lunedì, 24 luglio 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

L’intervento di Maria Cristina Pisani
Pubblicato il 19-03-2017


Questo non è un banale congresso nazionale, non siamo qui riuniti soltanto per battere un colpo e contarci insieme, giovani e meno, sappiamo chi siamo, sappiamo quanto valiamo.
Questo è il momento in cui ripensare e ripensarci. La nostra storia recente e il futuro che ci attende. Ripensare il nostro cammino di storia e di storie per definire, in un quadro ormai desolante, la sinistra che vogliamo.

D’altronde i grandi partiti progressisti nascono per rivoluzionare le società, sono un progetto ambizioso, una “follia” di molti. È questo il fondamento della nostra esistenza: scegliere di essere quella possibilità di trasformazione radicale, quell’ideale di liberazione.
In un certo senso il riformismo di oggi è il fare e il filosofare sociale, istituzionale, culturale e civile. Nel 1976, lo ricorderete meglio di me, nella sua prima intervista da segretario del partito, ad un Giampaolo Pansa che gli chiedeva intenti, spiegazioni e dettagli della traiettoria possibile di un partito appena sconfitto nelle elezioni politiche e marginale nel determinare in quel momento gli scenari politici, Craxi rispose: “Primum vivere”. Oggi il partito è vivo, forse più vivo di ogni altro partito italiano, per questo possiamo continuare a credere in noi stessi, nelle nostre particolarità, nei nostri limiti e nelle nostre possibilità.

A chi dirà che queste sono utopie irrealizzabili rispondiamo che è esattamente all’angustia delle loro proposte, alla timidezza del loro sguardo che dobbiamo molte delle nostre sconfitte e dei nostri insuccessi. La vera e realissima utopia è quella in cui molti si sono da soli confinati, un non-luogo dove la politica è deludente per molti, incapace di rappresentare, incerta quando si tratta di affermarsi e troppo rivolta alla tutela di chi è la stessa politica a garantire.
Noi non ci siamo posti il compito di produrre una rivoluzione che non c’è, ma quello di rappresentare politicamente e di governare con l’efficacia della politica democratica la rivoluzione che è in atto, il cambiamento che è in atto. Per questo oggi abbiamo invitato autorevoli relatori che vivono questo cambiamento, è da loro che noi possiamo recuperare forza. Il mondo dell’associazionismo e del volontariato sono i cardini lungo i quali si sono mosse sempre le più belle emozioni ed esperienze del nostro Paese. Perché hanno rischiato e, lo ripeto sempre, chi rischia è il nostro primo alleato. Chi rischia perché in difficoltà, chi rischia perché vuole comunque investire, dare speranza.

Oggi siamo un meraviglioso Paese dalle identità plurali e diversificate. E’ la nostra migliore strada per inserirci in una modernità capace di riconoscere la diversità, per declinare i termini dell’identità nazionale in modo meno banale di quanto non sia successo in questi decenni, nei quali l’italianità di maniera è stata brandita come elemento divisivo tra un “Noi” e un “Loro” che offende e brutalizza la nostra storia culturale, segnata dalla diversità e dalla pluralità dalle sue origini e dall’intreccio continuo tra identità locali e incontro con culture differenti. La Lega dovrà farsene una ragione. Non esistono cittadini di serie A e di serie B. I figli dell’immigrazione, nati in Italia o ricongiunti ai loro genitori, non possono scoprire a 18 anni di essere stranieri. La loro vita, i loro legami affettivi e sociali, la loro cultura e i loro percorsi educativi e di istruzione sono italiani. Io e Riccardo abbiamo incontrato molti di loro in alcuni centri Sprar, ci hanno insegnato che l’accoglienza deve essere innanzitutto integrazione. Voglio a tal proposito raccontarvi, l’iniziativa, che ha ricevuto il via libera di un’amministrazione comunale su proposta della nostra assessora alla scuola Elisa Sassoli. Combattere gli sprechi alimentari, garantendo un pasto a persone in difficoltà e riducendo la quantità di rifiuti organici prodotti. Questi i tre obiettivi del progetto “pasti solidali” promosso dal Comune di Castel Focognano in Toscana. Grazie Elisa.

Ho conosciuto tanta gente in questi ultimi anni nel corso dei quali ho deciso di dedicare le mie giornate a capire il dolore e la sofferenza umana, a capire la ragione per la quale abbiamo in questi anni deciso di non consentire a un uomo o a una donna di disporre di una vita che non è neanche più vita. Tra queste persone ho conosciuto un compagno coraggioso, Dario, un nostro sindaco qui di casa , con il quale ho mantenuto per molto tempo un rapporto umano prima ancora che politico perché attraverso lui ho capito la ragione della mia testardaggine, della mia determinazione. Non potevo fermarmi davanti a tanto amore. Io e Dario da soli in quei mesi abbiamo provato a portare avanti la nostra battaglia. Abbiamo bussato alle porte di tutti i consiglieri regionali, presidenti di regione e alla fine ci siamo riusciti. In 9 regioni la proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento presentata è stata accolta e messa all’ordine del giorno. Io porto il suo insegnamento sempre con me. Perché, come ci ripetiamo spesso nel corso delle nostre splendide telefonate chi non tocca con mano, non può capire. Per questo abbiamo deciso insieme oggi di raccontare la sua storia, una storia di amore, una storia di dolore.
Ed è su questi temi, come sul tema dei diritti che dobbiamo restare in campo, con la consapevolezza che nessuno mai ci sarà accanto. La laicità è uno dei principi fondanti del nostro Stato, definito «supremo» dalla Corte Costituzionale. Eppure questo principio “semplice” proprio nel campo dei diritti civili sembra essersi smarrito. Siamo perennemente in lotta, nonostante alle istituzioni è richiesta equidistanza rispetto a scelte morali o ideologiche. Che poi, è pure bene ricordarsi che ‘nelle spire del moralismo, prima o poi, si resta impigliati.’
C’è la presunzione di dire, di fare, di scegliere anche per gli altri senza provare, senza toccare, senza conoscere. Voglio abbracciare ovunque lui sia, Max Fanelli, malato di sla, morto a seguito di una lunga degenza e la moglie Monica. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità, certo, ma perché non abbiamo permesso a Max di disporre pienamente della propria vita, di una vita che non era neppure più vita? Eppure il dettato costituzionale e in particolare l’art. 9 e l’art. 32 dovrebbero guidarci bene. E’ con questo dolore che dovremmo confrontarci. E’ egoismo scegliere consapevolmente di porre fine alla malattia?

