lunedì, 26 giugno 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Carlo Rosselli. Le paralisi che portarono al fascismo
Pubblicato il 14-03-2017


Carlo Rosselli e l’interpretazione del fascismo nel quadro di un socialismo liberale
-di Marcello Curci*

Il presente lavoro ripercorre le linee essenziali dell’interpretazione del fascismo elaborata da Carlo Rosselli (1899-1937) fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. L’analisi cercherà di evidenziare gli elementi di profonda rottura riguardanti origine e sviluppo del fenomeno fascista, collocando tali intuizioni nel più ampio contesto di rinnovamento del socialismo italiano costantemente portato avanti dal leader antifascista nel corso della sua vita.

Secessione_dell_AventinoLe origini del fascismo nel dopoguerra italiano e le responsabilità del socialismo

Nella cornice del dopoguerra italiano, dei disordini del Biennio rosso e dell’offensiva squadrista, il giovane Rosselli, che ha sperimentato in prima persona la guerra sull’onda dell’interventismo democratico e la successiva delusione per la sproporzione tra le attese e i risultati, incoraggiata anche dai comportamenti della classe dirigente liberale, inizia a collegare l’ascesa del fascismo, ancor prima della presa di potere, a una profonda crisi interna allo Stato liberale. Il fenomeno si configura fin dalle origini come prodotto «del trauma della guerra e [dell’] incapacità delle formazioni politiche tradizionali di comprendere le istanze dei combattenti» e Rosselli avverte «una corresponsabilità di tutti in quello che è accaduto, anche di chi si è subito opposto al fascismo»[1]. Tali responsabilità sono imputate al dissolvimento dello Stato nella gestione della crisi postbellica italiana –alla fase estenuata del giolittismo, alla politica di compromessi e di immobilismo-, ma anche ai comportamenti del socialismo, alfiere di un grande progetto di rinnovamento della società e tuttavia incapace di realizzare politicamente tale aspirazione.
Rosselli, che condivide un socialismo riformista e gradualista di ispirazione turatiana, ma anche critico e pragmatico sull’esempio di Salvemini, inizia così a interrogarsi sul legame che intercorre fra crisi del socialismo e affermazione del fascismo: un tentativo, questo, che prende vita nel contesto delle scissioni politiche fra socialisti e comunisti nell’autunno del ’21 e fra massimalisti e unitari in seno al Psi nel ’22.
Dalle pagine di Critica sociale, Rosselli denuncia la paralisi intellettuale del partito socialista, dovuta a una rigida adesione ideologica al marxismo, causa primaria dell’incomprensione della pericolosità del fascismo e del suo potere attrattivo nel disordine postbellico. Del marxismo professato dai socialisti egli critica due elementi: il formalismo dogmatico, che sostituisce il pensiero all’azione, tale per cui «un partito legato ad un corpo rigido di dottrine […] attaccato da una tribù di veloci predatori [i fascisti], risponde a destra quando già l’attacco si è spostato a sinistra»[2] e la cieca fede nel determinismo storico, che conduce a un’interpretazione univoca del fascismo, come pura reazione di classe all’ascesa del proletariato, con il risultato che «mentre gli uni pestavano, gli altri [i socialisti] strillavano che non v’era nulla da fare, che eravamo di fronte a un fenomeno internazionale, ad una crisi fisiologica propria del mondo capitalistico»[3].
Rosselli non rifiuta un’interpretazione che tenga conto anche della reazione di classe per spiegare il fascismo, purché si riconoscano le responsabilità del massimalismo, di quel linguaggio violento e al contempo sterile nel sostenere le rivendicazioni del proletariato, che spaventa parte della borghesia e la allontana, inverando la sua preferenza per la conservazione. D’altro canto, però, nemmeno il riformismo di Turati, conscio delle insidie del rivoluzionarismo, riesce ad arginarne la pericolosità: agli occhi di Rosselli, esso sacrifica la possibilità di ascendere alla guida del paese in nome di un disperato tentativo di mantenere l’unità del partito, con la conseguenza di facilitare la presa di potere di Mussolini.[4]
In un contesto così desolante, inizialmente Rosselli nutre la speranza che alcune frange della borghesia e gli intellettuali possano unirsi all’opposizione, prima che il fascismo si normalizzi nello Stato. Un’aspettativa comprensibile nell’ambito di una visione del fenomeno come sprofondamento valoriale generale, più che di classe, cui Rosselli crede si possa ancora opporre, sul piano morale, l’azione trainante di Matteotti e Salvemini, che egli eleva a guide spirituali di una possibile élite antifascista. [5]

«Perché fummo battuti?»

