sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nunziante Mastrolia
Una costituente socialista, liberale, radicale
Pubblicato il 02-02-2017


Nel 1962 Thomas Kuhn dava alle stampe La struttura delle rivoluzioni scientifiche. L’idea di fondo di quell’opera è che la ricerca scientifica non procede in maniera lineare ma per improvvise frenate ed improvvise accelerazioni, ascese e crolli di grandi paradigmi dominanti, in grado di condizionare ed orientare, quando regnano incontrastati, le percezioni collettive.

Per fare un esempio. Quando il paradigma dominante era quello geocentrico, le percezioni degli individui erano condizionate dall’idea che il sole ruotasse intorno alla terra. Con l’avvento del paradigma eliocentrico tutto è cambiato.

Il punto è che – sostiene Kuhn – quando un paradigma va in crisi si apre una fase di “scienza rivoluzionaria”, che può durare più o meno a lungo, nella quale si va alla ricerca di un nuovo paradigma in grado di spiegare quei fenomeni e risolvere quei problemi che hanno messo in crisi ed hanno determinato il crollo del vecchio paradigma. Una fase d’incertezza caotica, pericolosa, ma anche creativa.

Paradigmi dominanti

Questa idea di una storia che procede – senza con ciò voler fare alcun riferimento a nessun processo dialettico hegeliano – per paradigmi dominati che si succedono, credo possa essere traslata in ambito politico. Se lo si fa, ci si accorge che nella prima parte del XX secolo ad alternarsi sono stati due paradigmi quello del laissez-faire o paradigma liberista e quello della statizzazione integrale dei mezzi di produzione o paradigma collettivista. Dopo la guerra ad imporsi è il paradigma socialdemocratico a cui succederà, a partire dagli anni Ottanta, quello neoliberista.

Un punto va messo in evidenza. Se quest’ultimo paradigma è caratterizzato da una sorta di fondamentalismo di mercato, il paradigma socialdemocratico mantiene, com’era per il paradigma collettivista, al suo interno un nucleo solido di anticapitalismo.

Infatti, negli anni in cui a dominare è il paradigma socialdemocratico, l’idea della fuoriuscita dal capitalismo, della collettivizzazione integrale dei mezzi di produzione, resterà sullo sfondo, si allontanerà sempre più nel tempo, si trasformerà in un semplice flatus vocis, ma resterà comunque presente. Così come l’idea delle riforme di struttura, vale a dire la via non violenta per abbattere il capitalismo.

In questo senso è utilissima la distinzione che fa Domenico Settembrini tra “riformismo dei fini” e “riformismo dei mezzi”. Per il primo “l’ordine esistente, in linea di principio, va accettato in toto – non solo la democrazia liberale, ma anche l’assetto economico sociale, detto capitalismo – allo scopo di migliorarlo, rendendolo più giusto e dunque più forte”. Il secondo, invece, e cioè il riformismo dei mezzi, “non crede realizzabile o opportuno l’uso della violenza, e ritiene che si debba arrivare al collettivismo, alla trasformazione radicale della società esistente, attraverso le riforme”. Ciò che dunque distingue i due riformismi non è il rifiuto o meno della violenza “perché non sempre le riforme vengono propugnate – le parole sono sempre di Settembrini – per evitare la rivoluzione collegata necessariamente con l’impiego della violenza”.

Il criterio distintivo è invece il modo in cui rivoluzionari e riformisti si pongono in rapporto al capitalismo e alla democrazia liberale. “Rivoluzionario – scrive Settembrini – allora diremo quel movimento che, indipendentemente dai mezzi invocati od usati, prevalentemente pacifici o prevalentemente violenti o misti, mira ad un tipo di ordinamento sociale (…) antitetico in tutti i campi: economico, politico, culturale e civile, a quello capitalistico democratico (…). Riformista è invece quel movimento che mira a migliorare e perfezionare, magari radicalmente, ma non a distruggere l’ordinamento esistente, perché ritiene valori assoluti di civiltà i principi su cui esso si basa; per quanto numerose e aspre possano essere le critiche da esso rivolte, in particolari situazioni, al concreto modo di tradurre in pratica detti principi […]. Quali principi? La libertà individuale, la democrazia e il benessere per tutti”.

