mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Marx e Keynes a confronto in un immaginario incontro
Pubblicato il 24-02-2017


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L’attività immaginifica degli economisti professionali sembra non avere limiti. Un esempio è offerto da un recente libro di Pierangelo Dacrema, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Calabria. In “Marx e Keynes”, Dacrema immagina, nella forma di un romanzo economico, che i due grandi economisti, nella veste di una “coppia di amici”, in un bar parigino, nella primavera di un anno a noi vicino, conversino tra di loro. Quello coi baffi sorseggia un tè, mentre l’atro, privatosi della barba per non essere riconosciuto, fuma il suo sigaro abituale, e nessuno avrebbe mai potuto credere che si trattasse di John Maynard Keynes e di Karl Heinrich Marx.
In realtà – afferma l’autore – gli unici a sorprendersi dell’incontro avrebbero dovuto essere proprio i due conversari, non solo perché vissuti in epoche diverse, anche se contigue, ma soprattutto per le differenze in fatto di stile di vita e per il loro prevalente atteggiamento riguardo al sistema capitalistico: quello di Keynes orientato a salvaguardarlo, attraverso l’elaborazione di una teoria utile a sottrarlo agli esiti delegittimanti del “laissez faire”; quello di Marx, volto al suo superamento, con l’indicazione di una appropriata strategia sociale rivoluzionaria.
Tutto della loro non lunga vita li contrapponeva; Marx era nato nel 1818 ed era morto nel 1883, lo stesso anno in cui keynes era nato, per morire nel 1946. Malgrado fossero entrambi “passati a miglior vita”, l’immaginazione di Dacrema li riporta in vita, per farli incontrare nel XXI secolo. Nell’avvio della conversazione tra i due redivivi, mentre dall’eloquio di Keynes traspare l’evidenza di conoscere tutto di Marx, l’atteggiamento di quest’ultimo mostra che di Keynes, un uomo vissuto dopo di lui, egli sa “quasi quanto ne sapeva di Jenny, la sua adorata consorte, e addirittura di Engels, l’amico che era rimasto sempre al suo fianco”. L’aver deciso di incontrarsi per discutere dipende dal fatto che, al di là delle differenze esistenti nel loro atteggiamento riguardo al sistema capitalistico, per tutta la vita entrambi si erano occupati di problemi molto simili.
Keynes, primogenito di una coppia di accademici di Cambridge, era stato un conservatore, consapevole d’essere parte dell’aristocrazia intellettuale britannica. Studente a Eton ed a Cambridge, prima, e accademico e uomo di Stato, poi, Keynes aveva costruito la propria teoria su come salvaguardare il capitalismo grazie alle conoscenze maturate come studioso e docente universitario, ma anche come servitore dello Stato presso il ministero del Tesoro; aveva avuto l’opportunità di vivere una vita agiata, non solo per i proventi derivanti dalla sua attività di docente e di consulente, ma anche per quelli derivanti dalla sua abile attività di speculatore borsistico.
Convinto che il sistema capitalismo fosse un modo di produzione efficace, ma anche portatore di conseguenze sociali negative che lo esponevano a critiche severe, Keynes aveva orientato il proprio lavoro al fine di rintuzzare tali critiche, affermando anche il diritto dei disoccupati a percepire un reddito, che consentisse loro di godere “di una parte dei benefici prodotti dal sistema”. Nel complesso, riferisce Dacrema, l’impegno di Keynes è stato volto a “salvaguardare gli interessi e i privilegi della borghesia, la classe a cui sentiva di appartenere”.
Più diversa non avrebbe potuto essere la storia personale di Marx; figlio di un ebreo tedesco benestante – ricorda Dacrema – e insofferente a qualsiasi tradizione familiare, ha sempre nutrito un “autentico spirito di ribellione verso l’ordine costituito”, assommando in sé “i requisiti del perfetto rivoluzionario”. Inoltre, Marx, pur essendo stato uno studente dotato, ha sempre avuto una scarsa propensione a frequentare le aule universitarie, preferendo costruire la propria “visione del mondo sulla base di una solida preparazione economico-filosofica acquisita da autodidatta”. Infine, convinto che il capitalismo avesse dato luogo a rapporti sociali e di produzione disumani, Marx aveva criticato la borghesia capitalistica, proponendo di sostituirla, attraverso una rivoluzione, “con la dittatura del proletariato, la classe dei lavoratori cui non apparteneva ma nella quale aveva riconosciuto una generazione di nuovi schiavi da affrancare”.
Pur così diversi, Keynes e Marx avviano la loro conversazione chiedendosi per quale motivo, malgrado gli sforzi coi quali avevano cercato di far capire le miserie del mondo capitalista e proposto le procedure con cui porvi rimedio, nessuno fra i “grandi uomini” che avevano concorso a “plasmare la coscienza del XX secolo è riuscito ad evitare al mondo due guerre mondiali, le cui origini erano da imputarsi alle contraddizioni interne al modo di funzionare del sistema capitalistico; sistema, questo, che Keynes aveva cercato di proteggere, mentre Marx aveva “ferocemente” criticato, sino a proporne l’abbattimento.