L’omicidio Matteotti del giugno 1924 e il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 imprimono un cambiamento qualitativo nel fascismo che, assimilandosi al morente Stato liberale, si fa regime e ammette pubblicamente le proprie responsabilità nell’uso della violenza. Per Rosselli si tratta di un vero e proprio spartiacque, che sancisce l’impossibilità di un’opposizione morale e legalitaria quale è il neocostituito fronte aventiniano. L’Aventino testimonia l’errata considerazione che il vecchio mondo dei partiti cresciuti nello Stato liberale riserva al fascismo, quella cioè di un fenomeno transitorio, ancora arginabile nonostante la progressiva soppressione delle libertà. Il vulnus aventiniano intensifica la sfiducia di Rosselli, ma costituisce anche una base per impostare la lotta antifascista in termini innovativi. Ne è prova la rivista Il Quarto Stato (1926), co-diretta con Pietro Nenni, originale tentativo di creare «qualcosa che fosse assieme struttura organizzativa per una lotta rivoluzionaria, organo ideale di rinnovamento culturale, piattaforma politica per un raggruppamento delle forze superstiti»[6], nell’ottica di un riavvicinamento fra riformisti e massimalisti.
Rosselli, di nuovo, inquadra le origini del fascismo a partire da una prospettiva socialista. Alla fatidica domanda «Perché fummo battuti?», egli risponde evidenziando la debolezza del sostrato economico, politico e culturale su cui il Partito socialista ha costruito la propria ascesa politica in Italia. Emerge così l’immagine di un paese capitalisticamente arretrato, nel quale è impensabile che il credo marxista possa attecchire spontaneamente fra le masse; ma, soprattutto, c’è l’idea di un paese che non ha mai sperimentato un’autentica lotta per la libertà su larga scala e l’affezione al metodo democratico. Su queste deboli basi, il Partito socialista poco ha fatto per rafforzare nelle masse una coscienza politica liberale, evitando riforme strutturali coraggiose ed adagiandosi sulle vittorie elettorali. «Così era fatale», conclude Rosselli, «che la classe lavoratrice, che nei paesi evoluti è giustamente la più vigile e interessata custode del metodo democratico, dovesse da noi assistere quasi inerte alla negazione di valori supremi che apparivano purtroppo estranei alla sua coscienza»[7]. L’interpretazione si fa dunque più complessa e salda la rinuncia alla politicizzazione delle masse con la storica passività italiana, elementi che spiegano la facilità con cui il fascismo è riuscito a prendere il potere e a consolidarsi.

Comprendere per superare: socialismo liberale

L’attività clandestina di Rosselli si interrompe nel 1926, con la cattura e la condanna al confino per aver organizzato la fuoriuscita di Turati, fino al 1929, anno della fuga in Francia.
In questo periodo egli ha modo di sistematizzare il proprio pensiero in Socialismo liberale, opera in cui l’ambizione di rinnovare in profondità il socialismo italiano passa anche attraverso la comprensione delle origini del fascismo[8]. Rosselli inserisce nuovamente il fenomeno in un contesto storico di lungo periodo: il Risorgimento, frutto dell’azione di minoranze organizzate, il breve tirocinio politico del movimento operaio, la concessione dall’alto del suffragio universale denotano l’assenza di movimenti di massa per la libertà e spiegano il crollo della debole impalcatura liberale al primo colpo. «Da questo punto di vista», spiega Rosselli, «il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario»[9], in quanto fuoriuscito «dalle sedimentazioni nascoste della razza, dalle esperienze delle generazioni, […] quasi per esplosione, stimolato da un evidente interesse di classe, ma profondamente inciso da caratteri che sono indipendenti dai criteri di classe. […] Il fascismo va innestato sul sottosuolo italico»[10].
Rosselli individua nella pratica di un nuovo socialismo una possibile soluzione, indicando al movimento operaio un obiettivo di rinnovamento della società finalmente realizzabile. Riprendendo riflessioni risalenti alla frequentazione di Gobetti[11], egli si fa promotore di un socialismo senza Marx, con al centro l’individuo e il valore della libertà, lontano, dunque, da quell’aridità intellettuale che ha condotto prima alla disaffezione verso il partito da parte delle nuove generazioni, pragmatiche e volontaristiche, poi alla resa al fascismo in attesa di un fatale scontro di classe e della rivoluzione.
Per Rosselli socialismo liberale non è un ossimoro, ma l’ultima concretizzazione storica di quella tradizione politica liberale un tempo associata al mondo borghese, oggi identificabile con il socialismo, che appunto «colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e giustizia tra gli uomini»[12]. Il liberalismo come fine implica una missione di educazione a un sentimento di libertà che va costruito nella coscienza delle persone, esortando le masse a combattere per la propria emancipazione hic et nunc, non in un incerto futuro postrivoluzionario.
La riscossa del socialismo inizia perciò sul piano etico, là dove può dimostrare l’abisso che lo separa dal fascismo, che «è quasi del tutto sfornito di valori costruttivi», avendo esso piuttosto «un valore di esperienza, di rivelazione degli italiani agli italiani»[13]. Ma a fianco all’ideale, Rosselli pone il realismo della battaglia: il metodo liberale, che è rispetto delle regole democratiche e rifiuto della violenza, autorizza il popolo a una lotta rivoluzionaria contro il fascismo, proprio perché esso «è, prima e soprattutto, antiliberalismo»[14].

«Giustizia e Libertà» movimento rivoluzionario dell’antifascismo

«Giustizia e Libertà» (GL) nasce a Parigi nel 1929, ad opera di Rosselli e di altri esuli antifascisti, fra cui Emilio Lussu, fuggito con lui da Lipari, e Alberto Tarchiani. Dal 1931 al 1934 GL è rappresentante in Italia della Concentrazione antifascista, cartello guidato dal ricostituito Psi, dal Partito repubblicano e dalla Lega dei diritti dell’uomo. GL è formazione inedita nel panorama antifascista, perché «nel fascismo vede il fatto centrale, la novità tremenda del nostro tempo, e perché la sua opposizione deriva […] da una volontà di liberazione che si sprigiona dallo stesso mondo fascista»[15].Carlo_Rosselli_1
La centralità del fascismo implica una rottura con il passato, una «rivolta contro gli uomini, la mentalità, i metodi del mondo politico prefascista, responsabile della fine miserabile dell’Aventino»[16]. Una nuova strategia, dunque, che richiede anche azioni violente ed esemplari in Italia per favorire l’insurrezione delle masse; un’alleanza trasversale, aperta a tutto l’arco antifascista, meno inizialmente ai comunisti, troppo assorbiti dall’impegno a sostituire l’attuale dittatura con un’altra; un programma rivoluzionario postfascista, di rifondazione del paese, che miri all’edificazione di una repubblica socialista, legittimata da un’Assemblea costituente e centrata sui lavoratori[17].
Per Rosselli l’organizzazione di GL in movimento anziché in partito è una necessità imposta dallo stesso fascismo: l’azione partitica è infatti possibile solo in un regime liberale plurale, che cioè garantisca la competizione politica, e il fascismo è partito unico che non ammette concorrenti e la libera competizione tra culture diverse[18]. Esso, anzi, è partito che diventa Stato dittatoriale, anti-individualista e totale, ultima concretizzazione di un lungo processo storico che ha portato lo Stato a inglobare la società[19]. Rosselli coglie i caratteri inediti di uno statalismo pervasivo in cui l’unica alternativa per opporsi è diventare antistato, forza dinamica «infinitamente più efficace […] di un partito alla vecchia maniera, rigido, settario, geloso, obbligato alla coerenza»[20].
L’abbandono della forma del partito, tuttavia, è anche funzionale a mitigare il classismo delle forze di sinistra e ad estendere il messaggio di riscossa a tutte le «classi lavoratrici, che comprendevano oltre ai salariati industriali e agricoli, gli artigiani indipendenti, i piccoli commercianti, i piccoli proprietari agrari e gli intellettuali»[21]. Elemento, questo, che insieme ai metodi anticonvenzionali di GL, attira le critiche del cartello concentrazionista, fino all’inevitabile rottura del 1934.
È onnipresente, a fianco all’organizzazione della lotta, il tentativo di comprendere l’evoluzione del fascismo negli anni Trenta, compito affidato alle pubblicazioni di GL (i Quaderni e il settimanale).
L’avvento del nazismo in Germania trasforma il fascismo in questione europea. Nel suo passaggio ad un paese strutturalmente più avanzato, il fascismo manifesta di nuovo i suoi caratteri di rivelazione di un mondo al collasso, come testimonia la pochezza dell’opposizione comunista e socialdemocratica tedesca. Al contempo, però, Rosselli intuisce una pericolosa superiorità rispetto a Mussolini da parte di Hitler, capace di conquistare rapidamente il paese e di toccare straordinariamente la coscienza delle masse mediante il mito del pangermanesimo e la vendetta per la pace di Versailles[22].
Di fronte a tali sviluppi, Rosselli avverte l’inutilità della politica di disarmo predicata dalla diplomazia e dalla sinistra europea. La guerra sta per tornare in Europa[23] e la presunta stanchezza dei popoli può essere facilmente superata dal fanatismo con cui i due regimi mobilitano le masse. Unica soluzione è dunque una guerra preventiva che GL è pronta a guidare in Italia e nel continente, «una politica attivissima, combattiva, provocante contro i regimi fascisti»[24].

