martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Questione Palestinese.
Un passo verso il vuoto
Pubblicato il 20-02-2017


Tra tutte le novità apportate dal neo presidente degli Stati Uniti, resta una costante in politica estera, la vicinanza e il supporto dello Stato di Israele. “Respingiamo le azioni unilaterali e ingiuste da parte dell’Onu contro Israele”.Ha affermato qualche giorno fa il presidente Usa Donald Trump in conferenza stampa alla Casa Bianca con il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Il presidente degli Stati Uniti ha sottolineato “il legame indistruttibile con il caro alleato” Israele, che descrive come “simbolo di resilienza contro l’oppressione e di sopravvivenza di fronte al genocidio”.


trump netTrump e Netanyahu hanno fatto la conferenza stampa congiunta prima e non dopo il loro incontro. Importava, evidentemente, “dare la sensazione”, fare capire a chi non l’aveva ancora capito che si era agli inizi di una lunga amicizia; e che, cessate le incomprensioni e le inopportune interferenze ( parliamo, naturalmente, di quelle dell’era Obama) si sarebbe marciati fianco a fianco in tutti gli appuntamenti futuri.Così il governo israeliano potrà contare sull’appoggio americano in ogni sede e in ogni circostanza: voti all’Onu, aiuti militari, comprensione assoluta per le iniziative che riterrà di assumere in futuro: il che, per la verità, era avvenuto anche nel passato, fatte salve alcune, formali e, diciamo così, doverose prese di distanza in determinate occasioni ( nuovi insediamenti, esercizio eccessivo del diritto alla rappresaglia ).
Per altro verso né Trump poteva dare né, soprattutto, Netanyahu era intenzionato a ricevere assicurazioni specifiche in merito al “nuovo corso”della politica americana.
E quindi, almeno per ora, niente spostamento della ambasciata americana a Gerusalemme. Una “questione che per ora non si pone”( non lo si è detto ufficialmente ma lo si è fatto capire). Niente abbandono formale del mantra ufficiale dei “due popoli due stati, svillaneggiato durante e dopo la campagna elettorale ma ora ripreso anche se con manifesta mancanza di convinzione. Niente rimessa in discussione dell’accordo nucleare con l’Iran. Riconferma dell’inopportunità della costruzione di nuove colonie anche se con toni assai più sfumati di prima. e, a concludere il tutto, l’auspicio di una sollecita ripresa del negoziato tra le due parti.
Tutto questo, però, con una puntualizzazione aggiuntiva, sempre da parte americana: Washington rinuncia esplicitamente ad essere parte attiva di questo negoziato; per affidarne il corso alla responsabile iniziativa delle due parti. È il caso di dire “in cauda venenum”. Perché, senza l’impegno americano, il negoziato non ripartirà mai più. E perché, senza il negoziato, quell’evanescente castello di carte che è già di per se l’ipotesi dei due popoli due stati crollerà definitivamente al suolo.
Diciamo la verità; questa prospettiva era morta da tempo. Per il radicale e sempre crescente squilibrio nei rapporti di forza tra le controparti. E perchè, anche alla luce di questo, né gli israeliani né i palestinesi avevano la volontà politica e/o l’interesse oggettivo a chiudere una vertenza oramai secolare. Chiudere un accordo avrebbe significato, per i primi, sacrificare molte delle “conquiste”realizzate in questi ultimi cinquant’anni attraverso una serie di fatti compiuti in cambio di garanzie aggiuntive tutto sommato molto aleatorie in termini di sicurezza. E, per la seconda, accettare un accordo al ribasso, inaccettabile per il suo popolo.
E però questo castello di carte era pur sempre una barriera. Un segnale per Israele: “non potete andare oltre certi limiti”. Un speranza per l’Autorità palestinese: “siamo qui per garantire il vostro diritto ad avere uno stato”. A certificare e garantire l’uno e l’altra, gli americani ( l’Europa emette di tanto in tanto dei suoni che Israele ha da tempo deciso di non ascoltare ). Ora, questi stessi americani si chiamano fuori dalla vicenda. E’ il “fate voi; noi non intendiamo più interferire”. e allora la barriera è definitivamente crollata.
Inutile sottolineare, poi, che il “fate voi”, insomma la libertà di agire senza più ostacoli,riguarda il solo stato ebraico. Mentre la controparte palestinese perde quei pochi margini di manovra che ancora conservava. In linea di principio perché se l’Ap non è più l’embrione di un futuro stato non è più nulla; in linea di fatto perché i palestinesi non sono in grado di fermare la politica dei fatti compiuti né con l’invocazione dei loro diritti né promuovendo inutili e disastrose intifade.
Siamo, allora, al via libera all’annessione strisciante dei territori occupati, con l’annesso regime di apartheid: il governo di fatto dell’intera area dal Giordano al mare con i palestinesi confinati in una serie di bantustans non collegati territorialmente tra loro in cui esercitarsi nell’arte di un autogoverno limitato?
Lo lascerebbe pensare la recente risoluzione della Knesset che, a copertura degli insediamenti chiaramente illegali, sancisce il diritto di esproprio dei terreni appartenenti a privati palestinesi (naturalmente con la dovuta compensazione). Ma non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché Israele è uno stato di diritto, dove la magistratura si appresta ad annullare un provvedimento chiaramente illegale. E perché lo stesso Netanyahu sa benissimo che la pratica dei fatti compiuti, per essere accettata deve essere svolta in modo non solo strisciante ma omeopatico.
Già stanno squillando, del resto, i primi campanelli d’allarme. Che vengono dagli stessi Stati uniti, dove una parte crescente e potenzialmente maggioritaria della comunità ebraica organizzata prende formalmente le distanze dall’asse Trump/Netanyahu. Ma anche dall’Ue, che ha riaffermato il suo totale impegno sulla formula due popoli due stati. E, infine, dalla Lega araba, che ha comunicato a chi di dovere che i suoi stessi legami con Washington rischiano di essere posti in pericolo in caso di voltafaccia americano sulla questione.
Rimarrà, allora, in piedi, la dottrina. Anche se i suoi sacerdoti sono oramai i primi a non crederci; e gli stessi “popoli”che ne sarebbero i destinatari sono sempre più scettici sulla possibilità di vederla applicata.
E rimarrà in piedi perché non ce ne sono altre. Non l’annessione pura e semplice. E men che meno lo Stato binazionale. Figurarsi poi le pulizie etniche.
Quello che però non potrà rimanere in piedi a lungo è la situazione attuale. Quella di uno status quo continuamente modificato, seppur in modo omeopatico, a danno dei palestinesi. E, allora, in attesa delle condizioni che consentano di far ripartire il negoziato con un maggior numero di protagonisti e con un maggior numero di incentivi a sostegno di un accordo, occorrerà misurarsi con l’oggi. Oggi, il leader del centro-destra-destra israeliano vuole solo guadagnare tempo riempiendo il vuoto totale di prospettive con una serie di concessioni alle frange oltranziste della sua coalizione.
È troppo chiedere, anzi esigere che lo guadagni rendendo la situazione attuale più tollerabile per la vita quotidiana di milioni e milioni di palestinesi? Perché, sapete com’è, si può nascondere sotto un tappeto la “questione palestinese”; ma gli interessati stanno sempre lì e nessuno potrà mai farli sparire.

Alberto Benzoni

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