sabato, 29 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Enrico Maria Pedrelli:
E’ iniziata una crociata
che non vediamo
Pubblicato il 03-02-2017


Pareva essere una domenica sera come tante alla pizzeria “Ping Pong Comet” di Washington, e invece no. Un giovane uomo, un padre, entra nel locale e fa fuoco col suo fucile d’assalto. Per fortuna nessuna vittima, ma tanta paura e molti danni. Perché?

Perché secondo migliaia di americani, tra cui il “pistolero” in questione, quel locale sarebbe stato al centro di una rete internazionale di pedofilia che coinvolgeva addirittura Hillary Clinton. Una notizia falsa creata ad arte, che aveva iniziato a girare per i social network in maniera impressionante, e a cui hanno creduto in troppi, persino i massimi livelli di quella che oggi è l’amministrazione Trump.

E’ la prima volta che le finzioni della rete producono danni così violenti nella vita reale, ma il fenomeno delle “bufale” è tanto che lo conosciamo, e dopo questa travagliata campagna elettorale pure l’establishment degli USA accusa seriamente il problema. Certo, perché secondo una ricerca, seppure le bufale (americanamente “fake news”) siano bipartisan, è stato Trump ad aver maggiormente beneficiato della diffusione di notizie false tramite internet.

Siamo di fronte ad un problema diffuso quindi, e di grandi proporzioni, perché droga il consenso e la coscienza di persone ingenue. Il trucco sta nel creare notizie credibili che suscitino emozioni forti, soprattutto la rabbia e l’indignazione, e il saperle sintetizzare in titoli efficaci e veloci. Ma perché farlo? Generalmente per il guadagno: una bufala condivisa migliaia di volte produce milioni di visualizzazioni, dalle quali un sito creato apposta per questo genere di cose può guadagnare moltissimo grazie alla pubblicità. Ovviamente poi, e anche questo lo vediamo da tempo, di questo sistema ha iniziato a beneficiarsi certa politica nostrana.

Che fare allora? Se lo sono chiesti in molti, e la battaglia contro questo fenomeno è iniziata già da tempo.

In prima linea ci sono i “debunker”. Si tratta di attivisti che si impegnano a smascherare le bufale del web ogni volta che ne entra in circolazione una: spesso sono veri e propri blogger, oppure dei normali cittadini di internet, e a volte dei giornalisti che lavorano alle dipendenze di grandi testate giornalistiche. Un esempio è la rubrica anti-bufale tenuta dal Washington Post, che però non ha avuto vita lunga: è infatti stata chiusa a dicembre dell’anno scorso. Motivo? “E’ tutto inutile”.

Ma non crediate che i tentativi finiscano qui. Risale al 2014 la creazione di Facebook Newswire: una sorta di agenzia stampa 2.0 che raccoglie in un’unica piattaforma, disponibile ai giornalisti, tutti i contenuti postati dagli utenti che fanno notizia. Contestualmente però, la piattaforma si pone anche come “filtro” tra notizie e false e vere, delle quali si occuperà un team giornalistico di “esperti”.

Oggi assistiamo a tentativi sempre più insistenti di lotta alle “fake news”, tentativi che vengono soprattutto da chi detiene il controllo dei social network e dei motori di ricerca. E’ infatti su Facebook o Google che grava la grande responsabilità di questo fenomeno, perché con l’avvento di internet è in favore di questi che si è spostato il potere dell’informazione: senza di loro i media tradizionali non sono niente, perché i giornali cartacei vanno sempre di meno, e quelli online non fanno visualizzazioni senza un’adeguata visibilità sui social network.

Ed ecco così il tanto discusso “pulsante anti bufale” di Facebook, con il quale qualsiasi utente potrà segnalare come “falsa” la notizia in questione: a quel punto la segnalazione arriverà ad un team di esperti che valuterà e poi emetterà sentenza, con la quale però la notizia non verrà cancellata, ma semplicemente contrassegnata visibilmente come “dubbia”. Oppure il simile “fact-checking” di Google, troppo spesso accusato di dare spazio a bufale nella sua sezione notizie.

