mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Tangentopoli, le privatizzazioni
e l’autolesionismo (indotto?)
Pubblicato il 13-02-2017


Si avvina il venticinquennale di “Mani Pulite” e per l’occasione vorrei riproporre un articolo scritto nel 1995 da Bettino Craxi ed intitolato “Sull’effetto di Tangentopoli sul sistema economico italiano”, dove si riflette sulla questione delle privatizzazioni di quell’immenso settore pubblico dell’economia italiana, che ha avuto enormi meriti nella lotta per lo sviluppo di questo paese. In questo senso probabilmente non è un caso che l’Italia abbia smesso di crescere proprio a partire dagli anni Novanta.

La questione delle privatizzazioni è all’ordine del giorno anche oggi, con Poste Italiane e Ferrovie dello Stato.

L’idea di procedere alla privatizzazione della seconda trance di Poste italiane era nell’aria da mesi. Renzi aveva promesso che si sarebbe fatta dopo il referendum. Poi le cose sono andate diversamente e quel progetto è stato insabbiato.

Ora, l’idea della privatizzazione di Poste ritorna ed anzi acquista il carattere della necessità ed urgenza, visto il riemergere (ingiustificato) dell’allarme sui conti pubblici. Ritorna la fase emergenziale e con essa l’ordine impartito a tutti, di non disturbare il guidatore.

Per quanto mi riguarda trovo preoccupante questa accelerazione e se potessi consiglierei di procedere con molta cautela, dato che i vantaggi provenienti dalla privatizzazione potrebbero essere minimi e comunque non decisivi, mentre ci si priverebbe per sempre di uno strumento pubblico utilissimo per poter intervenire nella sfera economica.

Sarebbe, infatti, il caso che si ponesse fine a quella miope visione che vuole il ritorno ad uno stato minimo, agnostico in materia economica e sociale e che limita sostanzialmente il proprio ruolo a quello di guardiano notturno della proprietà privata.

Lo Stato ha avuto e continuerà ad avere un ruolo propulsivo fondamentale nello sviluppo economico delle nazioni, basti considerare che, come scrive nel suo utilissimo libro Mariana Mazzucato Lo Stato innovatore, anche la Silicon Valley è un prodotto della mano pubblica, in particolare dell’industria della difesa americana.

Nello specifico poi prima di procedere alla privatizzazione di Poste, ci si dovrebbe chiedere quale potrebbe essere l’impatto sistemico di una tale operazione.

Cautela dunque, tenendo presente che: “le privatizzazioni sono convenienti – le parole sono di Bettino Craxi – soltanto se accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse nazionali e se avvengono con procedure che assicurino trasparenza e imparzialità di trattamento. E’ importante non sopravvalutare il contributo che i proventi delle eventuali cessioni potrebbero dare alla soluzione di problemi finanziari del bilancio pubblico. Il sollievo finanziario immediato derivante dalla cessione di beni pubblici è evidente, e potrebbe anche apparire non trascurabile, ma occorre tener conto anche delle variazioni nella situazione patrimoniale complessiva del settore pubblico. Se non aumento l’efficienza nell’uso delle risorse, la semplice privatizzazione del patrimonio pubblico rischia, in molti casi, di procurare al bilancio pubblico più perdite che profitti”.

Chiudo ricordando che Poste detiene circa un quarto del debito pubblico nazionale; è la cassa dei risparmi degli italiani. Inoltre, e qui siamo al punto più importante, questi risparmi sono la linfa vitale di uno strumento strategico essenziale per il futuro di questo paese, vale a dire Cassa Depositi e Prestiti. Vale la pena sottolineare che ad oggi solo la Cassa sembra in grado di riportare in vita, diverso, rivisto, ripensato un intevento pubblico in grado di fornire al sistema privato dell’economia nazionale quei beni di pubblica utilità (ricerca scientifica ed innovazione tecnologica in primo luogo) che in passato erano garantiti da quel sistema della Partecipazioni Statali che è stato quasi interamente azzerato dalle privatizzazioni degli anni Novanta.

Nunziante Mastrolia


Sull’effetto di Tangentopoli sul sistema economico italiano

Edmond Dantes – 1995

I rivolgimenti politici accaduti in Italia dal 1992 al 1995 hanno certamente avuto effetti importanti sul sistema economico. Essi si manifestano in modo sempre più evidente. È un argomento fondamentale sui cui occorre più che mai una attenta riflessione.

