lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Si può essere amici per sempre?
Pubblicato il 20-02-2017


“Si può essere amici per sempre, anche quando le vite ci cambiano, ci separano e ci oppongono”. La strofa della famosa canzone dei Pooh potrebbe essere l’inno o sottofondo ideale della situazione che sta vivendo il Pd, dove ormai si rincorrono le indiscrezioni sulla o sulle possibili Pd-exit, scissioni volute, evocate, pensate, meditate. La situazione, se non fosse tragica, sembrerebbe comica; una rincorsa a chi ha più responsabilità nella possibile spaccatura tra telefonate presunte o mancate, fuori onda, voci di ogni genere. Politologi che si lanciano in difficili previsioni sugli scenari, cercando di analizzare la storia (due lustri ormai) di un partito mai nato o partorito male. Insomma, siamo giunti a un caos generale di cui non si vede fondo, ma su cui è possibile proporre qualche riflessione. In primis, quante colpe ha Renzi? Indubbiamente il segretario ex premier non ha avuto una conduzione perfetta del partito, un partito vissuto più come contenitore all’americana che come struttura tipicamente mediterranea. Renzi viene accusato di personalismo, di aver fatto politiche di destra, di essersi attorniato di fedelissimi “camerieri”. Veri o falsi che siano questi addebiti, va evidenziato che si tratta di rilievi che si potrebbero fare anche a leader (ma ormai questa parola ben poco si addice a molti dirigenti politici contemporanei) che sono venuti prima di Renzi. Ogni figura di vertice punta ad avere collaboratori stretti di fiducia, e a garantire loro spazi e margini di sopravvivenza. Belli o brutti che siano, il leader gli sceglie e se li tiene. È anche una questione di diritto e di responsabilità. L’ex premier però è sempre stato vissuto come corpo estraneo nel giocattolo o nella ditta in mano ai vecchi gruppi dirigenti di Ds e Margherita. Ha lanciato la parola d’ordine della rottamazione per mettere da parte un gruppo che per oltre vent’anni aveva imperversato per tirare fuori una classe dirigente nuova, e questo non è stato perdonato dai D’Alema, dai Bersani, da chi ha visto come indebita ingerenza il tentativo di un giovane di emergere, di sgomitare. Fin qui alcune delle questioni che hanno generato una sorta di “Renzi contro tutti”. Occorre però dare anche a Renzi quel che è di Renzi. Renzi è stato il segretario dello storico 40%, mai toccato prima da un partito dai tempi della Dc. Renzi perse le primarie per il candidato premier nel 2012 ma dopo la sconfitta del 2013 fu il popolo del Pd a eleggerlo segretario. Un segretario eletto con le primarie, a legittimarne le scelte e i passi coraggiosi, e con distanze tali dagli avversari che diventerebbe difficile definirlo un usurpatore. Certo, è stata poi l’azione di governo a contribuire a una sempre più marcata spaccatura con la sinistra interna, ma non va dimenticato che il gruppo parlamentare del Pd è composto da moltissimi bersaniani, persone che oggi rinnegano la legge elettorale che hanno votato, che fanno la guerra alle riforme che sono state approvate, ma che usufruirono allora del ruolo di capolista o nelle posizioni di vertice nei listini bloccati di collegi blindati. Chissà quanti, con il sistema delle preferenze, sarebbero stati eletti. Ma tolto il problema dei personalismi, che emerge in modo marcato oggi, ci sono altri necessari passaggi da analizzare. In primis, la sconfitta dolorosa al referendum costituzionale. Su questo, personalizzato all’eccesso da Renzi, che giustamente si è dimesso dopo il risultato, si parla spesso di spaccatura con il popolo del Pd. Ma parlare di “popolo”, con un partito che riesce a prendere in alcuni passaggi oltre dieci milioni di voti, a fronte di meno di 500.000 iscritti, significa cercare di approfondire la palingenesi di una politica che è profondamente cambiata. Il Pd non è un grande partito di massa di repubblicana memoria che ha un pieno controllo sui propri elettori. Un elettorato liquido e sempre meno fedele sceglie in base ai progetti, alle proposte, alla capacità di governo. E proprio su questo, in verità, una possibile scissione che potrebbe consumarsi troverebbe criteri di legittimità. Un partito che si spacca sulla riforma costituzionale, sulla riforma elettorale, su tutto un percorso di governo con una forza e una virulenza che nemmeno le opposizioni sono riuscite a mettere in campo, è un partito che ha un potenziale divisivo esplosivo. In queste differenze, ci sono sostanziali valutazioni di merito. Sulla forma partito, sui progetti, sugli organismi, sulle stesse regole del gioco della democrazia italiana. Queste spaccature rischiano più di disorientare che di orientare gli elettori: i fedelissimi e i volatili. Dicono che il Pd di Renzi è estraneo alla storia della sinistra italiana. Ma quale sinistra? Quella marginale giunta a risultati risibili nelle ultime tornate elettorali? Quella che perde pezzi che sono passati in pianta stabile alla Lega Nord o a Grillo? Io credo che la spaccatura si consumerà, e avrà anche delle giustificazioni. Sarà una tragedia per una prospettiva di vittoria di un centrosinistra alle prossime elezioni, ma non è detto che lo sia per la nostra democrazia. Forse un bagno di umiltà da parte di tutti, e una rispettosa immersione nei problemi giornalieri degli italiani, riuscirà a costruire una nuova prospettiva, fatta di proposte, di iniziative. Il problema saranno i tempi. Per governare di nuovo, serviranno almeno un paio di lustri.

Leonardo Raito   

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Commenti all'articolo
  1. Difficile prevedere se “serviranno almeno un paio di lustri” perché la “sinistra” torni di nuovo a governare, ma se questo dovesse succedere a causa degli errori commessi, può darsi che l’averne consapevolezza serva a “rigenerarla”, così da “rimetterla in pista”, secondo la logica dell’alternanza cui dovremmo esserci ormai abituati, non fosse altro perché con la fine dei partiti identitari l’ideologia dovrebbe avere minor peso (altrimenti non ne sarebbe “valsa la candela”).

    Ma prima di avere un tale “cruccio”, pur comprensibile che sia, mi preoccuperei innanzitutto che il Paese sia comunque governato in modo che trovino risposta questioni aperte da lungo tempo e che sembrano non trovare soluzione, anzi paiono vieppiù acuirsi ed aggravarsi, creando delusione, sfiducia, fatalismo…., per non dire di sentimenti più “irritati”.

    Per fare un esempio della nostra quotidianità, quando dalle mie parti apriamo alla mattina il giornale, continuiamo a leggervi di furti avvenuti in abitazioni ed attività commerciali, e la “sinistra” sembra accorgersi solo oggi della gravità del problema, dopo che per anni lo ha minimizzato, ma al di là di questa sua “presa di coscienza”, il pensiero di molti è che non sappia poi che “pesci prendere” (mentre da chi ci governa ai vari livelli ci si aspetterebbero vie di uscita che non siano soltanto il consiglio di dotare le nostre case di inferriate, porte blindate, sistemi di allarme…..).

    Infine, mi sembrano appropriate le considerazioni che fa l’Autore riguardo al leaderismo, ma dovrebbero valere a trecentosessanta gradi, cioè per tutti, mentre succede invece che per qualcuno, o per qualche parte politica, l’incorrere in eventuali personalismi viene inteso ed etichettato come populismo.

    Paolo B. 20.02.2017

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