Così inteso, conclude Settembrini, “il riformismo è socialismo liberale, vale a dire la teoria e prassi volte a conciliare al massimo, nel quadro di una moderna società industriale, la libertà e l’uguaglianza, nel senso di garantire a tutti il massimo di libertà reale, compatibilmente con le esigenze talvolta ferree della vita associata e dell’efficienza produttiva”.

Se così stanno le cose, allora si può dire – i testi parlano chiaro – che tutta la storia della sinistra italiana, da Togliatti a Saragat, da Gramsci a Turati, da Lombardi a Berlinguer, è animata da un unico afflato fatto di anticapitalismo e di diffidenza nei confronti della democrazia liberale. Per inciso, l’unico tentativo di creare – sulla scia di quanto fatto dalla SPD a Bad Godesberg – una sinistra compatibile con la civiltà liberale e l’economia di mercato fu quello di Craxi, che da questo punto di vista rappresenta un unicum.

Per avere una conferma in tal senso si pensi alla massiccia campagna di nazionalizzazioni a cui Mitterand da avvio quando arriva all’Eliseo o si guardi al caso inglese. Al di là della nota questione della clausola IV dello statuto del Partito Laburista – che poneva l’obiettivo della nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione -, eliminata poi da Blair, si pensi al caso di movimento fabiano. Prende il nome da Fabio Massimo, il temporeggiatore e come recita il motto della stessa Fabian Society: “Per un certo tempo occorre attendere come fece Fabio con somma pazienza nella sua guerra contro Annibale, anche se molti criticavano la sua attesa, ma al momento giusto occorre colpire con forza, come fece Fabio, o l’attesa sarà stata inutile e priva di frutti”. Colpire cosa? Il capitalismo, la proprietà privata, la libera impresa. L’obiettivo ultimo anche dei fabiani resta quello indicato dalla clausola IV, vale a dire la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione.

Al ruolo salvifico che anche il paradigma socialdemocratico (insieme a quello collettivista) attribuisce allo Stato (ad eccezione del caso tedesco, come si è detto), si sostituisce il ruolo salvifico e taumaturgico attribuito al mercato dal paradigma neoliberista, che, come gli altri paradigmi su menzionati, è un’ideologia e nulla ha a che fare con il capitalismo che è un sistema di produzione. Per inciso, questa distinzione è utile, perché si può avversare il neoliberismo, senza per questo essere anticapitalisti.

Il paradigma neoliberista ha avuto un ruolo dominante dall’inizio degli anni Ottanta fino all’inizio della crisi economica partita con la crisi dei mutui sub-prime nel 2008. In questo senso si può dire che la crisi economica è il prodotto della coerente applicazione di tutti i dogmi del paradigma neoliberista, e della crisi sociale che esso ha prodotto.

Pertanto, visto l’esplodere della crisi economica appare evidente come quel paradigma non abbia mantenuto le sue promesse e cioè una maggiore ricchezza prodotta e maggiore benessere per tutti. O meglio, la prima promessa è stata mantenuta: sono state, in effetti, prodotte ricchezze delle meraviglie. La seconda promessa, al contrario, non è stata mantenuta, come dimostra l’aumento delle disuguaglianze. Ciò significa che il paradigma neoliberista è crollato, perché i suoi assunti sono stati – popperianamente – falsificati dalla crisi economica.

Pertanto, si può dire che le enormi difficoltà che il mondo politico sta vivendo oggi e il suo disorientamento nell’individuare la rotta da seguire derivano dal fatto che al momento non vi è alcun paradigma dominante. Di qui il procedere a vista, per tentativi ed errori, continuando spesso ad applicare le ricette proprie del vecchio paradigma, ignorando che queste, dall’austerity alla politica dell’offerta (supply-side economics), nell’attuale contesto, più che la cura sono il veleno.

