mercoledì, 16 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Aria di cambiamento
in casa Unicredit
Pubblicato il 03-03-2017


Con l’aumento di capitale in Unicredit stanno cambiando molte cose. Le prime avvisaglie di cambiamento sono avvenute con la nomina di Mustier ad amministratore delegato dell’importante gruppo bancario. Fabrizio Palenzona ha rinunciato alla vice presidenza. Lo comunica Unicredit a pochi giorni dalla chiusura dell’aumento di capitale di 13 miliardi. Il cambiamento dell’azionariato prelude al cambiamento del consiglio di amministrazione.

Il comunicato di UniCredit afferma: “Il consigliere Palenzona ha assunto questa decisione allo scopo di agevolare le iniziative di revisione della governance programmate per il 2018 ed annunciate da UniCredit nel corso della presentazione del Piano Strategico il 13 dicembre 2016”. Tra queste, c’era anche la riduzione delle vice presidenze dalle tre attuali a una sola, per alleggerire la governance così come richiesto dagli azionisti di mercato: oltre a Palenzona, i vice presidenti eletti due anni fa in assemblea sono Luca Cordero di Montezemolo e il vicario Vincenzo Calandra Buonaura. A questo punto, anche uno di loro due rinuncerà alla carica, pur rimanendo nel consiglio di amministrazione.

La riduzione delle vice presidenze potrebbe essere solo il primo passo di una riforma più ampia e molto probabilmente con cambiamenti notevoli. Sempre dal comunicato stampa diffuso da UniCredit si legge: “Tuttavia, le modifiche suggerite potranno avere attuazione successivamente

all’assemblea convocata per approvare il bilancio relativo all’esercizio 2017 che si terrà nel 2018”. L’Istituto bancario si preoccupa di tranquillizzare il mercato e gli utenti sui cambiamenti non saranno immediati ma avverranno dopo un anno circa.

Lunedì scorso si è concluso l’ultimo atto dell’aumento di capitale con il collocamento dei pochi diritti residui inoptati. Adesso si cominciano a fare i conti sul nuovo azionariato di UniCredit. La fotografia si avrà solo a metà aprile con l’assemblea degli azionisti. Intanto spuntano le prime posizioni forti come Capital Research, che secondo le indiscrezioni di La Stampa avrebbe arrotondato all’8% la quota di partecipazione. Secondo quanto risulterebbe a Il Sole 24 ore, avrebbero incrementato notevolmente la propria partecipazione anche BlackRock, Wellington asset management e Marshall Wace. La dimensione dell’operazione, d’altronde, era da grandi operatori, più che da Fondazioni (diluite intorno al 6-7%) o da risparmiatori, con una quota in mano al retail che verosimilmente si troverà assottigliata al 20%. Dunque, un’evoluzione che piace al mercato stesso dove ieri il titolo ha guadagnato un altro 4,27% a 13,19 euro.

Al ceo, Jean Pierre Mustier, francese con un vissuto lavorativo più a Londra che a Parigi, il tutto è sufficiente per dichiarare che “Unicredit rimarrà indipendente”, e che “non c’è alcuna volontà di evolverci verso un dna francese” (leggi Societè Generale, dato per possibile approdo finale da alcuni osservatori). Prosegue il manager francese: “Anzi, il futuro del gruppo è molto luminoso per i suoi clienti, per i suoi azionisti e per i suoi dipendenti”. Messaggi solo apparentemente di forma, i suoi. Mustier parla poco e non ama la retorica, dunque se ieri ha deciso di presenziare alla convention della Fabi per la sua prima uscita dopo il successo dell’aumento, più di un motivo c’era. Incassati i 13 miliardi, ora la Borsa si chiede quali siano le prossime mosse di una banca che capitalizza quasi 30 miliardi e ha nei fatti scardinato il mercato italiano degli Npl, vista l’operazione da 17,7 miliardi in corso. Per adesso, Mustier ha fatto intendere in Piazza Gae Aulenti: “Ci si limiterà ad applicare il piano industriale. L’unica pressione che ho da me stesso, dopo l’aumento di capitale, è che ora bisogna fare l’esecuzione operativa”.

Alessandro Profumo, ai microfoni di Radio 24, ha detto che oggi non rifarebbe l’acquisizione di Capitalia “perché ha portato nel gruppo certamente una serie di problemi”. Davanti alla platea della Fabi, Mustier ha potuto dichiarare che “la banca ha voltato pagina e che ha chiaramente un futuro italiano”. E va forse letta in quest’ottica anche la battuta su Generali, dopo la rinuncia di Intesa Sanpaolo a procedere con un’offerta ha fatto notare: “L’esito penso sia il migliore per il Paese. In effetti, prima che tutto iniziasse avevo già detto che per l’Italia è molto importante avere una compagnia assicurativa quotata, indipendente e internazionale”.  Comprensibile che lo status quo, con UniCredit primo azionista di Mediobanca, che a sua volta è primo socio di Generali, vada più che bene a Piazza Gae Aulenti, dove in futuro si potrebbe studiare qualche possibile progetto comune, almeno a livello industriale.

A proposito di combinazioni industriali, nel ripercorrere quanto fatto finora, Mustier ha parlato anche di Pioneer e della cessione ad Amundi dicendo: “È stata vista come esternalizzazione ai francesi, però non è proprio così”, e poi spiegando che “Pioneer è un grande asset e la sua gestione è ottima, ma non ha la giusta dimensione: è troppo grande per i clienti individuali ed è troppo piccola per gli istituzionali. La combinazione di Pioneer con Amundi da quella massa critica su cui lavorare”. Mustier ha continuato : ”Tra l’altro, Pioneer-Amundi è il primo esempio positivo (e per ora forse l’unico, ndr) delle conseguenze per l’Italia della Brexit con 300 posti di lavoro in più a Milano per la gestione dell’asset management”.

Mustier però non ha detto che Amundi fa parte del gruppo francese Credit Agricole. La vicenda di UniCredit è molto delicata perché dopo l’aumento di capitale è meno italiana. Ci sono buoni motivi per diffidare delle dichiarazioni soporifere di Mustier. La posta in palio è molto alta: non si tratta solo di UniCredit, ma di tutto il “salotto buono” della finanza italiana che comprende anche Mediobanca e Generali.

Salvatore Rondello

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