Fascismo fra rivoluzione e guerra

A partire dal ’34, Rosselli conduce un’analisi volta a smascherare gli elementi pseudorivoluzionari insiti nel fascismo italiano. È questa un’operazione cruciale per individuare finalmente l’essenza del fenomeno, e per riuscirvi Rosselli riflette parallelamente su politica interna ed estera del regime.
Il mito corporativo diventa un bersaglio costante della sua critica.[25] La Carta del lavoro, il Consiglio nazionale, la Camera delle corporazioni e il sindacalismo fascista formano una cortina demagogica che nasconde l’accentramento del potere in atto e l’abolizione dei diritti dei lavoratori: è la chiara immagine di «una pseudorivoluzione che undici anni dopo il suo prorompere cerca ancora disperatamente il suo ubi consistam, la sua ragione d’essere di fronte alla storia»[26].
Le promesse di un nuovo mondo, tuttavia, trovano fervidi seguaci nella gioventù fascista, che attende impaziente la rivoluzione, ora che il regime è diventato padrone indiscusso del paese e ha liquidato le opposizioni. L’incapacità viscerale del fascismo di dare voce alla sua corrente rivoluzionaria deriva dal patto con le forze conservatrici che ne hanno permesso l’ascesa al potere:

Gli industriali, spaventati da queste voci [sulla rivoluzione corporativa], erano andati da Mussolini. […] gli avevano detto che le riforme di cui si parlava avrebbero compromesso la già instabile situazione dell’industria esportatrice. E Mussolini cedette.[27]

In questo contesto critico, l’organizzazione della guerra in Etiopia (1935-36) è un espediente per mettere «a tacere la corrente giovane, […] scaraventandola in Africa»[28]. È questo il motivo profondo, anche se non certo l’unico, addotto da Rosselli per spiegare le origini del conflitto[29]. Nello scontro fra regime e movimento, dunque, la prima forza trionfa in nome di un patto per il potere. Un meccanismo, questo, che egli vede operare anche nel nazismo, sebbene in modo più cruento e immediato, come dimostra il massacro del gruppo a sinistra del partito durante la «Notte dei lunghi coltelli»[30].
Sconfessate le pretese rivoluzionarie, resta dunque l’essenza del fascismo: un moto incessante, un dinamismo distruttivo, eversivo, che estenderà la guerra all’intera Europa.