Il paradigma costituzionale

Che fare allora? Da dove cominciare per ricostruire un nuovo paradigma che non abbia i difetti dei due precedenti?

Se la si smettesse con la vuota retorica della Costituzione più bella del mondo, si scoprirebbe che, più che bella, la nostra Carta fondamentale è utile. E’ un utile strumento necessario a preservare e garantire nel lungo periodo libertà e benessere.

Come? Imponendo un continuo bilanciamento tra le ragioni della libertà e quelle della giustizia sociale, attraverso la costituzionalizzazione dei diritti civili e politici, conquistati nei secoli dalle grandi rivoluzioni liberali, accanto ai diritti sociali, conquistati nei secoli dalle lotte dei movimenti operai e sindacali.

In questo senso si può dire che all’interno della cornice costituzionale, la vita politica deve svolgersi ponendo, a seconda delle diverse fasi storiche (come l’attuale), con maggiore enfasi l’accento sui diritti sociali, compito che spetta alle sinistre, mentre in altre è necessario porre l’accento sulle libertà liberali, compito che spetterebbe alle destre. Ciò vuol dire che il liberal-socialismo è la bandiera di una sinistra compatibile con una costituzione dove, come si vedrà dopo, è riconosciuto il capitalismo; mentre la bandiera di una destra repubblicana non potrebbe che essere quello del liberal-liberismo. Questo significa che non solo la distinzione tra destra e sinistra continua ad esistere, nonostante in tanti continuino a magnificarne la fine, ma è definita dalla Costituzione stessa.

Ora, se è vero che l’essenza della nostra Carta è la compenetrazione di diritti liberali e diritti sociali e se è vero quanto scrive Leo Valiani quando sostiene che il socialismo liberale consiste nell’accettazione incondizionata “da parte del movimento operaio, non solo del metodo della democrazia politica, (…) ma altresì dell’economia di mercato, e in generale dei valori della civiltà liberale”, allora non è azzardato dire che la nostra Costituzione è scritta con i caratteri del socialismo liberale. Cosa che del resto appare evidente in quell’articolo 41 dove si da rilevanza costituzionale ad uno degli istituti cardinali della civiltà liberale, vale e dire la libera impresa, ma nel contempo si impone che essa sia compatibile con l’utilità sociale e comunque che non sia nociva “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Stessa cosa accade nell’articolo 42 dove si riconosce un altro istituto fondamentale delle civiltà liberale, vale a dire la proprietà privata, che però dove tendere anch’essa al soddisfacimento di una “utilità sociale”.

In questo senso, si può anzi dire che le libertà liberali sono “finalizzate” (La Pira, Moro e Basso in Assemblea costituente utilizzarono questo stesso concetto), in quanto trovano un limite ed un fine nella possibilità di garantire a tutti i diritti sociali: “che valore può avere – le parole sono di Saragat – oggi per un disoccupato, per un uomo che lotta per la sua vita fisica, che valore può avere la nozione di libertà di stampa, o di pensiero, o di riunione? (…) I diritti sociali sono un complemento necessario oggi dei diritti di libertà”; “è evidente che se noi togliessimo dalla costituzione moderna questo diritto sociale, faremmo una cosa morta. In verità, essi sono la parte più viva di questo documento” e questo perché “se non siamo capaci di dare un contenuto concreto a questi diritti sociali, non possiamo difendere neanche i diritti di libertà […] se non saremo in grado di realizzare la parte sociale di questa Costituzione, non saremo in grado di difendere la parte politica. Oggi la democrazia sociale è talmente legata alla democrazia politica per cui, se non realizziamo un minimo di giustizia sociale, non saremo in grado di difendere i diritti di libertà”, è per questo che, continua Saragat, “il problema della giustizia sociale e della libertà sono intimamente collegati”. Ed è in questa prospettiva che appare evidente come il socialismo non si ponga come l’antitesi del liberalismo bensì come il suo sviluppo organico, esso diviene così quel movimento sociale che ha come obiettivo l’universalizzazione delle libertà liberali, attraverso il superamento del modello liberista.

