giovedì, 24 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Note a margine sul Pd
Pubblicato il 14-02-2017


Sul Consiglio Nazionale del Partito Democratico, tenutosi ieri a Roma, si è detto e scritto molto oggi sulla stampa nazionale. Sono stati analizzati la “scena” come i “retroscena” possibili, senza tralasciare alcuna delle ipotesi plausibili per il futuro.
Si è molto sottolineata la litigiosità interna al PD. Ma, a ben vedere, quale partito della nostra Repubblica non è stato litigioso? Di frazionismi e correntismi, come di protagonismi personali, è inutile scandalizzarsi, parlando di odi e faide. Non esiste la “famiglia (politica) del mulino bianco”. E forse non è neanche un male in sé.
Certo, in questo frangente, e con il PD al governo, la complessità della situazione generale rende ogni distanza particolarmente gravosa; soprattutto per un partito che cerca faticosamente un’identità.
Tra autocritiche fatte e mancate; minacce di scissione; autocandidature alla segreteria, con un congresso da farsi in tempi piuttosto brevi (così come voluto dal segretario), la diretta streaming non ha offerto grosse sorprese.
E se di tutto, più o meno, già si è parlato, e con dovizia di particolari, forse val la pena di spendere alcune parole ancora per due discorsi. Ovvero, quelli di Paita e Orlando, dove ci sono stati passaggi interessanti. E che vanno oltre la discussione su “congresso subito o congresso più in là”.
Orlando, come sappiamo, ha espresso la convinzione che, prima del congresso, utile sarebbe svolgere una grande conferenza programmatica. Al fine di trovare almeno una base comune su cui intessere una discussione congressuale; e per evitare di arrivare all’assise più importante per la vita democratica di un partito, il congresso appunto, così come avvenuto nell’immediato passato. Quando a scontrarsi sono stai solo gli uomini, e non le idee. Risultando effettivamente irrisorio l’apporto alla discussione, e all’elaborazione, dei singoli iscritti al partito. Pochi e marginali nella discussione, tanti (guarda un po’!) nelle file ai seggi per votare questo o quel candidato.
Ad un certo punto, Orlando ha sottolineato con una certa forza, che il discorso che stava tenendo non era “rivolto allo streaming”; ma ai dirigenti del Partito Democratico, dentro e fuori quella sala.
Cosa da poco? Parole dette a caso, o solo in punto di retorica? Critica rivolta esclusivamente al 5 Stelle, che ama vivere “in brodo” di streaming? Difficile, visto il contesto ed in relazione anche alle decisioni prese dal ministro in sede di votazioni finali.
In un’epoca in cui “post”, “hastag” e “twit” sembrano aver preso il posto del discorso, le parole di Orlando possono anche essere interpretate come una critica (neanche tanto velata) ad un modo di fare politica, che, nel suo stesso partito, ha avuto molto spazio.
Rivolgersi ai dirigenti del PD, prima di tutto, e in quella sede, significa anche riconoscere un concetto fondamentale per la vita democratica di un partito politico (come di un Paese). Ovvero, il principio della rappresentanza.
Troppo spesso lo “streaming”, in quei contesti, ha avuto quasi la funzione di “scavalco” dei presenti, per rivolgersi contemporaneamente (prevalentemente?) ad un altro pubblico. Certo più vasto, ma che in quel contesto non ha, specificatamente, una funzione. Perché è già presente tramite i rappresentanti che ha democraticamente eletto.
La trasparenza è una buona cosa. Ma il suo utilizzo “politico”, che andasse oltre la sua naturale funzione, può sovvertire, e rendere poi difficoltosi, dei passaggi fondamentali per una sana vita interna dei partiti.
Sappiamo tutti cos’è un comizio e la sua “naturale” commistione con un pizzico di “dolus bonus”, pur di ottenere consenso dai presenti. Ma le assemblee, che non sono certo immuni alla demagogia, non possono essere tramutate sempre in un comizio; fatto di velocità e parole d’ordine che non devono essere affatto mediate dalla “lentezza” e dalla ponderatezza richieste a chi ha la responsabilità di governare un soggetto complesso. Nel quale “gerarchia” e passaggi dovrebbero avere una loro precipua ed essenziale funzione.
Perché, troppo spesso, lo “streaming” sembra aver avuto lo scopo, non di far diventare i muri (di una assemblea) di cristallo, ma di oltrepassarli con dei discorsi “ad hoc”. Per raggiungere, senza mediazione, luoghi e persone rilevabili, poi, nelle loro intenzioni, con i sempre più “fondamentali” sondaggi.
Una critica ad un certo modo di far politica? Forse. Ma saranno i giorni a venire che ci daranno la conferma.
Per quanto riguarda la Paita, e sempre tralasciando considerazioni sulla battaglia per la leadership interna al PD, significativo è stato il passaggio del suo intervento in cui metteva in rilevo come, oggi, sia diventato difficilissimo reclutare giovani capaci di assumersi responsabilità amministrative. Di fare i sindaci, i consiglieri o gli assessori. Per poi, con tempo ed esperienza, assurgere ad incarichi più alti.
La crisi della politica, come ben sappiamo, passa anche dalla crisi della sua credibilità come attività eticamente veicolata e idonea alla risoluzione dei problemi della collettività.
I giovani non si accostano alla politica, perché la considerano qualcosa, nel migliore dei casi, inutile e lontana.
Sbagliano? Si, ma non lo fanno certo da soli, o perché sono dei deficienti.
Se un partito, di sinistra per giunta, e con ancora in piedi una sua struttura, ha problemi seri di reclutamento, la problematica dovrebbe avere una corsia preferenziale. Perché i partiti, con le loro sezioni, sono sempre stati fondamentali per la crescita della classe dirigente locale e nazionale.
Questa è un’altra sfida fondamentale per il PD del presente e del futuro. Il presidente Mattarella ha detto che:” Un paese che non include i giovani del lavoro si condanna da solo”. Vero, e riguarda anche i partiti.

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo alla disaffezione verso gli impegni “amministrativi”, quello che sta succedendo ai giorni nostri può essere anche figlio del vento dell’antipolitica sul quale qualcuno, tra i partiti dell’epoca, soffiò a piene goti un quarto di secolo fa, e visto l’andamento delle cose quel qualcuno potrebbe o dovrebbe essere indotto oggi ad interrogarsi, o a farsi, come si dice, un esame di coscienza, anche se ormai servirebbe probabilmente a poco considerando il tempo trascorso da allora (ma almeno potrebbe forse evitare che si abbiano a ripetere gli errori di quella stagione).

    Paolo B. 17.02.2017

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