martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Bersani e Prampolini
Pubblicato il 22-03-2017


La stampa dà conto di un’ennesima battuta di Bersani, stavolta senza sfondo agro-pastorale. In una stravagante equiparazione coi grillini, ai quali l’ex segretario del Pd, e oggi al vertice del movimento scissionista di Dp, rilancia la sua attenzione, non bastandogli i pugni negli occhi ricevuti in diretta nel 2013, egli dichiara che anche Prampolini si definiva agli inizi del Novecento “un moderato rabbioso”. Come sarebbero appunto i figli di Grillo, oggi. Ho studiato la vita e il pensiero di Prampolini, ho scritto su di lui libri, l’ho più volte celebrato in commemorazioni, in articoli, discorsi e conferenze. Giuro che mai ho riscontrato in nessuna occasione che Prampolini si definisse così. Si tratta di falso evidente, come assurdo e offensivo risulta l’infelice paragone del leader socialista col movimento Cinque stelle.

Cominciamo col dire che Prampolini non si é mai attribuito la qualifica di “moderato”. Egli era un socialista, fin da quando, egli scrive, “cominciai a ragionare di mia testa e per farmi mutar bandiera, per fare che io non sia socialista, bisognerà prima mutarmi il cervello e il cuore”. I moderati, la moderateria, erano proprio il fronte liberalmonarchico che amministrò Reggio Emilia prima del dicembre del 1899 quando i socialisti per la prima volta da soli conquistarono il comune. Non trovo l’aggettivo di moderato in Prampolini né al tempo della scissione cogli anarchici, quando egli stesso, al congresso fondativo del partito del 1892, aprì una polemica con loro, né negli anni della aspra polemica coi sindacalisti rivoluzionari del 1904-1907, né durante lo scontro coi massimalisti al congresso del 1912, né a fronte della lotta contro le tendenze comuniste tra il 1918 e il 1924.

Prampolini non era un moderato, ma un socialista riformista e democratico che dal Psi massimalista e filo bolscevico venne espulso assieme a Turati nel 1922 e che si oppose tutta la vita al culto della violenza e dell’atto rivoluzionario, che polemizzò duramente con la teoria e la prassi della dittatura del proletariato e che concepì il socialismo come lenta, costante trasformazione, come disse Turati, “delle cose e delle teste”, iniziando dal basso (con le cooperative, le leghe, le camere del lavoro, i comuni, le municipalizzazioni, la cultura, i giornali) la costruzione della società socialista.

Se “la rabbia” la si riferisce al gesto compiuto alla Camera di rovesciare le urne del voto contro le leggi liberticide di Pelloux, che si proponeva di votare in barba al regolamento parlamentare, va corretta con la definizione di “doveroso atto di salvaguardia istituzionale”. La sua fu intransigenza democratica. De Felice, Morgari e Bissolati fuggirono altrove, Prampolini ritornò a Reggio e si assunse per intero la responsabilità del gesto. Per questo venne incarcerato nel settembre del 1899. Alla fine di ottobre fu poi rimesso in libertà e non si pervenne al processo. Prampolini fu dunque un socialista, riformista e non moderato, inflessibile e non rabbioso. Le parole hanno un significato. E i grillini, caro Bersani, sono talmente lontani da Prampolini quanto la mucca nel corridoio da chi scrive….

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