mercoledì, 13 dicembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Liberismo di sinistra: gli errori dei compagni Alesina, Giavazzi, Cerasa
Pubblicato il 27-02-2017


Uno dei drammi di questo paese è un dibattito intellettuale su questioni politiche che fa cascare le braccia, perché basato su assunti insensati e perché sostenuto con argomentazioni vecchie come il cucco. Particolarmente esemplificativo di quanto sto dicendo è il dibattito che imperversa in questi giorni sulla globalizzazione e sul liberismo come categoria di sinistra. Tralascio la questione della globalizzazione che viene affrontata come se fossimo al tempo di Ricardo e mi concentro sul liberismo di sinistra.

Partiamo da Alesina e Giavazzi che hanno un modo molto particolare di argomentare. Che fanno? Prendono un pezzetto di gesso e su una lavagna tracciano una linea. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.

Poi dalla parte dei buoni scrivono la parola liberismo, dalla parte dei cattivi, tutto quello di brutto che gli passa per la testa, da collettivizzazione integrale dei fattori della produzione, alle carestie; dal monopolio alle epidemie, da una burocrazia fannullona e spendacciona al trapano del dentista; da una società di corrotti e raccomandati alle coliche renali. Quando si sono stancanti, sentenziano: chi è contro il liberismo è a favore di tutto questo orrore. E il gioco è fatto. Chi mai, infatti, potrebbe schierarsi a favore del trapano del dentista o delle coliche renali? Nessuno ed ecco allora che scatta l’applauso per il liberismo, che ormai risplende della luce della salvezza.

Allo stesso esercizio si dedica anche Claudio Cerasa che il 21 febbraio scorso fa passare l’idea che è di sinistra chiudere al mercato; è di sinistra combattere la ricchezza; è di sinistra aumentare le tasse a tutti; è di sinistra far aumentare la disoccupazione; è di sinistra difendere le rendite di posizione e i monopoli. Verrebbe quasi da dire che è di sinistra essere stupidi, ottusi e masochisti. Ma, a onor del vero, il direttore de Il Foglio queste cose non le dice.

Vale la pena allora fare qualche precisazione e provare a ragionare, evitando la propaganda politica. Partiamo dal principio. Liberismo non è sinonimo di liberalismo. Il liberale pragmaticamente ritiene che la concorrenza e la legge della domanda e dell’offerta siano in grado di produrre cose buone e che cose meno buone. E’ compito della mano pubblica tentare di eliminare le seconde e favorire le prime. Ciò significa che lo Stato non può limitarsi al ruolo di guardiano notturno della proprietà privata, agnostico in materia economica e sociale. Ma deve – questo è il punto di partenza del dibattito in Prima Sottocommissione in Assemblea Costituente tra La Pira, Lussu, Togliatti, Dossetti – andare oltre la concezione liberale ottocentesca ed adoperarsi affinché la maggioranza delle persone possa uscire vincitrice dalla lotta economia che si svolge nel mercato, altrimenti se i più si impoveriscono allora anche le fondamenta istituzionali delle liberal-democrazie vacillano.

In sintesi, la sola economica di mercato non riesce a creare quella ricca e prospera classe media che – da Aristotele in poi – è ritenuta essenziale per la salute di una liberal-democrazia. In questo senso, come sia possibile sostenere che il liberismo produce redistribuzione della ricchezza, come fa Giavazzi nell’intervista a Luciano Capone su Il Foglio, almeno per chi scrive, resta un mistero. Luigi Einaudi, non Gramsci, a tale proposito afferma che: “se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”.

Ma andiamo oltre. Il liberista, al contrario, crede che la mano invisibile del mercato è sempre in grado di produrre una perfetta allocazione delle risorse e quindi di favorire sempre l’interesse generale. In sintesi, la mano invisibile e le leggi della concorrenza non sbagliano mai. Pertanto qualsiasi intervento della mano pubblica non può che produrre distorsioni e quindi spreco di risorse e persino il tempo essenziale della giustizia sociale non è altro che, per dirla con Hayek, il padre del revival liberista degli ultimi quarant’anni, un modo diverso per dire invidia sociale.

Dovrebbe essere chiaro a questo punto che il liberismo altro non è che una visione ideologica che nulla ha a che fare con la scienza economica. Ed è ancora Einaudi, e non Togliatti, a dirlo: “Non v’è più nessuno il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al «liberismo» quel valore di «legittimo principio economico» che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se così stanno le cose, se il liberismo assolutizzato è una concezione religiosa, allora non aveva torto George Soros quando definiva i suoi adepti dei “fondamentalisti di mercato”, i quali attribuiscono al mercato e alle sue leggi un ruolo salvifico, proprio come i marxisti-leninisti attribuivano un ruolo salvifico alla classe operaia. Gratta gratta e sotto la patina sottile dell’individualismo si scopre il solito anelito ad una formula valida sempre e comunque, un bisogno di fede nell’infallibilità di qualcuno o qualcosa sia esso dio, il proletariato, il capo, il mercato, lo Spirito, il Volk, la razza.

Ancora. Liberismo non è sinonimo di liberalizzazioni. Si può avversare il liberismo, dogma di fede nell’infallibilità del mercato, ma essere a favore della liberalizzazione di settori chiusi alla concorrenza, a condizione però che tali liberalizzazioni servano ad aumentare il benessere collettivo e non siano fatte solo per atto di fede. A tale proposito Churchill, non Stalin, ha scritto: “io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Inoltre, chi critica il liberismo non si schiera affatto dalla parte della società chiusa, o è un nemico del mercato e della globalizzazione. Criticare il liberismo non significa essere contro la concorrenza, né contro il merito, né contro le riforme o essere a favore del censo e della rendita. Tutelare chi non ce la fa (che tra l’altro è un dovere che la Costituzione impone alle istituzioni) o garantire a tutti una parità di punti di partenza, non significa affatto essere contrari alla meritocrazia, come il duo Alesina-Giavazzi vorrebbero far credere nel loro articolo sul Corriere della Sera dello scorso 21 febbraio intitolato “Liberismo, merito, spesa la sinistra è sempre ferma”.

Perché poi ad avversare il liberismo si cada per forza di cose nel capitalismo di Stato resta un mistero. “Cominciamo – scrivono i due autori nell’articolo appena citato – dalla cosiddetta «politica industriale», cioè un ruolo attivo dello Stato nello scegliere i settori su cui puntare o da proteggere dalla concorrenza internazionale”. Anche qui ci sono dei passaggi troppo bruschi. In primo luogo, non è detto che a selezionare i settori su cui investire sia lo Stato, che può delegare la scelta a degli scienziati di chiara fama, per fare un esempio, e limitarsi al ruolo di finanziatore di ultima istanza, né è detto che la politica industriale significhi per forza di cose protezionismo.

Sostenere poi che il Jobs Act sia cosa di sinistra, o meglio che “sia un’innovazione straordinaria” come fa Giavazzi su Il Foglio il 23 febbraio è davvero incredibile. Si invoca la flessibilità del mercato del lavoro, sostenendo che è cosa normale in tutta Europa (il che è vero), ma si tace sul fatto che in Europa è presente anche una ricchissima e funzionante rete di sostegno sociale per chi perde il lavoro. Come scrive Giovanni Perazzoli nel suo splendido “Contro la miseria” (Laterza, 2014), l’Italia è “un paese dalla flessibilità anglosassone ma con un sistema di tutele del reddito da Europa orientale”.

E ancora, avversare il liberismo non significa affatto voler porre fine alla globalizzazione e ai liberi commerci, che sono motore di progresso e di pace a livello globale, né per questo significa ammiccare a sovranisti e protezionisti.

Inoltre, ridurre la spesa pubblica (o “affamare la bestia”, e cioè lo Stato, come dicono i neoliberisti) non è di per sé né di destra né di sinistra. Dipende da cosa si taglia. E’ grave però che i due autori facciano passare l’idea che chi si oppone al liberismo voglia scialacquare il denaro pubblico.

L’articolo summenzionato del duo Alesina-Giavazzi, si chiude, così come si era aperto, con un interrogativo alla Gaber su cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. E per quanto riguarda la sinistra la risposta che danno è chiara: il liberismo è di sinistra (riprendendo il titolo di un loro fortunato libero del 2007).

Alla luce di ciò, argomentano, ben venga la scissione del PD, che consentirà ora a Matteo Renzi di gettare la maschera e poter finalmente fare il liberista alla luce del sole e senza doversi scusare con i compagni della sinistra del partito.

Tuttavia, la risposta del duo è sbagliata e a dirlo è la stessa Costituzione, dalla quale si evince che una sinistra costituzionalmente compatibile, che cioè ha smesso di vagheggiare più o meno lontane fuoriuscite dal capitalismo o abolizioni della proprietà privata, è una sinistra liberal-socialista, che pone al centro del proprio programma la garanzia a tutti dei diritti sociali; mentre una destra repubblicana è quella liberal-liberista, che pone al centro del proprio programma le libertà liberali, con l’accento sulla tutela del mercato e della libera impresa.

Se così stanno le cose, allora una sinistra liberista non è altro che un ossimoro, una contraddizione in termini, un ibrido sterile, che non produce nulla e scontenta tutti, tranne gli estremisti che grazie agli insuccessi delle forze moderate alle prossime elezioni potrebbero fare un pantagruelico banchetto.

Nunziante Mastrolia

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Oh, i liberisti, sudditi del “mercato”! Non sarebbero nate neanche le leghe operaie dell’ottocento se il mercato avesse risolto i problemi della gente.
    Quel rompiscatole di Carlo Marx, studiando il capitalismo dei suoi tempi, quello sorto dopo la rivoluzione industriale, essenzialmente inglese, tedesco e francese, elaborò la teoria dell’ “impoverimento progressivo” delle classi subalterne.
    Quei signori sarebbero già “serviti” così. Se non fossero al soldo del padrone si sarebbero accorti che la rivoluzione tecnologica e informatica stanno progressivamente svuotando di lavoratori le fabbriche e di negozi di vicinato le città.
    Il mercato – specialmente quello finanziario – crea pochi stra-ricchi e miliardi di schiavi. Non si trova un grano di sinistra nella sabbia di questa economia.

Lascia un commento