giovedì, 30 marzo 2017
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Opinioni e commenti
 

Pd: si sfoglia la Margherita della scissione
Pubblicato il 14-02-2017


Bersani ha avanzato l’amletico dubbio alla Direzione del Pd, chiedendosi se esista qualcosa che tenga ancora insieme il partito. La mia impressione, non di oggi, é che non esista proprio nulla e che sarebbe bene che si preferisse la separazione al litigio continuo. Un bene per Renzi, che potrebbe sviluppare la sua politica e per i suoi oppositori, che potrebbero crearsi un loro partito. E un bene anche per l’Italia che non sarebbe costretta a sorbirsi quotidianamente lo spettacolo di un dissidio che mai nella storia era stato così aspro, nemmeno ai tempi della cosiddetta prima Repubblica, e nemmeno nel partito più complicato, qual’era la Dc

La Dc era una forza politica composita, tenuta però insieme da un vincolo profondo, costituito dall’adesione ai principi di una religione, in un’Italia dominata da un’alternativa impossibile. Cos’é che tiene insieme il Pd? Una storia no. Ho citato quelli che in una sezione comunista romana vengono tuttora mostrati come simboli di una memoria. Siamo alla confusione allo stato puro. Gramsci ha qualcosa a che vedere con Moro? E Berlinguer può essere considerato un predecessore di Renzi? Non scherziamo. Si é proclamata la fine dei partiti storici, d’altronde, e questo é avvenuto solo in Italia. Così al socialismo europeo ha aderito un partito italiano con un trascorso prevalentemente comunista e grazie a un leader che proviene da una tradizione democristiana. La vecchia anomalia italiana si ë trasformata in un’anomalia paradossale.

Meglio lasciar perdere la storia e l’identità, dunque. C’é allora un programma, c’é una funzione politica come comun denominatore? Veniamo al programma. Se escludiamo le unioni civili, e cosi come avvenuto per l’adesione al socialismo europeo pare originale che una legge di laicità sia stata varata grazie a un governo presieduto da un cattolico, non c’é questione programmatica sulla quale non si sia verificata una tensione, una polemica, uno scontro. Dal Jobs act, alla buona scuola, all’Italicum, alla riforma costituzionale, nel Pd si sono levati urla di guerra, minacce di voti contrari, in taluni casi anche esplicite dissociazioni parlamentari. Non si era mai visto un partito dividersi perfino in occasione di un referendum dove in gioco era la permanenza di un governo presieduto dal suo segretario.

C’é una funzione politica unitaria? Ma non è un segreto, quando Cuperlo parla di collegare il partito a una sinistra che gli ha voltato le spalle, che gli oppositori di Renzi propongano di costruire un nuovo rapporto con Sinistra italiana e guardino a Pisapia come a un possibile nuovo federatore, mentre Renzi e i suoi pensano a un futuro governo che non potrà fare a meno di Berlusconi. Dico la mia. Siccome quest’ultima, ammesso che basti, sarà l’unica coalizione possibile per evitare il cosiddetto governo Frankestein, formato da Lega e Cinque stelle, non sarebbe male chiedersi se tutto l’attuale Pd sarebbe pronto a votare a favore. Ne dubito. Una buona ragione per non insistere nel suicidio unitario per finta, rimandando la separazione all’inizio della prossima legislatura.

Si dirà che il problema é il congresso in tempi brevi, che potrebbe portare allo scioglimento anticipato della legislatura. Ma non si minaccia una scissione per un congresso che pure si era proposto anticipato o per qualche mese in più o in meno di governo Gentiloni. Le motivazioni sono più profonde, sono radicate nelle diversità incompatibili che hanno segnato la storia del Pd, un partito che era nato, ricordiamocelo, con lo scopo di sconfiggere Berlusconi attraverso la vocazione maggioritaria invocata da Walter Veltroni. La vocazione maggioritaria è oggi soltanto una stravagante distorsione politica, mentre il contendente é diventato Grillo, tanto che Berlusconi è ipotizzato come futuro alleato. E’ dunque venuto meno anche l’ubi consistam originario del Pd. Perché non prenderne atto?

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Commenti all'articolo
  1. Il venir meno dei punti di riferimento per un partito potrebbe riguardare soltanto il medesimo, ma in un sistema a vocazione maggioritaria ciò è abbastanza difficile, specie se i nervosismi riguardano il maggior “azionista” di maggioranza, perché vanno inevitabilmente a toccare tutte le sue componenti, fino a raggiungere la compagine governativa.

    Questo fatto sembrerebbe innanzitutto smentire l’idea che il partito unico, ossia il “listone”, dia maggiori garanzie di stabilità e governabilità rispetto alla coalizione, soprattutto se si trova ad essere in una sorta di “congresso permanente”, a causa di contrapposizioni e rivalità interne, che possono tenere a lungo l’intero Paese “col fiato sospeso” , e anche “in stallo”.

    A fronte di ciò, anche chi è contrario al proporzionale, perché teme gli “inciuci”, potrebbe forse ricredersi, dal momento che le alleanze eventualmente contratte dopo le elezioni si fondano per solito su un determinato programma, ossia qualcosa di preciso e concreto, che riguarda direttamente le sorti del Paese, e dalla cui realizzazione dipendono “salute” e durata dell’alleanza.

    Nel senso che le alleanze del proporzionale non avvengono prioritariamente su base ideologica, ossia un collante per sua natura abbastanza astratto, almeno nelle sfumature, ma tale comunque da tenere insieme “pezzi” politici i cui programmi si rivelano semmai non convergenti in corso d’opera, ma che si vedono nondimeno “costretti” a convivere per ragioni giustappunto ideologiche (il che porta a contraddizioni che possono non far bene al Paese).

    Paolo B. 15.02.2017

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