domenica, 30 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

“Si accettano miracoli”:
la presenza divina nella terrena città di Rocca
Pubblicato il 21-02-2017


miracoliTornato alla regia, nel 2015, dopo “Il principe abusivo” del 2013, Alessandro Siani sembra indagare in “Si accettano miracoli” il duplice significato della parola “miracolo”: quello terreno e quello religioso, così come hanno una doppia valenza la religione e la fede. In questo il titolo rimanda alla richiesta e al desiderio, nella disperazione di una situazione che sembra irrisolvibile, di una soluzione a tutti i problemi (personali, di carattere economico e di una città divisa in due). A questa domanda di un “aiuto” (anche dall’alto), un riscontro arriva sia da un sostegno umano che divino. Se fede è anche fiducia, nell’altro e nei propri mezzi, nell’uomo in generale e nel nostro “vicino” (conterraneo, compaesano o concittadino che sia), oltre che nella bontà celeste; allo stesso modo la religione è un credo profondo, anche laddove sembri semplice “creduloneria” bigotta, miope, scaramanzia per cui pregare e appellarsi a santi o figure religiose sembra più un rito d’iniziazione scaramantico che una fede sentita. E Siani sembra proprio nobilitare le credenze popolari che si affidano molto ciecamente ai santi patroni, riabilitando così questa fede fatta di una religione più “locale” e circoscritta a un posto dove ognuno ha le sue profonde e strette convinzioni, così radicate che è difficile riuscire a cambiarle. Siani “gioca” e “rivisita” temi scottanti quali quello delle sante reliquie (false?) e quello dei pellegrinaggi di devoti (come quello a Padre Pio o più distante a Lourdes), tenendo presente il detto che sembra reggere il film “aiutati che Dio ti aiuta”. Ḕ vero che la forza divina fa da sé, ma è sempre bene “sostenere insieme” questo aiuto celeste. Solo così l’uomo diventa parte del miracolo della creazione divina che lo ha disegnato a “sua immagine e somiglianza”. Se spesso i fedeli e i parrocchiani chiedono ai loro santi protettori di “fare loro la grazia”, “concedere la grazia” e inviare loro un segnale della loro presenza, così come spesso si chiede a Dio di manifestarsi, il regista (ed anche protagonista del suo film) sembra convinto che prima di avere questo Segno l’uomo debba fare la sua parte. Così “miracolo” può assumere la valenza che, da dizionario (Treccani o Garzanti), gli si addice: non solo “fatto inspiegabile se non per un intervento soprannaturale o divino”, ma anche semplice “fatto straordinario, meraviglioso e fuori dal comune”. Tornando, così, alla sua radice etimologica dal latino miracŭlu(m) ‘meraviglia’, derivazione di mirāri ‘osservare con ammirazione, meravigliarsi’; proprio perché in grado di “suscitare meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana”. E ciò può derivare dalle piccole cose stesse. E, soprattutto, bisogna essere prima degni, pronti, preparati ad accettarlo e riceverlo, a coglierlo nel giusto modo. Può, infatti, essere strettamente connesso alla quotidianità classica del singolo individuo, e non per forza ricollegata a questione di metafisica o di carattere più vasto e ampio (nazionale o planetario, mondiale), ma che riguardano l’umanità nella sua complessità. Spesso ci rivolgiamo a Dio per una preghiera per problematiche individuali di poco conto anche.