Ed, infatti, tutto il dibattito, che in Assemblea costituente porterà alla costituzionalizzazione dei diritti sociali, si svolge sullo sfondo di un’idea che accomuna tutti i costituenti – da La Pira a Lussu, da Togliatti a Basso – vale a dire il fallimento dello Stato liberal-liberista, colpevole di aver ignorato la questione sociale che ha degradato il popolo a folla, a massa. Una massa impaurita e impoverita che ad un certo punto per reazione ha prestato il proprio braccio e affidato il proprio consenso al fascismo.

Di qui la necessità, espressione ricorrente in Prima Sottocommissione, di superare – concetto usato sia da La Pira che da Togliatti – le carte del 1789 e cioè pensare un ruolo nuovo per lo Stato, che non poteva più limitarsi ad essere il guardiano notturno della proprietà privata, ma lo si doveva impegnare a garantire a tutti quei diritti sociali – di qui la loro costituzionalizzazione – che sono lo strumento più efficace per curare e prevenire una questione sociale, malattia mortale delle democrazie.

Di qui la necessità di correggere lo Stato liberale trasformando le masse amorfe in popolo, rimuovendo quegli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In questo senso, si può sostenere che la massa, la folla è il naturale prodotto della normale azione delle forze di mercato se lasciate senza controllo. Esse producono disuguaglianza economica, sperequazione sociale e polarizzazione politica. Ciò, per converso, vuol dire che il popolo è una costruzione politica, che si ottiene utilizzando lo Stato sociale, l’istruzione e la sanità pubblica per far sì che i cittadini abbiano di che vivere, non abbiano a temere di morir di fame e abbiamo un insieme di conoscenze tali da poter competere come mente-opera high–skilled nel mercato e poter decidere con consapevolezza come cittadini nella competizione politica democratica. Non solo: la mano pubblica diviene lo strumento, attraverso l’istruzione e il finanziamento pubblico della ricerca, necessario ad innalzare un intero popolo e condurlo verso settori produttivi a maggiore contenuto tecnologico e di conoscenza, sottraendolo dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo che possono sfruttare il loro vantaggio comparato dovuto essenzialmente al basso costo della manodopera.

In sintesi, i diritti sociali servono ad impedire che una nuova questione sociale possa condurre all’avvento di un dittatore, che non occupa nottetempo le stanze del potere, ma è invocato nelle piazza da folle che temono di morire di fame e nel contempo servono a far sì che il maggior numero di esseri umani possa contribuire nella pienezza delle proprie facoltà e potenzialità alla vita economica e politica di una nazione.

Se così stanno le cose, allora appare evidente come la Costituzione è uno strumento, costruito tenendo presente chiaramente non solo le cause che hanno condotto al crollo dello Stato liberale e dell’avvento del fascismo, ma anche le cause che nei secoli – dall’Atene dei Teti alla Firenze dei Ciompi, passando per la Roma dei Gracchi – hanno condotto alla collasso di quei pochissimi esperimenti di società aperta che la storia dell’Occidente registra. Così, la costituzione diventa lo strumento per la costruzione di quella società – tratteggiata da Stiglitz – “in cui il divario fra chi ha e chi non ha si è ridotto, nel quale esiste il senso di un destino comune, un impegno condiviso a estendere opportunità ed equità, in cui le parole libertà e giustizia per tutti significano davvero quel che sembrano, in cui prendiamo seriamente la Dichiarazione universale dei diritti umani, che sottolinea l’importanza non soltanto dei diritti civili, ma anche dei diritti sociali, e non soltanto dei diritti di proprietà, ma anche dei diritti economici dei comuni cittadini”.

E’ in questa prospettiva che la Costituzione si mostra per quello che essa realmente è, vale a dire il lascito più importante che i costituenti potessero fare alla nascente repubblica. Un lascito importante, lo dicono i numeri del referendum costituzionale del dicembre del 2016, di cui i cittadini italiani hanno dimostrato di avere piena consapevolezza. Non solo consapevolezza del suo valore fondativo, ma anche del suo essere cosa viva, che informa di sé l’orizzonte nazionale, che continua a riempire di prospettive, aspirazioni le vite quotidiane, ad alimentare il senso di giustizia, ad essere uno sprone per la partecipazione politica. Così, quasi con commozione, si scopre che, quel patriottismo costituzionale, caro ad Habermas e Calamandrei, che in Italia è sempre apparso quasi irrealizzabile, ora è cosa viva, solida, che unisce sensibilità diverse, aree sviluppate e depresse, intellettuali ed operai, mobilitando milioni di cittadini.

L’elemento paradossale è che la cogenza normativa del dettato costituzionale è più forte al di fuori dei partiti politici, che faticano a derivare da essa una visione politica di lungo periodo, e sulla sua base dare un nuovo fondamento a quelle culture politiche scomparse dopo la bufera degli anni Novanta.

Di qui la necessità di collegare questa nuova forza riformatrice, il polo socialista, liberale e radicale a quegli articoli il cui mancato rispetto ha consentito che in Italia attecchisse quel paradigma neoliberista, che non riconosce alcun valore ai diritti sociali, e che proprio per questo non avrebbe dovuto trovare nel nostro ordinamento diritto di cittadinanza.

Il programma è nella costituzione

Se il discorso fatto sin qui regge, allora vuol dire che il paradigma che serve per ricostruire quel polo socialista, liberale, radicale, laico e progressista è già presente in Costituzione. Si tratta di leggerla, applicarla punto per punto e, in quanto forza di sinistra, porre l’accento sui quei diritti sociali che soli possono curare la questione sociale che affligge questo paese e dà alimento ai populisti.

Diritti sociali, dunque, ma anche democrazia rappresentativa con divieto di mandato imperativo, senza nostalgie roussoviane.

Rifiuto di ogni deriva anticapitalista. L’economia di mercato, come si è detto, con i due suoi elementi cardine, la proprietà privata e la libera impresa, ha rilevanza costituzionale nel nostro ordinamento, il che significa che ogni forma di massimalismo non ha diritto di cittadinanza in Italia.

Ciò però non significa che la legge della concorrenza debba dominare ogni ambito dell’esistenza e a plasmare totalmente la società. Infatti, non è affatto detto che il libero mercato e la lotta della concorrenza giovino sempre ai più. Anzi, è vero il contrario. Scrive Luigi Einaudi: “Gli uomini del secolo passato supposero che bastasse lasciar agire gli interessi opposti perché dal loro contrasto nascesse il vantaggio comune. No, non basta. Se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”. Sul punto Wilhelm Röpke è chiarissimo: l’economia di mercato “abbandonata a se stessa, diventa pericolosa, anzi insostenibile, perché ridurrebbe gli uomini a un’esistenza non naturale che tosto o tardi essi si scrollerebbero di dosso insieme con l’economia di mercato diventata odiosa”.

Se così stanno le cose, allora non è eccessivo dire che l’economia di mercato e la libera concorrenza possono, se non corrette, indebolire le istituzioni liberali e trasformare una società aperta nel suo opposto. Einaudi lo scrive chiaramente “la pura società economica di concorrenza è pronta alla sua trasformazione o degenerazione nel collettivismo puro” o per dirla in altri termini: “come la perfetta democrazia sbocca nello stato collettivistico, così la perfetta concorrenza sbocca nel sistema economico collettivistico”. Infatti, “l’economia di concorrenza vive e dura, data l’indole umana, solo se essa non è universale; solo se gli uomini possono, per ampia parte della propria attività, trovare un rifugio, una trincea contro la necessità continua della lotta emulativa, in cui consiste la concorrenza. Il paradosso della concorrenza sta in ciò, che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita. La corda troppo tesa si rompe”.

Ciò vuol dire, tirando le somme, che la macchina economica “ha i suoi fini” – le parole sono di Röpke – “che non coincidono coi fini umani”. Pertanto la fede in un mercato che autoregolandosi produce contemporaneamente ricchezze private e benessere generale è falsa. “Non v’è più nessuno – le parole sono di Einaudi – il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al ‘liberismo’ quel valore di ‘legittimo principio economico’ che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se il mercato lasciato a sé stesso non genera affatto il migliore dei mondi possibili, ma rischia di cannibalizzare la società liberale che pure l’ha generato, diviene allora necessario intervenire: “Possiamo progressivamente eliminare – le parole sono di Winston Churchill – i mali che l’affliggono (la società); possiamo progressivamente aumentare i benefici che vi sono insiti. Io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Per Röpke intorno alla macchina economica è necessario costruire “una solida cornice antropologico-sociologica […]. Il principio individuale nel nocciolo dell’economia di mercato deve essere controbilanciato, entro la cornice, dal principio sociale umanitario, se vogliamo che entrambi sussistano nella nostra società moderna e se nello stesso tempo vogliamo vincere i pericoli mortali della riduzione a massa” dei cittadini.

Ed ecco allora che si comprende quell’ articolo 2 della Carta che impone l’obbligo di adempiere al dovere della solidarietà politica economica e sociale, che si aggancia al dovere di garantire a tutti un’esistenza libera e dignitosa, sia a quanti sono inabili al lavoro o sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, sia a coloro che sono disoccupati involontariamente. Qui si innesta il dovere di istituire quel reddito minimo garantito, che è lo strumento più efficace per spegnere l’incendio del populismo e che è una priorità assoluta oggi più che in passato, visto il ritmo esponenziale con cui l’innovazione tecnologica sta fagocitando posti di lavoro. In questo senso, il reddito minimo garantito diviene la chiave di volta se non vogliamo che una disoccupazione tecnologica di massa distrugga anche le meraviglie della tecnica di cui godiamo.

E ancora. Rifiuto della retorica sovranista. Del resto è la stessa costituzione che l’impone, quando con l’art. 11 consente all’Italia “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, e tra queste la più importante, vale a dire l’Unione europea.

Tuttavia questa vocazione internazionalista, anzi transnazionale, non implica che in questa sinistra abbiano diritto di cittadinanza quanti considerano un segno di evoluzione sbeffeggiare il proprio paese, o quanti offendono la patria, “la cui difesa è sacro dovere del cittadino” (art. 52) o la bandiera, essa stessa dotata di una dignità costituzionale così importante che vi si dedica un intero singolo articolo nella prima parte della Carta, nei principi fondamentali (art. 12), in quanto simbolo di un’intera nazione della sua storia e delle sue aspirazioni.

Né sovranisti né ostili alle politiche di accoglienza, visto che, come la Costituzione stessa impone, in questo paese “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il resto viene da sé. La pari dignità sociale di ogni cittadino, tutela del lavoro e del salario; Stato sociale e tassazione progressiva; vicinanza al sindacato, attore essenziale in un’economia di mercato per poter tutelare il lavoro e il salario, tanto che anche la sua arma principale, lo sciopero, da noi gode di un riconoscimento costituzionale, a differenza della serrata; fondi pubblici alla ricerca scientifica e la necessità di ripensare alla possibilità che lo Stato giochi un ruolo strategico in economica, soprattutto attraverso la produzione di istruzione, ricerca scientifica ed innovazione tecnologica. Tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nella nazione così come l’articolo 9 impone.

Nella Costituzione, infine, è anche la prospettiva internazionale a cui guarda questo polo socialista, liberale, radicale e cioè l’Europa e la famiglia delle “società aperte”, delle liberal-democrazie, senza nulla concedere alle derive neo-zariste di Putin, neo-ottomane di Erdogan e neo-imperiali di Xi Jinping.

Conclusioni

Le condizioni politiche perché a sinistra si formi un quarto polo socialista, liberale, radicale, laico e riformista, accanto al M5S, al polo di centro, fatto di PD e Forza Italia, e a quello delle destre, si stanno lentamente formando. Anzi, le prospettive sono incoraggianti.

Tuttavia esiste il pericolo che l’antica vocazione massimalista, fatta di anticapitalismo e diffidenza verso lo stato liberale, possa infettare questo progetto, con il rischio di appiattire un tale nascente soggetto politico sulle posizioni del M5S ed alienargli le simpatie di quanto non intendono seguire il PD renziano che converge al centro. La spia più affidabile che indica se questa infiltrazione è in corso potrebbe essere l’emergere della classica retorica anticapitalista, dell’avversione nei confronti di multinazionali, banche e dei liberi commerci, dimenticando che il capitalismo “è l’unico sistema capace di far lievitare la ricchezza: sopprimerlo – le parole sono di Luciano Pellicani – significa uccidere ‘la gallina dalle uova d’oro’ e, di conseguenza, condannare i lavoratori a vivere nell’indigenza più estrema”. Altro segnale è il riemergere di quella diffidenza, e questa è una peculiarità tutta nostrana, nelle istituzioni liberali, evocata nell’immagine della cesura tra il Palazzo (infetto) ed il paese reale (sano e virtuoso).

Per converso c’è un altro pericolo, quello di trasformare quest’area politica in un semplice cartello elettorale, un semplice rassemblement che, non avendo un’anima precisa, non ha un programma e quindi non può contribuire a risolvere i problemi del paese. Un cartello elettorale senz’anima e senza radici potrebbe proprio per questo motivo durare molto poco oltre che essere inutile.

Per evitare che un tale sbandamento a sinistra abbia luogo e per evitare che si crei un raggruppamento senz’anima, è necessario, pertanto, tracciare chiaramente un confine a sinistra e a destra, aggregando tutte quelle forze che, pur critiche nei confronti del paradigma neoliberista e della globalizzazione, non sono né sovraniste, né anticapitaliste, né protezioniste, e che si riconoscono nei valori e nel metodo del socialismo liberale.

Dove per valori si intende la possibilità che tutti godano ugualmente dei diritti liberali e sociali, il che impone la necessità di rafforzare lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Mentre per metodo si intende la necessità di trovare di volta in volta un punto di equilibrio tra le esigenze entrambe legittime del mercato e del cittadino, tra libertà economica e giustizia sociale. A proposito di metodo ce n’è un altro al quale sarebbe saggio attenersi scrupolosamente, seguendo l’esempio dei Radicali, e cioè l’applicazione del metodo scientifico alla politica, o meglio alle proposte ed alle politiche pianificate ed adottate per risolvere i problemi di una società.

In conclusione, il rischio che si inneschi una deriva massimalista da una parte e di un cartello elettoralistico dall’altro è alto. Per non dire delle difficoltà che un tale progetto avrebbe se la corsa verso le elezioni dovesse accelerare. C’è però un elemento, forse il più importante, che lascia ben sperare.

Come entità politica il socialismo liberale ha avuto vita brevissima, quasi inesistente in Italia, ma in quanto cultura politica da Carlo Rosselli ad Ernesto Rossi, da Altiero Spinelli ad Guido Calogero, da Aldo Capitini a Marco Pannella, da Einaudi a Bobbio, da Settembrini a Pellicani ha prodotto una tale masse di idee, riflessioni, prospettive, suggestioni, proposte che sono lì pronte e alle quali si può attingere a piene mani. Altrettanto ricco è il patrimonio di soluzioni, riforme, innovazioni adottare dagli altri membri della famiglia delle società aperte, a cui è necessario guardare senza nessun provinciale e banale senso di superiorità italica.

Ora si tratta di avviare il dialogo, su un piano pienamente paritario tra i tanti soggetti (PSI, SI, Radicali, Possibile, Comitati per il NO, ConSenso), che hanno la volontà di costruire un nuovo, stabile, ben tornito soggetto, intorno ad una cultura politica, fatta con lo stesso materiale di cui è fatta la costituzione repubblicana.