Tutto nel fascismo è guerra: l’origine, la mentalità, la filosofia, la politica, l’economia, la tattica, l’organizzazione, il vocabolario. Dal 1925 il fascismo non ha fatto che preparare la guerra, anche se non questa guerra [quella abissina]. Invece che di rivoluzione in permanenza si deve parlare di guerra in permanenza.[31]

La vacuità delle pretese democratiche di mantenimento della pace diventa evidente: il fascismo non può accettare tregua se non snaturandosi, perché è Stato totale che non riconosce l’esistenza di confini e il rispetto della comunità internazionale. La facilità con cui i regimi fascisti intervengono negli affari internazionali degli anni ’30 (Etiopia, Austria, Spagna), evidenzia chiaramente una crisi delle potenze democratiche europee, prime fra tutte Inghilterra e Francia: sono regimi incapaci di una politica decisa e di far rispettare gli accordi di disarmo raggiunti nelle sedi della diplomazia; esprimono la crisi di un mondo corrotto, mosso dal mero egoismo nazionale e guidato da classi dirigenti mediocri e transazioniste, come testimonia la rimozione delle sanzioni all’Italia impegnata in Etiopia da parte della Società delle Nazioni.[32]. Nelle amare parole di Rosselli sta tutta la consapevolezza del fallimento della democrazia, come ideale e come forma di governo: essa ha incubato il fascismo e ora ne concede l’espansione.

Alla radice di questa tragedia europea […] troviamo il collasso di un vecchio mondo, l’infrollimento delle classi dirigenti occidentali, il tramonto di ideali che, a forza di essere elusi o ipocritamente applicati o richiamati, sono diventati frusti e falsi. Il fascismo è il figlio della democrazia corrotta e infrollita. E da bravo figlio seppellisce il padre.[33]

Prodotto di una democrazia malata, il fascismo si fa strada in un vuoto di valori, cui oppone una visione alternativa del mondo che, pur non sapendo essere autenticamente rivoluzionaria, ne offre un feticcio, perché accompagnata da un’azione aggressiva e da un’ideologia, per quanto negativa, pur sempre viva a confronto con la sterile politica europea dello status quo.
Per combattere il bellicismo fascista anche su un piano di principi, le forze di sinistra necessitano di rimediare alla frammentazione che ne ha permesso la sconfitta in passato. Nel biennio 1936-37 Rosselli lavora dunque all’unificazione politica del proletariato italiano, da realizzare attraverso una formazione per la prima volta esplicitamente aperta anche ai comunisti. L’ultimo Rosselli conosce senz’altro una radicalizzazione a sinistra[34], come testimoniano l’enfasi sul proletariato, unica classe in grado di costruire un futuro postfascista e il tono apertamente rivoluzionario con cui egli descrive l’attuazione del programma di GL[35]. Un cambiamento comprensibile alla luce dei ripetuti successi fascisti, ma anche della partecipazione diretta di Rosselli alla guerra civile spagnola, che gli permette di riflettere sull’importanza dell’unità d’intenti della coalizione repubblicana[36].
Certo il richiamo alla coesione sotto forma di partito e il riferimento di classe tradiscono una rivisitazione delle posizioni precedenti, che Salvemini, ad esempio, non manca di sottolineare nella sua fitta corrispondenza con Rosselli[37]. Tuttavia, anche in questo contesto, la prospettiva di unità proletaria non concede nulla al passato ed è intesa in termini assolutamente originali rispetto alla rigidità del partito classico. La nuova formazione, infatti,

dovrà essere, più che un partito in senso stretto, una larga forza sociale, una sorta di anticipazione della società futura, di microcosmo sociale, con la sua organizzazione di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale.[38]

Una sorta di prefigurazione della Resistenza, più che del Fronte popolare.

Conclusioni

L’analisi del fascismo di Rosselli si caratterizza per la capacità di affrontare il fenomeno da un punto di vista multidimensionale. Ne deriva un’interpretazione complessa e di lungo periodo che, attraverso intuizioni originarie e aggiustamenti successivi, non concede mai nulla a una visione parentetica o accidentale del fenomeno, comune sia ai contemporanei sia a parte della storiografia successiva. È un’interpretazione che assume il fascismo come fatto centrale della contemporaneità, ne avverte i caratteri innovativi, ma anche i profondi legami con il vecchio mondo da cui esso è scaturito, comprendendo che la vulnerabilità degli assetti democratici tanto italiani quanto europei ha giocato un ruolo fondamentale nella sua formazione. Si tratta, infine, di una riflessione che procede costantemente su un duplice binario, sebbene con esiti non sempre coerenti: quello morale, che investe l’ambito valoriale della politica, e quello dell’azione, che mira all’intervento diretto nella realtà per modificarla radicalmente. Operazione, questa, che consente di superare il presente e di prospettare anche un nuovo mondo postfascista.


*Marcello Curci ha conseguito la laurea triennale in Studi europei e internazionali presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento nel 2013. Attualmente sta ultimando la sua specializzazione in Scienze del governo presso il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell’Università di Torino, approfondendo problemi legati all’amministrazione, alle politiche pubbliche e in generale all’intervento delle istituzioni nazionali e sovranazionali, con particolare attenzione all’operato dell’Unione europea. Il presente elaborato è stato realizzato nel contesto di un corso di “Storia dei partiti e dei movimenti politici” presso l’ateneo torinese.

[1] N. Tranfaglia, Carlo Rosselli e il sogno di una democrazia sociale moderna, Dalai, Milano 2010, p. 106.
[2] C. Rosselli, La crisi intellettuale del partito socialista, in Id., Socialismo liberale, a cura di J. Rosselli, prefazione di A. Garosci, Einaudi, Torino 1973, p. 91.
[3] Ibidem.
[4] Per le responsabilità delle due correnti nell’ascesa del fascismo cfr. C. Rosselli, Filippo Turati e il socialismo italiano, in Id., Scritti dell’esilio. I. «Giustizia e Libertà» e la Concentrazione antifascista (1929-1934), a cura di C. Casucci, Einaudi, Torino 1988, in part. pp. 125-133.
[5] Sul punto cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli cit. e Fra le righe. Carteggio fra Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini, a cura di E. Signori, Angeli, Milano 2010, in part. lettere n. 2 e n. 3, pp. 96-106.
[6] A. Garosci, Prefazione in C. Rosselli, Socialismo liberale cit., p. LXXVIII.
[7] C. Rosselli, Autocritica, in Id., Socialismo liberale cit., p. 131.
[8] Per quanto segue cfr. il capitolo intitolato La lotta per la libertà.
[9] C. Rosselli, Socialismo liberale, in Id., Socialismo liberale cit., p. 457.
[10] Ivi, pp. 461-62.
[11] Cfr. Liberalismo socialista, in Id., Socialismo liberale cit.
[12] C. Rosselli, Socialismo liberale, in Id., Socialismo liberale cit., p. 427.
[13] Ivi, p. 470.
[14] Ivi, pp. 467-68.
[15] C. Rosselli, Per l’unificazione politica del proletariato italiano. «Giustizia e Libertà», in Id., Scritti dell’esilio. II. Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), a cura di C. Casucci, Einaudi, Torino 1992, p. 530.
[16] Ivi, p. 531.
[17] Cfr. Schema di programma, in C. Rosselli, Scritti dell’esilio I cit., pp. 301-6.
[18] Cfr. Pro o contro il partito, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 215-225.
[19] Cfr. Contro lo Stato, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 42-45.
[20] Id., Pro o contro il partito, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 223.
[21] C. Casucci, Prefazione, in C. Rosselli, Scritti dell’esilio I cit., p. XIX.
[22] Id., Italia e Europa, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 209.
[23] Cfr. La guerra che torna, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 250-58.
[24] Id., La polemica sulla guerra e sull’iniziativa rivoluzionaria, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 262.
[25] Cfr. Corporazione e rivoluzione in Id., Scritti dell’esilio I cit., e La bandiera del nulla in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 274-284.
[26] Id., Corporazione e rivoluzione, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 282-83.
[27] Id., Mussolini e i giovani, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 203.
[28] Ivi, p. 204.
[29] Per un’analisi delle altre cause cfr. Perché siamo contro la guerra d’Africa, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 123-27.
[30] Di cui Rosselli tratta in Depravazione e sangue, in Id., Scritti dell’esilio II cit.
[31] Id., Fascismo in guerra, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 278.
[32] Cfr. Fronte popolare e Stato totalitario, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 380-84.
[33] Id., Come vince il fascismo, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 133.
[34] Sul punto cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli cit., in part. pp. 352-56.
[35] Cfr. Fra le righe cit., in part. lettera n. 81, pp. 254-59.
[36] Cfr. C. Rosselli, Oggi in Spagna, domani in Italia, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp.- 424-28.
[37] Cfr. Fra le righe cit., in part. lettere n. 50 e n. 89, pp. 207-10 e pp. 272-75.
[38] C. Rosselli, Per l’unificazione politica cit., in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 337.

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento