lunedì, 23 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sebastiano Aglianò
e la schiavitù morale
della Sicilia
Pubblicato il 18-03-2017


aglianòChi era Sebastiano Aglianò (1917-1982)? I dizionari e le enciclopedie lo ignorano. Nato a Siracusa,  Aglianò, dopo avere conseguito la maturità classica al liceo “Gargallo”, nel 1936 viene ammesso alla Facoltà di lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Qui ha come professore di Letteratura italiana Luigi Russo, il quale, in una lettera del 5 maggio 1942 a Benedetto Croce, vanta le “notevoli attitudini filologiche” del suo ex scolaro. Formatosi al liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini e attivo, come gli altri studenti normalisti Alessandro Natta, Antonio Russi e Mario Spinella, nei gruppi clandestini dell’antifascismo democratico che operano alla vigilia della seconda guerra mondiale, Aglianò dopo la laurea sarà insegnante nei licei toscani poi preside del liceo scientifico “Galilei” di Siena, nella cui università, presso la Facoltà di Magistero, insegnerà letteratura italiana fino al 1978. Studioso di Dante e Foscolo, Aglianò è conosciuto tra i lettori colti per il libro “Cos’è questa Sicilia: saggio di analisi psicologica collettiva”, pubblicato nel 1945 dal libraio-editore Rosario Mascali, proprietario della storica “Casa del libro” in via Maestranza nella città di Archimede. Accolto assai male nella Sicilia dell’immediato dopoguerra perché ”lavoro di autocritica” teso a sottolineare l’immobilità classica dell’Isola e il suo isolamento rispetto al resto della Penisola. il libro (riedito nel 1950 da Mondadori con il titolo “Questa Sicilia”; stampato nel 1982 dalle edizioni Corbo e Fiore di Venezia, con una introduzione di Leonardo Sciascia; infine sottratto all’oblìo grazie all’edizione Sellerio del 1996 che lo intitola “Che cos’è questa Sicilia?”) non passa inosservato nel continente, dove incontra l’apprezzamento del filosofo Guido De Ruggiero e del poeta Eugenio Montale che ne scrivono  su “La Nuova Europa” e sulla rivista fiorentina “Il mondo”. In “Che  cos’è questa Sicilia?”

Aglianò denuncia la resistenza al progresso dell’Isola, dove la mentalità arcaica e feudale, le camarille, la schiavitù morale e le sopraffazioni tardano a scomparire. Afferma che la Sicilia accoglie in sé e riassume “le caratteristiche che sono proprie di tutto il Paese, accentuandole e colorendole”. Affermazione che anticipa l’idea sciasciana della Sicilia come metafora della Nazione e suggerisce la risposta che Pietro Germi darà alla domanda di un giornalista, dopo la prima proiezione al pubblico del film “Sedotta e abbandonata”: –  “Perché da qualche tempo lei si occupa con particolare attenzione dei problemi sentimentali dei siciliani’?” – “Non credo che siano problemi sentimentali esclusivamente siciliani. Io credo che in Sicilia siano un pochino esasperati quelli che sono i caratteri degli italiani in generale. Io oserei dire che la Sicilia è Italia due volte, insomma, e tutti gli italiani sono siciliani”.

In “Che cos’è questa Sicilia?” Aglianò, in maniera  un po’ ingenua e neoilluministica, si prefiggeva di modernizzare le leggi e il costume arretrati dell’Isola, ma il suo libro, negli anni in cui le passioni separatiste erano vive  e  le parole “esame di coscienza” al solo sentirle pronunziare davano fastidio, venne letto come  un’operazione dal sapore razzista e dunque immorale e disgustosa. Non a caso  dopo l’apparizione dell’opera, dalle pagine di un giornale l’intellettuale siracusano si vide minacciato da un lettore con tono  mafioso: ”Signor Aglianò, se ne vada: ci tolga l’incomodo della sua indesiderabile presenza e faccia presto, perché non tutti i siciliani sanno sopportare a lungo, e non si può indeterminatamente ignorare un comportamento denigratorio come il suo”.

A differenza dei tempi in cui Aglianò scriveva il suo libro, oggi, come racconta il giornalista-scrittore Gaetano Savatteri nel recente “Non c’è più la Sicilia di una volta” (Laterza, 2017),  tanti indizi provenienti dal mondo dell’arte (il cinema, il teatro, la narrativa, la musica) e della produzione  ci fanno percepire che la Sicilia, sempre in bilico tra il vecchio e il nuovo, cerca a fatica di uscire dalla prigione degli stereotipi e dell’immobilismo, ma la strada da fare è ancora lunga.

Lorenzo Catania 

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