Noi continueremo a chiedere insieme di calendarizzare al più presto la discussione sulla legge di iniziativa popolare sul fine vita. Ci metteremo tutto l’impegno possibile.
E sempre per restare in tema di autodeterminazione la Cei qualche giorno fa ha predicato che ‘non praticare l’aborto è un diritto’. Viene da chiedersi di chi. Pochi, pare, si preoccupano della difficoltà delle donne che si trovano davanti ad una scelta non certo facile e che sono costrette a dover emigrare in altre Regioni per poter esercitare un loro sacrosanto diritto. Un giudice ha il dovere di applicare la legge, qualunque essa sia, e non può fare obiezione di coscienza a quelle da lui non condivise. Io lo sapevo dal primo giorno in cui mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Non vedo perché non debba essere lo stesso anche per il medico. La decisione di Zingaretti va da noi con forza sostenuta. Il silenzio degli altri Governatori è vergognoso.

La fotografia di queste ore ci consegna l’immagine di un’Italia stanca, impaurita, rassegnata. Sembra che il nostro tempo migliore sia alle spalle e che cambiare sia uno sforzo più impossibile che difficile. Non è così. Chi crede nella politica, nel valore e nella dignità della politica, sa che non è così, non può essere così.
La democrazia rappresentativa vive certo una fase di profonda difficoltà. Da un lato, i canali di partecipazione e di decisione non sono in grado di affrontare i temi nuovi che hanno una dimensione sovranazionale, dall’altro, emergono esigenze di protagonismo diretto di movimenti e di singole istanze della società, che non accettano di essere mediate oltre un certo limite.
D’altronde già nel 1806, Hegel ci consegnava una profezia: l’intera massa delle rappresentazioni, dei concetti che abbiamo avuto finora, le catene del mondo si sono dissolte e sprofondano. E’ la fotografia del nostro tempo. L’emblema di un profondo cambiamento.

Tuttavia, nessuna democrazia matura nel mondo ha rinunciato al modello della rappresentanza, a una funzione dei partiti, in nessun modo e da nessuna parte questa esigenza di protagonismo diretto della società civile è diventata la strada per negare alla radice la funzione delle forze politiche. Sappiamo di avere avuto alle spalle una particolare vicenda italiana. Non può sfuggirci che in tutto il nostro sistema politico ha prevalso una piegatura personalistica delle formazioni politiche, che, anche per ragioni naturali, non potrà essere eterna.

Se è così, pur con tutti i nostri problemi, abbiamo molti anni di vantaggio sugli altri. Le esperienze buone o cattive che abbiamo fatto ci mettono su questo tema in pole position. Ci siamo infatti definiti il partito del lavoro, del lavoro non solo dipendente, ma imprenditoriale, autonomo, professionale. Un partito di iscritti ed elettori, nazionale e autonomistico, unito e plurale, laico ma non agnostico eticamente e culturalmente. Un partito che, da un lato, riafferma con orgoglio l’autonomia e l’essenzialità della politica, dall’altro, ne riconosce i limiti. Un partito che mette insieme orgoglio e umiltà, che sa riconoscere i confini della sua azione e si pone perciò il problema di avere strutturalmente un rapporto aperto con la società, un rapporto cioè di affiancamento e collaborazione con movimenti democratici e civici, che pretendono politicità senza per questo pretendere di sostituirsi alla politica.

C’è un punto, però, centrale, un punto che non sfugge a nessun approfondimento. Abbiamo bisogno di cambiare, di rinnovare. Rinnovamento e cambiamento hanno bisogno di una dialettica franca e profonda, la stessa che serve a un partito aperto, dinamico, che sappia confrontarsi per poi riconoscersi nella sintesi dei punti di vista, ritrovarsi in una identità che è senso di comunità. E’ la ragione per cui con tanti giovani amministratori e dirigenti abbiamo presentato questo documento integrativo della mozione congressuale. Per creare un ‘luogo delle storie’ che sia un vero laboratorio di idee, proposte, che sia la strada per una nuova piattaforma programmatica e politica.
Perché fare politica oggi è un rischio. Ecco perché abbiamo bisogno di entusiasmo, di speranza, di fiducia. Ecco perché tutto sta in piedi solo con lo sforzo personale di chi non si arrende, di chi non si rassegna, di chi ha voglia ancora di alzarsi e di provarci. Non è possibile cambiare senza liberare tutto l’entusiasmo che abbiamo.

Delle due, l’una: possiamo rassegnarci al progressivo arretramento delle condizioni di vita, al restringimento delle nostre possibilità o riscoprire il fondamento del nostro stare insieme, quel progetto ambizioso ed egualitario, così ben riassunto nella Costituzione, che fa pensare immediatamente a un’azione, a un’iniziativa politica. Noi con questo Congresso possiamo scegliere la seconda possibilità, dobbiamo farlo però insieme, con serietà.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento