mercoledì, 18 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

PD, la banalità del farsi del male
Pubblicato il 10-02-2017


Parafrasando Hannah Arendt viene spontaneo, rispetto allo scontro sulla porta di casa (dentro o fuori?) del Pd, definire la condotta morale della sinistra dem come “la banalità di farsi del male”. Parlerò in seguito di Renzi e della sua autocritica che è solo agli inizi e che potrebbe essere accelerata se non incombesse ripetutamente la minaccia di scissione da parte delle minoranze del PD.

Partirei di qui, dalle proposte delle minoranze, uso il plurale per quanti sono i personaggi in cerca di fare il leader con sfumature diverse per ritagliarsi di volta in volta una propria autorevolezza saltando a piè pari una collegialità di ricerca che sola potrebbe far scaturire per capacità di analisi, oltre che per esperienza vissuta e riconosciuta, una reale leadership. Partiamo da chi ancora ha una taratura riconosciuta nel partito e nel Paese ma che sta facendo di tutto per dissiparla. Alludo a Bersani ed all’ultimo aut-aut, quello che senza garanzie di rappresentanza nei prossimi gruppi parlamentari, prospetta la scissione con una nuova formazione politica, bontà sua nobilitata come un nuovo ulivo, con tutti i rami disponibili nel centrosinistra e verso sinistra, il cui auspicio sarebbe di includere nuovi rami mentre minaccia di segare il tronco imprescindibile per tenerli uniti. Un’enormità che mi ha dettato il titolo di questo intervento “La banalità del farsi del male!”.

Come ci si può accreditare e proporsi alternativi in un partito se ad ogni divergenza la minaccia è quella di uscirne, o di votare di volta in volta come battitori liberi o di votare contro la fiducia al Governo? Un modo di proporsi che fece dire nel lontano 1920 ad un certo Lenin per averlo sperimentato che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Non ho sentito una sola parola di autocritica da parte di alcun esponente della sinistra dem sulla constatazione dell’assoluta marginalità del proprio apporto ai no straripanti quando l’intento conclamato era di essere determinanti per non far vincere il sì, quindi credibile non solo per Renzi, che avrebbe consacrato un uomo solo al comando con esclusione successiva degli avversari interni grazie ai capilista nominati. Ed ancora nessuna correzione di rotta dopo il valore aggiunto che la vittoria di Trump potrebbe apportare agli antieuropeisti. Ma per tornare al tasto dolente di una marginalizzazione nella rappresentanza parlamentare, poiché ci si rifà all’ulivo perché non avanzare la classica proposta che sottrae la scelta alle oligarchie e cioè che qualunque incarico sottratto al voto popolare deve essere rimesso alle primarie? La natura composita della maggioranza di Renzi dà garanzie che nessun gruppo è in grado di farne un monopolio. D’altra parte come potrebbe Renzi aspirare a superare il fatidico 40% se non si assicura in partenza il pieno del suo partito per aggregare i possibili alleati e i simpatizzanti?

Roca

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Commenti all'articolo
  1. “Non ho sentito una sola parola di autocritica….”, dice l’Autore, ma chi non fa autocritica è comunque in buona compagnia, dal momento che non mi sembra di aver visto molte riflessioni nel dopo Referendum da parte di chi spingeva fortemente per il SI’, e si è trovato poi davanti ad un esito inatteso, che dovrebbe indurre quantomeno ad una qualche analisi sul significato di quanto è uscito dalle urne..

    Fra l’altro, dopo il 4 dicembre si sente discutere soltanto della eventuale data delle prossime elezioni, e del “fatidico 40%”, mentre nessuna parola viene spesa, che io sappia, riguardo alle Riforme costituzionali, che dovevano essere la nostra prima preoccupazione per ammodernare il Paese, e se si riteneva che fosse effettivamente così, il discorso andava allora ripreso per cercare di arrivare ad un tipo di Riforma maggiormente condivisa.

    E cosa dire delle Province che sono rimaste sostanzialmente “in sospeso” o “in mezzo al guado”, e delle quali non sentiamo di fatto più parlare, e tutto questo insieme sembra ispirarsi ad una logica che per chi osserva dal di fuori rimane poco o nulla comprensibile, e in tal modo aumenta l’impressione che sia in atto una sorta di .”prova di forza” tra i vari “poteri”, cui il resto del sistema rimane estraneo, o così viene tenuto, e quando ciò avviene non ci si può poi lamentare se in questa partita o scontro entrano in gioco anche i “populismi”.

    Paolo B. 11.02.2017

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