Cosa può aver spinto i due “redivivi” a provare interesse, malgrado il loro diverso atteggiamento nei confronti del capitalismo, a scambiarsi le idee sullo stato del mondo che li circonda? A parere di Keynes molto li accomuna, perché entrambi hanno “un senso religioso della storia, dell’operosità dell’uomo, della dolorosa evoluzione di una società intesa come insieme di uomini nati uguali, della sua pulsione verso un obiettivo che non può configgere con un ideale di giustizia né tantomeno coincidere con la religione del denaro”; li distingue solo il fatto d’avere avuto un atteggiamento diverso nei confronti della borghesia, una classe comunque alla quale erano “appartenuti entrambi per censo e abitudini”, e nella quale, da un certo momento in poi, Keynes aveva visto una modalità del vivere insieme da salvare e Marx, solo il nemico del proletariato.
Keynes, al suo improbabile interlocutore, racconta che la sua mente, a partire dalla fine della Grande Guerra, ha incominciato ad essere sconvolta da un continuo fiorire di idee che si sovrapponevano caoticamente l’una all’altra: seguendo il racconto di Dacrema, un giorno gli saltava fuori il concetto di “trappola della liquidità”, il giorno dopo quello di “moltiplicatore degli investimenti”, un altro ancora si stupiva di come potesse essergli sfuggito che a un aumento del reddito corrispondeva un incremento meno che proporzionale del risparmio; una riflessione, quest’ultima, che Marx non esita a definire – quasi a gratificare il suo interlocutore – “una bella intuizione”, ricca di implicazioni politiche, se si considera che, se a un aumento del reddito corrisponde un aumento del risparmio superiore a quello dei consumi, se ne deve dedurre – osserva Marx al suo interlocutore – che “redditi troppo elevati e troppo diseguali non favoriscono una crescita di consumi e sono quindi di ostacolo a un incremento della domanda globale, dell’occupazione e dello sviluppo”. Il che giustifica qualunque politica diretta a favorire l’egualitarismo, dato che “a redditi più uguali, o meno diversi, si associa appunto una maggior propensione al consumo, che è di per sé sinonimo di maggior benessere collettivo”. Marx non ha dubbi, perciò, a definire l’intuizione di Keynes una vera e propria idea di sinistra.
Alle parole di Marx, Keynes si dimostra riluttante, facendo osservare al “collega” che, se anche all’epoca gli premesse considerare più la valenza economica dell’intuizione che quella politica, in quanto riteneva fosse prioritario far comprendere ai governanti, data l’assenza di una “legge” che assicurasse l’uguaglianza fra risparmio e investimenti, come “il risparmio lavorasse silenziosamente contro lo sviluppo”. Il non essere riuscito in questo intento gli era valsa l’attribuzione, da parte dei “detrattori”, di “un atteggiamento di sostanziale indifferenza per il livello del deficit pubblico”; ciò perché, a loro dire, egli sottovalutava il pericolo dell’inflazione e l’effetto destabilizzante che una moneta malata poteva avere per l’intero sistema. Caro amico, conclude Keynes rivolgendosi a Marx, le implicazioni della mia intuizione e la proposta che ho formulato nella mia “Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta” non sono stato in grado di farle capire a nessuno; il che “ha autorizzato chiunque a ritenere vero il contrario”.
In un successivo incontro, Marx non ha remore ad ammettere che le implicazioni politiche dell’intuizione di Keynes e l’illustrazione della proposta contenuta nella sua “Teoria Generale” gli avevano “aperto gli occhi”, nel senso di riconoscere, come già aveva avuto modo di affermare nel “Manifesto del Partito Comunista”, scritto con l’amico Friedrich Engels, che non tutto del capitalismo era da “buttare via”. In altri termini, egli riconosceva che il capitalismo “aveva fatto cose buone” e che a volte era stato “vero e proprio sinonimo di avanzamento, progresso, sviluppo inteso come esplorazione e manifestazione concreta dell’umana capacità di redimersi da un passato buio”. Certo, non sono risultati meno evidenti gli effetti negativi; se il capitalismo ha funzionato bene sul fronte della produzione e dell’innovazione, non ha funzionato altrettanto bene su quello della ripartizione della ricchezza, limitandosi, per contenere le conseguenze delle ineguaglianze distributive, ad inventare, con la costruzione del sistema di sicurezza sociale, “qualcosa di simile alla carità”, con cui lenire le sofferenze dei meno fortunati.
A Marx preme di ricordare a Keynes che nel suo opus magnum, “Il Capitale”, aveva tentato di dare una risposta alla domanda se il capitalismo per realizzare le sue mirabilia potesse riuscire a rendere compatibile il processo di accumulazione con una distribuzione più equa del prodotto sociale; invita pertanto Keynes a considerare quale sia stata la sua risposta. L’economista di Cambridge, affermando di averla appresa leggendo “Il Capitale”, ha anche modo di sottolineare di sorprendersi nell’apprendere dalla sua viva voce di non essere più sicuro della risposta data, invitando pertanto Marx ad illustrarne i motivi.
I dubbi e le perplessità che tormentano Marx affondano nel fatto che non è più sicuro della validità della risposta, soprattutto se considerata all’interno dello “strano periodo in cui noi stessi ci troviamo miracolosamente calati”. Il tormento nasce a causa della sua “teoria del valore”, in base alla quale egli riteneva che il valore delle cose prodotte dall’uomo dovesse essere uguale al valore del lavoro in esse incorporato; la teoria era stata il cuore di tutta la sua riflessione economica e sociale. Il valore delle cose egli l’aveva sempre fondato sul valore del lavoro che era stato necessario svolgere per la loro produzione, ma il capitalismo aveva ridotto quel valore a “vile merce”, cioè a “una materia che si può comprare a un prezzo di gran lunga inferiore a quanto vale”. Nell’elaborare la sua teoria del valore delle cose prodotte, Marx non si sarebbe accorto dell’”errore” che si era “insinuato” nel suo discorso, la moneta, “abilmente travestita da soluzione”.
La moneta, che gli era parsa lo strumento con cui oggettivare il valore delle cose prodotte, in realtà dissociava il loro “valore d’uso” dal “valore di scambio”, consentendo al capitalista di appropriarsi del “plusvalore”, col quale poteva incrementare, a scapito del lavoratore, la produzione di una maggior quantità di cose, originando ulteriore plusvalore. La moneta, perciò, contraddicendo l’illusione di Marx, non avrebbe mai consentito di conciliare l’accumulazione con la giustizia sociale.
Di fronte alle affermazioni di Marx, Keynes per poco non trasecola, considerando che, se a Marx era costato non poco ammettere di aver “sbagliato bersaglio” nello scegliere la moneta come strumento in grado di assicurare la conciliazione dell’accumulazione capitalistica con una distribuzione del valore delle cose prodotte secondo criteri di giustizia sociale, a lui, Keynes, sarebbe costato di più riconoscere di “aver fatto del bersaglio sbagliato il suo cavallo di battaglia”, nella costruzione di una teoria fondata sullo strumento della moneta per realizzare l’uguaglianza tra risparmio e investimenti.
Keynes, tuttavia, riavutosi dallo sconcerto momentaneo accusato dopo la “confessione” di Marx, non ha esitazioni nel convincersi che è sempre stata una caratteristica della moneta crescere e infiltrarsi nei processi economici, condizionandoli a tal punto, da orientarli verso risultati indesiderati. Egli, perciò, riconosce che la “linfa del denaro è il numero, suo unico alimento e punto di appoggio nel mondo”, indipendentemente dal fatto che dietro di esso vi siano prodotti reali o meno. E’ stata una grave ingenuità, hanno quindi convenuto i due “redivivi”, che la moneta potesse sempre premiare il lavoro o potesse, quando fosse stata razionalmente impiegata, favorire il livellamento del risparmio agli investimenti.
Alla fine della loro lunga conversazione, sviluppata ed articolata in giro per il mondo, i due “grandi”, Marx e Keynes, giungono ad una conclusione che trova conferma in quanto accade nel mondo che li circonda; l’aspetto più grave di tale conclusione è il loro convincimento che non possa esistere alcun automatismo idoneo ad esprimere che il “capitale è risparmio”, il quale, “liberato dalle cifre inadeguatamente delegate a rappresentarlo, si presenta in tutta la sua multiforme fisicità”; ciò perché il “risparmio è veritiero e utile quando non è numerico, prezioso proprio nella sua versione autentica, quella non monetaria”. Da qui l’urgenza, essi riconoscono, di modificare lo stato delle cose, per sostituire la moneta, “vecchio e logoro” strumento, con un ”veicolo più moderno”. Essi, perciò, concludono il loro dialogo affermando che bisogna “capire che cosa sarebbe stato più opportuno fare. E poi agire”.
A quel punto, il dialogo tra i due grandi pensatori ha termine, perché richiamati alla dura realtà del prosciugamento delle loro tasche; fatto che li costringe a trovarsi una nuova occupazione che, per quanto valga ad assicurar loro rispetto e considerazione per la saggezza che trasuda dal loro pensiero, il mondo capitalistico, che Keynes aveva cercato di salvaguardare e Marx di superare, li reincorpora, continuando a funzionare come di consueto nel produrre nuova ricchezza numerica.
Se questa è una delle possibili interpretazione del senso del dialogo immaginato da Dacrema tra i due grandi pensatori del passato, c’è poco da sperare che il futuro possa assicurare all’umanità un’economia ed una società post-monetarie: il capitalismo attuale sembra godere di una protezione assicuratagli da una sorta di “cotta di maglia di ferro” che non presenta, per nessuno che viva al suo interno, alcuna “via di fuga” o “uscita di sicurezza”. Se così, all’umanità non resterebbe, disperatamente, che chiedersi se vale ancora la pena impegnarsi per tentare di assicurare al capitalismo un “volto umano”, così come era nelle intenzioni di Marx e di Keynes, sin dai tempo in cui ancora erano di questo mondo.

Gianfranco Sabattini

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