lunedì, 27 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Italia di Sanremo tra musica, poesia, ignoranza e follia
Pubblicato il 13-02-2017


Ha vinto il giovane Gabbani, che nella sua canzone (chiamiamola così, ma sarebbe meglio definirla un piccolo spettacolo con tanto di ballo con uomo travestito da scimmione) evoca la crisi di identità occidentale. Il testo appare indecifrabile. Inizia così: “Essere o dover essere, il dubbio amletico, contemporaneo come l’uomo del neolitico. Nella tua gabbia 2 per 3 mettiti comodo. Intellettuali nei caffé, internettologi. Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi. L’intelligenza é démodé. Risposte facili. Dilemmi inutili”. Ora, a parte tutti coloro che hanno votato la canzone e che avranno compreso bene questo testo piuttosto ermetico, non penso sia sfuggito a coloro che conoscono Shakespeare l’errore clamoroso attribuito al verso di Amleto che non é Kant e non si occupa del “dover essere”, cioè della morale, ma del “non essere”. Pazienza. Ma ammettiamo che il testo abbia un qualche potere taumaturgico. Ad esempio quella seconda strofa ancora più sigillata: “AAA cercasi. Storie del gran finale. Sperasi (spera sì). Comunque vada panta rei. And singing in the rain”. Qui si mescolano Eraclito e i Simple plan. Più difficile ancora intendere la tripla A.

Un “AAA adorabile cercasi”, si rintraccia in una vecchia canzone di Bruno Martino. Si vuole evocarla? Non si sa. Poi arriva il ballo e lo scimmione e il coro dell’orchestra. Una trovata quel Namasté (un saluto indiano) olè (più francese ma universale). Un saluto, ma non si capisce a chi. La musica ha le sue regole come la matematica. Si può premiare solo un testo, peraltro inaccessibile tranne che per i votanti e la giuria? Ma un tracciato melodico ci deve essere. Attenzione. Io non parlo di melodia romantica. Anche la dodecafonia di Schoemberg ha le sue regole. Anche la musica pentatonica orientale (basata su cinque toni) ce le ha. Anche la musica barocca e quella dei madrigali ce l’hanno. Anche Battisti che ha scomposto lo schema della canzone tradizionale ce le aveva. E così Battiato, il più innovatore e trascendente. La canzone che é stata premiata non ce le ha. Tanto è vero che oggi si parla solo di testo. Ma una canzone non é una poesia. Anche il poeta musicale per eccellenza, Fabrizio De André, costruiva un tracciato melodico. Sempre. E perfino le ballate di Brassens e le commoventi poesie musicali di Brel ce li hanno. Si parla di un paragone col primo Battiato, ma non regge. “Un centro di gravità permanente” era costruita con un ritornello e con un testo assolutamente innovativo e pregnante. Così come “Voglio vederti danzare”, dove il testo si arrotola in citazioni mediorientali. Sono pezzi con regole. Con suoni e parole che si rincorrono e si intersecano. Non sono un parlato con trovata da spettacolo circense. Anzi Battiato canta spesso seduto e quasi pregando. Intimamente. Ti comunica attraverso la canzone, fatta di parole e di melodia accompagnata da sofisticate armonie.

Credo che adesso si punti sulla canzone parlata e sul coup de theatre. Dove la musica é sostituita dal racconto. Ma questa é altra cosa. La canzone di Ron, ma anche quella del maestro Fabrizio, quello delle più belle canzoni italiane degli ultimi vent’anni (da Mia Martini a Renato Zero) avevano tracciati musicali moderni e armonie interessanti. La loro eliminazione chiude forse l’epoca della canzone musicale. Strano però perché poi, contemporaneamente, viviamo l’epoca dei revival e del remake e grandi cantanti contemporanei quali Rod Stewart e lo stesso Battiato ci forniscono eccellenti interpretazioni (anche molto apprezzate e di successo) di pezzi classici di decine d’anni orsono. Io non ho la mente rivolta al passato. Anche se penso che tra “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco, cantata in premessa festival da Tiziano Ferro (perché non proporre la canzone del festival “Ciao amore, ciao”?) che ha voluto ricordare il grande e innovativo cantautore suicida a Sanremo 50 anni fa, e i pezzi del Sanremo odierno ci sia un mondo. Ha ragione Gigi D’Alessio, dodici anni di conservatorio musicale ed eccellente pianista: la giuria era composta in buona pare da persone che non conoscono la musica e da una parte suscettibile e condizionata dai Talent e dai Social. Se però a tutto questo deve piegarsi la musica chiamatelo in altro modo il festival. Non più della canzone, ma del costume italiano. Le parole, se non per Gabbani, ma almeno per noi, hanno ancora un significato.

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Commenti all'articolo
  1. Caro Mauro stavolta non sono d’accordo con te.
    Niente di male, divergenze di opinioni legittime.
    Io penso che ogni epoca abbia la sua musica. Quel che non dobbiamo mai dimenticare è che anche i grandi che hai citato tu Renato Zero e Mia Martini, da me molto amati, nelle loro epoche non erano così apprezzati e lo sono stati quando molti dei giovani di allora sono cresciuti ma i cresciuti di allora li paragonavano e li valutavano rispetto ai loro miti dell’allora passato prossimo.
    Zero non era così apprezzato all’epoca di “Viva la Rai’ ancor più Martini apprezzata, purtroppo, più postuma che in vita.
    Questo perché appunto ogni epoca ha la sua tipicità anche musicale che se devia dal conosciuto e standard appare poco appetibile o comunque criticabile.
    La nostra epoca è quella della semplificazione in cui concetti vengono espressi con un tweet e quindi apprezziamo la musica ed il testo semplice che comunque a mio avviso pone elementi di riflessione.
    Non so se ti è capitato di ascoltare la cover di Marini: Signor Tenente! Di Faletti. Io ricordo ancora l’è,opzione nell’ascoltarla “recitata” da Faletti ebbene messa in metrica da Masini ha perso tutto il suo valore è la sua carica di emozione e non perché non sia stato efficace Marini quanto perché il senso non poteva/doveva vivere una reinterpretazione.
    In quanto a D’Alessio che non discuto come cantante, va detto che se non voleva mettere in discussione gli anni del conservatorio aveva due strade: non partecipare a Sanremo oppure strappare garanzie sulle modalità di composizione della giuria. Se non lo ha fatto è perché anche lui aveva il suo buon tornaconto ad andarci e fare la sua passerella.
    Infine se la giuria non è qualificata per giudicare perché valutare la bontà di un cantante/canzone dal numero dei dischi venduti/ascoltati? Eppure il pubblico non è sempre qualificato musicalmente eppero’ questo non si considera nella valutazione della bontà di chi compra/ascolta.
    Insomma il tutto è più complesso a partire dal fatto che la vetrina di Sanremo è utile ai giovani, a quanti non sfondano troppo nella vendita dei dischi ed a quanti continuano a credere nel valore di Sanremo. Mi pare Albano abbia fatto una figura più signorile pur essendo stato eliminato.
    Con stima Aldo Repeti

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