Essa aiuterà a comprendere non soltanto il senso di quanto è accaduto. Ma anche in che misura gli scopi che si desiderava ottenere siano o no stati completamente raggiunti.

Se questi scopi non sono stati ancora del tutto raggiunti sarà più facile allora tentare di prevedere quali altre azioni siano da attendere nel prossimo futuro.

Per questo si possono utilizzare innanzitutto dati di dominio pubblico, (i soli di cui allo stato disponiamo), e particolarmente le statistiche Istat e Eurostat (Compendio statistico italiano e Statistiche generali della comunità).

Per avere una visione d’assieme sugli avvenimenti italiani dal 1992 al 1995, è opportuno un breve richiamo alle condizioni di partenza, cioè alla situazione politica ed economica dell’Italia nel 1991.

La situazione politica appariva in una condizione di debolezza e di incertezza, dopo la constatazione della difficoltà da parte della DC di esprimere una leadership rinnovata.

Tuttavia vi era la possibilità di una evoluzione verso una soluzione di stabilità, si discuteva tra l’altro anche di modifiche costituzionali di tipo francese. (Discorso B. Craxi del 27 giugno 1991 “Rinnoviamo la repubblica”, oltre ad interventi del Capo dello Stato, a sostegno della Repubblica presidenziale).

La realizzazione di una situazione politica con equilibri stabili e con una azione di governo efficiente avrebbe avuto sicuramente conseguenze positive molto importanti sull’economia. In particolare erano necessari un sostegno selettivo alle industrie delle Partecipazioni Statali e private, una azione di ridimensionamento dei cosiddetti “poteri forti” economici, ed anche un orientamento verso nuove collaborazioni europee nei settori della difesa e dell’alta tecnologia, la mobilitazione di investimenti pubblici e privati nelle aree più deboli del Mezzogiorno.

Solo un potere politico stabile avrebbe potuto contrastare sia alle manovre di alta speculazione sui cambi, sia alla liquidazione delle industrie di proprietà pubblica, (che è ormai passata sotto il nome di “privatizzazione all’italiana”).

Diversamente abbiamo assistito alla involuzione traumatica delle sistema politico e ad una fase di instabilità progressiva che ha portato, prima al discredito e poi attraverso il succedersi di diversi governi di breve durata, alla riduzione dell’autorità dello Stato. Quest’ultimo aveva ed ha lo scopo di lasciare ampia libertà alle operazioni di alta speculazione ed alla svendita di proprietà pubbliche. Era stato messo in conto che con le “privatizzazioni” a basso costo sarebbe stato possibile eliminare quanto restava dell’industria di alta tecnologia, attraverso invece il drastico ridimensionamento dello “Stato sociale”, si rendeva disponibile il risparmio previdenziale per costituire fondi di investimento sotto il controllo privato.

Il sistema industriale italiano era da tempo caratterizzato dalla presenza di tre grandi settori, in un certo senso atipici rispetto al contesto europeo, all’incirca di equivalente potenza economica, secondo il calcolo del prodotto (o valore aggiunto).

Al momento presente, questi settori esistono ancora, ma sono investiti da un processo di rapido mutamento.

Nel 1991 (fonte ISTAT) il “valore aggiunto” dell’industria era di 462.000 miliardi inclusi i prodotti energetici (77.000 miliardi) e costruzioni e lavori pubblici (84.000 miliardi).

Tre i settori caratteristici dell’industria, non esistenti in nessun altro grande paese europeo:

  1. A) – Il settore dell’industria pubblica, cioè le aziende a Partecipazione Statale (circa 600.000 dipendenti, circa 100.000 miliardi di valore aggiunto).
  1. B) – I cinque grandi gruppi privati con una concentrazione di potere economico del tutto eccezionale in Europa. Si tratta di gruppi privati che non presentano una specializzazione di settore ben definita (neppure Agnelli/Fiat) ma sono invece presenti fortemente in attività molto diverse fra toro (altra anomalia), sia industriali che di servizi e finanziarie.

Secondo dati ricevuti dalla pubblicazione AA. VV “L’economie Italianne” – ED. Documentation Francaise, 1992:

– Gruppo Agnelli/FIAT, fatturato 57.000 miliardi e 200.000 dipendenti.

– Gruppo ex Ferruzzi, fatturato 17.000 miliardi e 100.000 dipendenti.

– Gruppo De Benedetti, con 10.000 miliardi e 68.000 dipendenti.

