potuto permettere politiche meno orientate all’immediato consenso e più dirette allo sviluppo consistente e duraturo. Ora l’orizzonte appare ancora più incerto e le idee meno chiare per dare una scossa al paese. E’ il caso di dire: che Dio ce la mandi buona.

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Commenti all'articolo
  1. Renzi non ha mai avuto la minima concezione di una qualsiasi politica economica. Per chi non l’avesse fatto invito a ripescare quel pamphlet di Gutgeld “Come far ridere i poveri senza far piangere i ricchi”: lì dentro ci trova quello che ha fatto Renzi. Non c’è il minimo segno di politica economica: sono tutte piccole azioni senza respiro che hanno portato a tre anni di corsa verso il nulla.

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