Insomma, una guerra a tutto campo, che però sta assumendo dei tratti inquietanti.

Come dicevo all’inizio, dopo le elezioni presidenziali l’establishment americano pare essersi accorto d’improvviso che il problema delle fake news è grave, e risale ad un mese dopo la campagna elettorale la dichiarazione di Hillary Clinton secondo cui “tale epidemia va fermata”.

Il seguito che ha avuto questa dichiarazione è stato importante, e ha influenzato anche la politica italiana e quella europea, la quale ha prodotto una puntuale risoluzione che mette in piedi una vera e propria contropropaganda mediatica nei confronti di Russia, ISIS e tutti quei soggetti che mettono a rischio, con l’uso di contenuti “falsi” , il futuro dell’Unione Europea. Non poteva poi mancare Google, il quale ha annunciato che avrebbe disattivato la monetizzazione (ovvero la pubblicità) dei siti che producono fake news.

A fare le spese di quest’ultimo provvedimento, è stato il noto blogger Claudio Messora: conosciuto come Byoblu, ha iniziato il suo attivismo nel 2007 su YouTube, aprendo successivamente un blog sul quale condivide notizie e posizioni politiche molto critiche, creandosi così un posto nella grande e importante galassia dei siti di informazione indipendente. A dir la verità, ci sono molti aspetti decisamente controversi sulla sua attività, e non a caso è più volte stato accusato di diffondere falsità e azzardate teorie su presunti complotti internazionali, ma il video con il quale stavolta spiega l’accaduto ha attirato l’attenzione di molti; anche quella dei suoi detrattori.

Ebbene, Google ha tolto a tale blog la monetizzazione, poiché i contenuti di esso trarrebbero “in inganno” gli utenti, giustificando la propria scelta (categoricamente insindacabile, si specifica) allegando il link della notizia colpevole: questa sarebbe un discorso di Maurizio Lupi al parlamento, nel quale si rivolge ai Cinque Stelle dicendo che la loro proposta di referendum sull’euro è pura demagogia. Dove sta la fake news? Da nessuna parte, dato che la pagina riporta semplicemente il video integrale dell’intervento, preso direttamente dal Parlamento.

Insomma, siamo evidentemente di fronte o ad un grande “abbaglio” da parte di Google (abbaglio che però, rimane insindacabile), oppure a voler pensare male siamo di fronte a degli effettivi atti di contropropaganda su vasta scala, che potrebbero colpire anche i più puri e affidabili siti di informazione indipendente.

E’ questo che ci deve preoccupare, come socialisti ma anche come liberi cittadini. La libertà di informazione è un fondamento importante della nostra democrazia, e una premessa necessaria affinché una libera mente possa crearsi una libera coscienza politica. Internet ha significato questo, dando la possibilità ad ognuno di esprimersi, ma ha anche significato il contrario di questo, con il fenomeno delle fake news.

Così la lotta contro le falsità, creatrici di ignoranza pericolosa, è una crociata necessaria, ma non possiamo permettere che dietro ad essa ci sia la longa mano di chi vuole detenere il monopolio dell’informazione. Eppure chi conduce questa crociata è proprio chi avrebbe solo da guadagnarci in una situazione del genere, combattendo un estremo per portarci ad un altro.

La questione è complessa, e pericolosa. Inutile dire che, nel segno della nostra migliore tradizione, andrebbe fatto un grosso sforzo di alfabetizzazione (stavolta “funzionale”) delle masse, che troppo spesso risentono delle gravi carenze del nostro sistema educativo, vittime anche dell’influenza di una “nascente” cultura popolare non più saggia, ma misera e degradante.

Di fronte a tutto questo, ora come non mai, la storia ci impone di essere vigili.

Enrico Maria Pedrelli

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