– Gruppo Fininvest, con 8.000 miliardi e 26.000 dipendenti (quest’ultimo praticamente assente dall’industria manifatturiera).

  1. C) – Le piccole e medie imprese PMI (definite come aventi fino a 500 dipendenti). Il loro fatturato viene stimato attorno a 200.000 miliardi con oltre l’80% degli addetti all’industria (oltre 5 milioni sul totale di 6.354.000 – ISTAT 1991).

Esistono ovviamente anche gruppi industriali di media dimensione (es. Parmalat-Orlando-Cremonini-i bresciani eccetera). Tuttavia la caratteristica, o meglio l’anomalia italiana va identificata nell’enorme e diversificato potere dei “grandi” privati, Nell’industria delle Partecipazioni Statali e nell’estensione del settore PMI.

In particolare, si deve notare che l’alta tecnologia (o forse anche la media) e concentrata nel settore delle Partecipazioni Statali, che fornisce anche gran parte dei prodotti di base. Questa caratteristica è facilmente spiegabile. Essa dipende dal fatto che l’alta tecnologia è costosa e con redditività molto aleatoria o inesistente. I prodotti di alta tecnologia  inoltre sono rivolti principalmente al mercato pubblico (esempio difesa, trasporti, centrali nucleari, telecomunicazioni). È ben noto che in tutto il mondo (ovviamente inclusi gli Stati Uniti) l’alta tecnologia è sempre stata sostenuta dal denaro pubblico, essendo attività di interesse nazionale.

Il motivo della assenza dei privati dai prodotti di base è spiegabile per altri motivi, altrettanto evidenti. Questi prodotti (esempio tipico siderurgia ma anche energia per l’industria) richiedono enormi investimenti con redditività modesta o nulla.

La disponibilità di prodotti di base e di energia a prezzo moderato e necessaria per le industrie manifatturiere utilizzatrici e questo spiega l’intervento dello Stato nel settore.

Le industrie appartenenti ai grandi gruppi privati sono in gran parte classificate come a bassa o media tecnologia. Questa scelta favorisce una buona redditività a breve termine (ancora migliorata se lo Stato contribuisce sostanzialmente – vedasi “trasferimenti” nel bilancio dello Stato), ma è, tenuto conto del quadro generale, dannosa allo sviluppo futuro del paese. Questo spiega ancora una volta la concentrazione dell’alta tecnologia e della ricerca nelle industrie pubbliche.

La capacità di innovazione delle PMI (piccole e medie imprese, fino a 500 dipendenti), è necessariamente molto limitata. Queste aziende sono certamente in grado di realizzare nuovi prodotti per il mercato, ma non possono sostituire le grandi imprese di alta tecnologia. D’altro canto le PMI sono fortemente dipendenti dalla credito bancario per la loro attività e la loro esistenza, tuttavia la loro reale capacità di influenza politica generale e minima o addirittura inesistente e quindi ne risulta una condizione di grande dipendenza da forze esterne.

La prima conclusione che se ne può ricavare è la seguente:

– Il sistema industriale italiano ha la sua radice fondamentale nelle industrie pubbliche, per lo sviluppo sul lungo e medio termine.

– I grandi gruppi privati sono sostanzialmente interessati all’utile a breve termine, ottenuto anche – o forse principalmente grazie – alla capacità di agire sulla sistema politico e sull’accesso privilegiato al credito.

– Le piccole e medie industrie producono utili, esportano ed occupano l’80% degli addetti, ma la loro sopravvivenza dipende da banche e governo (politica fiscale).

I dati caratteristici di questa particolare situazione italiana forniscono la base per valutare taluni effetti sulla vita economica della cosiddetta operazione “Mani Pulite” o “Seconda Repubblica” o come altro si voglia di nominarla.

Non vogliamo qui considerare alcuni aspetti di tale operazione, che pure potrebbero essere di grande interesse, e che sono oggetto di elucubrazioni e di analisi da parte di varie fonti; per esempio se l’operazione è stata decisa in Italia o altrove, se originata da forze politiche o economiche, se si sono formate lungo la strada sinergie di varia natura e interessi diversi ma convergenti. Ci limitiamo invece a considerare soltanto gli effetti più evidenti sull’economia e particolarmente sull’industria.

Le aziende delle Partecipazioni Statali sono state il primo obiettivo dell’operazione “Mani pulite”. I risultati fino ad oggi raggiunti sono già di portata non trascurabile.