E’ necessario avviare questo percorso federativo. E’ necessario fondere le diverse anime in una nuova forza di sinistra, se non vogliono da una parte lasciare il governo del paese nelle sole mani di un neo-centrismo (Renzi-Berlusconi) che si preannuncia sterile e dall’altra spalancare, a causa delle nostre divisioni come nel 1921, le porte al populismo.

Nunziante Mastrolia

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Commenti all'articolo
  1. Carissimo Nunziante
    Ho preso visione e lettura con ritardo del tuo “Saggio” di Scienza Politica.
    Mi rammarico sempre più nel notare come nell’Area liberal socialista esistano tante ottime individualità di pensiero le cui analisi si soffermano per il breve tempo di una pubblicazione senza che ad essa si accompagni la maturazione di un Lavoro di Gruppo che sappia trasformare in un PROGETTO tutti i contributi preziosi di idee e proposte utili a costruire quel quarto polo che hai delineato.
    Come Socialisti siamo alla vigilia di un Congresso il cui svolgimento ha purtroppo come regola la FRETTA che rischia di farlo svolgere con un’unica Mozione, mentre proprio per la situazione di una perenne Diaspora in cui ci dibattiamo, occorrerebbero tempi più lunghi per sedimentare risentimenti e far maturare proposte anche alternative, come di costume deve caratterizzarsi la vita democratica di una Comunità che, oltre allo sforzo di sopravvivere, voglia avere anche la volontà di rilanciarsi e di affermarsi di fronte agli elettori.
    Questo tuo Saggio poteva rappresentare una Mozione congressuale, ma purtroppo, anche volendolo fare, non ti sarà possibile in quanto avresti dovuto raccogliere entro 13 giorni le firme del 15% dei componenti il Consiglio Nazionale e consegnarla “brevi manu” entro oggi venerdi 10 febbraio.
    Sull’Avanti, con tre settimane d’anticipo rispetto alla data del Consiglio Nazionale del 28 gennaio, in due commenti alla Redazione e a Nencini, avevo raccomandato di indire il Congresso tra fine aprile e meta maggio proprio per riappropriarci dei tempi utili per sopperire, oltre che alle le nostre necessità interne relative alla progettualità delle Mozioni e al recupero della Diaspora, anche per poter trasferire nel Congresso i frutti che riusciremo a cogliere dagli appuntamenti della Marianna e Bertinoro, tesi alla costruzione di un Area rosso verde, a prendere cognizione dei meccanismi della nuova Legge elettorale per potere valutare le reciprocità dei contenuti nelle alleanze con le altre forze politiche tra cui comprendere anche lo spazio da dedicare al cantiere aperto da Pisapia.
    Ciò avrebbe consentito la più ampia partecipazione al dibattito nelle Sezioni, Federazioni Provinciali e Federazioni Regionali e a prevenire eventuali strumentalizzazioni e cavilli statutari e dimostrare la piena e convinta apertura e disponibilità al confronto democratico interno ed esterno al PSI.
    E per collegarmi al titolo del Fondo di Nencini “Parlare agli italiani”, otre a quanto sopra facevo presente che questa dilatazione della data del Congresso ci avrebbe dato anche più tempo per far conoscere agli italiani le nostre proposte e i nostri valori.
    Sono conscio che, come un semplice iscritto di 83 anni, di non potere avere la presunzione di dettare i tempi di un Congresso ma come tu saprai, la fretta fa fare alla gatta dei micini ciechi, ed in questo periodo vedo gli occhi di molti dirigenti del PSI ancora accecati dal rancore.
    Potresti farmi conoscere la tua opinione??
    Per il momento ti ringrazio per questo prezioso contributo che hai portato in riflessione sull’Avanti, che è rimasta l’unica Voce con cui possono ancora esprimersi i Socialisti.
    Un forte abbraccio da Nicola Olanda

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