venerdì, 15 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Superare il caos: il dovere del Pd nei confronti del Paese
Pubblicato il 15-02-2017


La situazione caotica che c’è nel Pd nazionale può avere poche e tante spiegazioni. C’è un partito che deve ancora capire cosa vuole essere da grande e che ha cambiato troppo spesso idea sulle proprie prospettive. C’è la corsa per collocarsi nelle liste per fare i parlamentari. Ci sono personalismi (tanti, troppi, spesso irresponsabili). Ci sono spazi di potere da confermare o difendere sgomitando. Ci sono progetti politici da definire per una proposta di governo. Ci sono le scorie di quattro anni complessi da metabolizzare o espellere. C’è la sconfitta al referendum. C’è un leader che o lo ami o lo odi. Ci sono eventuali coalizioni da costruire (e molto dipenderà dalla legge elettorale che verrà approvata). Rapporti da rimettere in piedi. E una posizione chiara da tenere nei confronti del governo Gentiloni, anche se pare di capire che l’orizzonte elettorale volga, inevitabilmente, al 2018. Tutti questi interrogativi possono avere risposta solo se ci sarà un congresso serio, dove si confrontino delle posizioni e delle idee e dove si riconosca che un vincitore ha diritto di governare un partito e chi perde il dovere di fare minoranza senza minacciare scissioni o costruire nuovi partiti che durerebbero l’esprit d’un matin. Chi è appassionato di politica, militante o no, chiede al Pd chiarezza, compattezza e proposte. Se penso a quante energie sono state disperse in battaglie interne più che nel proiettare in una dimensione esterna della strategie e delle proposte politiche, mi viene male. Vedo lo spreco di un patrimonio politico costituito da articolazioni territoriali, centinaia di migliaia di militanti disorientati e che si fanno delle domande. Mi aspetto tanta responsabilità dai dirigenti nazionali del principale partito italiano. Spero che, questa volta, sapranno rivelarsi all’altezza delle aspettative di simpatizzanti e avversari politici. Volente o nolente, il Partito Democratico è e continuerà a essere uno dei punti di riferimento della politica italiana. Trascurare questo aspetto, significa non volere bene al paese.

Leonardo Raito

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Commenti all'articolo
  1. Dice l’Autore che “volente o nolente, il Partito Democratico è e continuerà a essere uno dei punti di riferimento della politica italiana”, e sarà verosimilmente così, ma appare comunque abbastanza strano, se non sorprendente, che il maggior “azionista” della maggioranza dia a molti l’impressione di essere concentrato sulle proprie questioni interne e nel contempo piuttosto “distratto” verso l’azione di governo del Paese (che dovrebbe invece essere la prima preoccupazione).

    Ancora, tutti i partiti hanno i loro problemi, e non devono a mio avviso stupire le spaccature e le eventuali scissioni, ma dovrebbero presumibilmente avvenire quando la cosiddetta linea politica ed i programmi divergono al punto che le rispettive posizioni diventano reciprocamente inconciliabili, ma io non ho invece compreso, forse per mia incapacità interpretativa, cosa differenzi, su tale piano, l’una e l’altra parte.

    Infine, di fronte a questo “caos”, mutuando il termine dal titolo dell’articolo, davanti cioè ad un “partito che deve ancora capire cosa vuole essere da grande”, viene da chiedersi perché mai vi siano socialisti che considerano imprescindibile l’allearvisi, e per qualcuno anche il convergervi, e viene altresì da domandarsi se questa loro “propensione” si configuri come il “volere bene al Paese”.

    Paolo B. 16.02.2107

  2. Dice l’Autore che “volente o nolente, il Partito Democratico è e continuerà a essere uno dei punti di riferimento della politica italiana”, e sarà verosimilmente così, ma appare comunque abbastanza strano, se non sorprendente, che il maggior “azionista” della maggioranza dia a molti l’impressione di essere concentrato sulle proprie questioni interne e nel contempo piuttosto “distratto” verso l’azione di governo del Paese (che dovrebbe invece essere la prima preoccupazione).

    Ancora, tutti i partiti hanno i loro problemi, e non devono a mio avviso stupire le spaccature e le eventuali scissioni, ma dovrebbero presumibilmente avvenire quando la cosiddetta linea politica ed i programmi divergono al punto che le rispettive posizioni diventano reciprocamente inconciliabili, ma io non ho invece compreso, forse per mia incapacità interpretativa, cosa differenzi, su tale piano, l’una e l’altra parte.

    Infine, di fronte a questo “caos”, mutuando il termine dal titolo dell’articolo, davanti cioè ad un “partito che deve ancora capire cosa vuole essere da grande”, viene da chiedersi perché mai vi siano socialisti che considerano imprescindibile l’allearvisi, e per qualcuno anche il convergervi, e viene altresì da domandarsi se questa loro “propensione” si configuri come il “volere bene al Paese”.

    Paolo B. 16.02.2107

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