Le privatizzazioni finora eseguite fra le aziende industriali, sono state limitate. Invece risultati molto maggiori sono stati raggiunti nel settore bancario. Ciò significa, dal punto di vista degli equilibri di potere, che sono state fatte delle forti pressioni per influire poi sulla vita delle piccole e medie aziende private.

Tuttavia il risultato di gran lunga più consistente è stata la disarticolazione della sistema delle Partecipazioni Statali, sia con la soppressione del relativo Ministero, sia soprattutto con la eliminazione, (anche molto energica, traumatica, ed in qualche caso persino tragica), dei relativi dirigenti ostili alla liquidazione del patrimonio pubblico.

Con il nuovo “il management” la privatizzazione di IRI – ENI – STET ed ENEL – non trova più ostacolo. Questo tuttavia non significa affatto che tutti questi settori pubblici passeranno al capitale privato. Infatti, è probabile che siano cedute le porzioni immediatamente produttrici di alto reddito, quali metano, telecomunicazioni ed energia elettrica (più aziende di “servizi” che industrie).

Invece la parte di alta-media tecnologia può essere eliminata facilmente per mezzo di adeguate politiche di spesa dello Stato. In proposito esemplare il caso dell’industria militare, e specialmente dell’industria aeronautica: con opportuni “tagli” al bilancio difesa, localizzati nelle spese per nuovi materiali, è possibile prima limitare e poi in definitiva distruggere rapidamente la residua capacità delle aziende nazionali.

Non abbiamo allo stato, dati sufficienti per il settore della siderurgia. Tuttavia è ben noto che gli impianti di Taranto sono i più moderni di Europa (con i francesi di Fos), e rappresentano certo un investimento importante, da utilizzare in un contesto europeo e non da disperdere in vendite all’asta.

La cessione dei grandi “servizi” di base (energia, telecomunicazioni, approvvigionamenti idrocarburi) è azione semplicemente disastrosa, sia dal punto di vista della redditività (che esiste avendo lo Stato già fatto gli investimenti), sia ancora di più da quello della sovranità nazionale.

Non bisogna dimenticare, che per la sua stessa natura, il sistema italiano delle Partecipazioni Statali era già tale da permettere l’intervento di capitale privato, tuttavia con controllo dello Stato sui settori di interesse nazionale.

L’industria privata è stata colpita in modo ineguale dall’operazione “Mani Pulite”.

Fra i grandi gruppi, il gruppo Ferruzzi è stato smembrato dell’azione giudiziaria, ed è ora fortemente ridimensionato a livello molto inferiore a quello del 1990.

Pertanto restano a cavallo soltanto tre grandi gruppi “privati” (Agnelli/Fiat – De Benedetti – Pirelli).

Il gruppo Fininvest (non industriale) a giudicare da varie iniziative politiche e finanziarie, appare come il prossimo obiettivo, e la sua sopravvivenza dipende dagli sviluppi politici.

Osserviamo che comunque, anche se Fininvest sopravvive nella sua attuale configurazione, è stata avviata un’operazione di ulteriore concentrazione del potere economico in Italia, che accentua l’anomalia italiana rispetto all’Europa.

Per quanto riguarda la piccola-media impresa, l’operazione “Mani Pulite” ha interessato particolarmente le aziende farmaceutiche di proprietà italiana, cioè un settore di buon contenuto tecnico-scientifico e di alta redditività. Come conseguenza alcune aziende sono state cedute al capitale straniero, contribuendo quindi all’abbassamento del livello industriale del nostro paese.

Innumerevoli azioni sono state invece eseguite nei confronti dell’industria e delle costruzioni e lavori pubblici.

La lista in questo caso è interminabile anche se si è agito con particolare intensità in alcune regioni e meno in altre.

Qui l’operazione era evidentemente rivolta sia a colpire il personale politico locale, e le sue eventuali connessioni nazionali, sia a favorire qualche distribuzione di attività. L’azione contro le imprese di costruzioni e lavori pubblici è stata tanto dannosa quanto quella contro le Partecipazioni Statali, provocando fallimenti a catena e riduzione o blocco di attività.

(…)

L’Italia è stata fortemente colpita nel suo sistema industriale dalla operazione iniziata nel 1992, e tuttora in corso.

Alcuni danni sono difficilmente riparabili, ma dovrebbe essere ancora possibile (per un governo nazionale dotato di autorità) evitare altri danni e dedicarsi al recupero delle posizione italiana nel contesto europeo.

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