Nel film siamo a Napoli dove la credenza popolare partenopea è forte. I protagonisti hanno tutti bisogno di un miracolo, oppure lo ricevono o contribuiscono a crearlo; ognuno con i loro problemi, si ritrovano insieme. C’è Fulvio Canfora (Siani), che deve essere riabilitato dopo essere finito in carcere per aver aggredito il direttore che lo voleva licenziare; dopo essere stato lui stesso a dover licenziare: ai tempi della crisi economica è infatti il vicedirettore di un’azienda che rischia la chiusura. Così come il fratello parroco Don Germano (Fabio De Luigi) deve salvare la sua parrocchia, che ha grosse difficoltà economiche. Ci riuscirà, proprio lui che è a capo di una casa-famiglia a Rocca di Sotto? Così il primo pensa di aiutare l’altro inventando un finto miracolo con le reliquie false (lacrime non vere) di San Tommaso D’Aquino (come la Madonna di Fatima?), che tanti fedeli pellegrini portano in città. La voce si sparge, ma con essa anche la diffidenza (non solo la curiosità). Si inizia a fare largo l’ipotesi dell’inganno, non si crede fino in fondo e, soprattutto, il Vaticano vuole vederci chiaro e manda i propri vescovi a controllare. Come difendersi? Protagonisti saranno anche i bambini, che cercano di rubare la fialetta con le lacrime finte per impedire che la verità venga a galla. Quando la realtà dei fatti sarà scoperta per loro sarà la fine, ma quando tutto ormai sembra perduto e impossibile rimediare all’errore della bugia, quando tutto sembra una punizione divina per la menzogna poiché è “solo la verità che rende liberi” e nobilita, è proprio allora che succede il vero miracolo. O forse è solo un altro stratagemma furbo umano? In fin dei conti, una bugia a fin di bene non è cosa cattiva. Sembra giocare su questa duplice ambivalenza di sensi Siani. A proposito, invece, del fatto che l’amore “è sempre cosa buona e giusta”, accade che per averlo occorra imparare a chiedere e dare il perdono. Anche se l’amore di Dio è cieco. Così la sorella dei due, Adele Canfora (Serena Autieri), rimane incinta di un cantante e non di suo marito (che invece è sterile) Vittorio (Giovanni Esposito). Allora, in questo triangolo che sa di Santissima Trinità, c’è da decidere se lei debba chiedere il perdono di quest’ultimo e se lui concederglielo. Qui sembra rivisitato il miracolo dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria, che aspetta colui che diventerà il Bambino Gesù, con affiano il suo fedele marito (San) Giuseppe. Se l’amore di Dio è benevolo e quello dell’uomo cieco, ecco che il regista coglie anche questo aspetto e fa innamorare Fulvio della giovane e bella Chiara, ragazza cieca e interpretata da Ana Caterina Morariu. Allora l’impegno di Fulvio può tramutarlo nel “Cristo Risorto”, che sembra sacrificarsi per l’umanità della parrocchia del fratello e mandare il Messaggio del Dio Padre Onnipotente sulla Terra: i miracoli accadono se ci si crede, così come nell’amore di Dio.

Ma, come se non bastasse, questo diventa un modo per portare avanti l’amore contro ogni ostilità, invidia e rancore; ovvero quei sentimenti negativi che dividono Rocca di Sotto e Rocca di Sopra. Il vero miracolo necessario e da richiedere sembra allora che, finalmente, cessino tutte le “guerre” che le due fazioni si fanno e regni la pace, per portare serenità all’interno di entrambe le parti. Anche piccoli paesini e cittadelle, o semplici frazioni possono avere storie che servono da esempio. Questo è un tipo di religione che Papa Francesco ben insegna. Forse al film “Si accettano miracoli” sembra mancare proprio l’arrivo di papa Francesco e del “Bambinello”, ossia la nascita del “Cristo Redentore” e “Salvatore” e “Messia” che avrebbe rappresentato il figlio di Adele Canfora. Perché, spesso, da un male può nascere un Bene, frutto della Bontà divina.

A parte questo, non è un caso che proprio il santo Pontefice, Papa Bergoglio, abbia parlato nell’Angelus di pace come della vera “rivoluzione cristiana”: ovvero il “rifiuto di ogni tipo di violenza” e del suo uso, di saper “reagire al male con il bene”, e di pregare affinché “ogni cuore indurito dall’odio si converta alla pace”. Questo il vero miracolo e, soprattutto, quello descritto nel suo film da Siani. Ma non solo. Diventa tanto più emblematico il fatto che il regista prenda ad esempio e quale location la piccola città di Rocca; ma il film è stato girato tra Napoli, Sant’Agata de’ Goti (che ha ospitato anche la seconda prova in esterna della quarta edizione di MasterChef Italia) e sulla Costiera amalfitana nel paese di Scala. Infatti, specularmente, il Santo padre ama parlare proprio nelle piccole parrocchie (come quella di Don Germano). Ne ha visitate ben 13 della diocesi di Roma e l’ultima in cui si è fermato a parlare con i fedeli (soprattutto i più giovani e i più piccoli in primis) è stata quella romana di Santa Maria Josefa del Cuore di Gesù, a Castelverde di Lunghezza, nella zona di Ponte di Nona, estrema periferia est della Capitale. I miracoli hanno luogo in ogni cuore pronto ad accoglierli; e non contano la ricchezza o la grandezza materiali, ma la nobiltà d’animo stesso: così l’umano tende al trascendentale e quest’ultimo si rispecchia nell’altro. Così le feste patronali non sono semplici feste paesane, ma vero momento di raccoglimento e di ritrovo, in cui ci si riconosce tutti simili e uguali, tutti veri fratelli cristiani.

Il film di Siani sembra uscito da una novella del Boccaccio e non solo per l’ironia e la comicità adottati, ma per l’insegnamento dato, l’impostazione applicata e il gioco degli equivoci e degli imbrogli messi in atto con una furbizia vista positivamente e non negativamente.

Barbara Conti

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