domenica, 24 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Corrado Oppedisano
Nuove politiche  su Cooperazione, immigrazioni e diritti
Pubblicato il 09-03-2017


Emergono nel dibattito pubblico convergenze e parziali divergenze sugli indirizzi che dovrebbero guidare la coerenza delle politiche sulle migrazioni.  Ne consegue la necessità di approfondire il dibattito per trovare delle soluzioni che corrispondano alle finalità della cooperazione allo sviluppo.  Tra le questioni di confronto da portare all’attenzione di una nuova coesione politica, le politiche di Cooperazione, migrazione e Sviluppo.

Su questo asse  emergono:  il contrasto tra approccio allo sviluppo e approccio securitario, di esternalizzazione del controllo delle frontiere e di contenimento dei flussi, come appare anche nella  recente “Partnership Africa” che lascia a paesi problematici la gestione del fenomeno.  L’esigenza di avere un quadro trasparente delle iniziative di cooperazione allo sviluppo e di gestione dei flussi migratori portate avanti dai diversi Ministeri. La condizionalità dell’aiuto ad impegni sul controllo delle migrazioni da parte dei paesi partner. L’opportunità di ampliare la protezione sussidiaria con la necessità di riformare la legge sull’immigrazione e renderla più coerente con la nuova disciplina sulla cooperazione internazionale allo sviluppo riavviata con la nuova legge 125 /2014.

Che sia quindi necessario un impegno attivo su diritti umani, cessazione dei conflitti armati, protezione internazionale e coerenza delle politiche di sviluppo sulle migrazioni è oggi un dato di fatto.

Aumentare gli sforzi nella prevenzione dei conflitti e nella concertazione di politiche finalizzate alla protezione internazionale e alla risoluzione delle cause dei conflitti in atto. In particolare sulla nuova “questione Africa” riaperta da un protocollo governativo  che ci ricorda l’impegno a governare l’immigrazione e non a impedirla anche temporaneamente.

Ricordiamo che dal continente Africano in particolare, ogni anno molti miliardi di dollari escono dal continente attraverso canali illegali, come quelli dell’evasione e forme di elusione fiscale -land grabbing, mispricing -anche da parte di imprese multinazionali, a cui si collegano le misure di accaparramento delle terre e di estrazioni di risorse naturali. E tutto ciò provoca migrazione. E’ necessaria più cooperazione ma non solo di investimenti e finanziamenti. Se i programmi internazionali non sono accompagnati da politiche coerenti a favore dello stato di diritto, della difesa e della promozione dei diritti umani, di empowerment delle comunità locali e della democrazia, politiche commerciali e regolamentazioni finanziarie trasparenti e giuste, la strada si fa breve. Il messaggio politico non può risolversi in più finanziamenti in cambio di un contenimento dei flussi migratori. Secondo noi non funziona sia politicamente che nelle operazioni di contenimento poiché non si interviene sulle cause strutturali. Potrebbero essere misure a corto raggio rimanendo sempre soggetti a forme ritorsive da parte delle oligarchie dei paesi terzi, calpestando nel contempo diritti delle persone e alzando i rischi per le loro vite.  Ciò che ci deve preoccupare in un secodo di difficoltà legate alle grandi migrazioni forzate sono i modelli prospettati dall’accordo EU-Turchia: rallentarle ai confini dell’Europa, delegando ad un governo “problematico” la gestione del fenomeno. Il presso è sempre un alto rischio di violazione del diritto dei richiedenti asilo ad una sicura protezione internazionale. Pensare di fermare le migrazioni internazionali è un’illusione. Meno illusorio è intervenire nel lungo periodo sulle cause e gestire le migrazioni attuali in un’ottica internazionale con strumenti condivisi di programmazione congiunta, generatori di impatto sociale assicurando il rispetto dei diritti umani. L’alternativa strutturale è il dialogo stretto con i governi impegnati in transizioni democratiche e nella costruzione dello stato di diritto.  Come sottolineato nel “Migration Compact”: occorre più partenariato. La cooperazione internazionale del resto non potrebbe essere impiegata su finalità di sicurezza che non le sono proprie, essa deve rispondere ordinatamente agli obiettivi di sviluppo definiti in sede europea, agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 (obiettivo 10.7 su una migrazione equa, sicura e responsabile) e all’obbligo di coerenza delle politiche per lo Sviluppo, sanciti nei trattati europei. Ciò che ancora ci deve preoccupare, è l’onda securitaria avviata con l’implementazione del Fondo per l’Africa (200 milioni di euro), istituito dal Governo Gentiloni ex ministro degli Esteri, inserito nella Legge di Bilancio per l’anno 2017. Comprendiamo le difficili giustificazioni asserite in tale provvedimento e  i tetativi di inserire un primo segno in Libia ma il dubbio che questo approccio possa avere successo resta alto, se non si integra con una serie di sostegni a “interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Lo dobbiamo dire perché conosciamo bene le condizioni inumane dei campi per migranti in Libia. Dobbiamo essere onesti: quei campi sono in netta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. Il nodo irrisolto è ancora politico. Ancora una volta gli stati membri dell’Europa rinunciano a politiche di governo del fenomeno migratorio, scegliendo illusoriamente di impedirle. A gennaio 2017 sono è sbarcate in Italia secondo i dati Unhcr, tra il 1 e il 31 gennaio 2017, 4.463 persone. Un dato leggermente inferiore a quello di gennaio 2016, quando arrivarono 5.273 persone. Il tema migrazioni resta in cima all’agenda politica e all’attenzione dell’opinione pubblica europea da anni. Moltissime sono le questioni poste, proposte, affrontate, risolte, fallite in questo tempo. La questione sistemica più evidente è che l’Europa non ha trovato una soluzione condivisa, a causa di posizioni inconciliabili tra i suoi stati membri, tra chi fa la prima accoglienza (Italia e Grecia), chi accoglie già numeri importanti di migranti e rifugiati (Austria, Svezia), chi aveva spalancato le porte ma poi ci ha rallentato (Germania), chi non ne vuole sentir parlare (Ungheria) e chi nell’Europa non ci sta più (Regno Unito). In mezzo a questo immobilismo o peggio contrarietà ad aprire attraverso una “integrazione ragionata “ oltre l’accordo con la Turchia, la principale strategia comune resta la relocation, cioè il ricollocamento dei profughi, distribuiti più equamente tra gli stati membri. L’accordo, stipulato a settembre 2015, prevedeva il ricollocamento di 106 mila persone da Grecia e Italia ad altri paesi Europei entro settembre 2017. In 15 mesi sono state rilocate 10 mila persone: il 10%.

Cambiare l’approccio Italiano, nel frattempo, sarà determinante. E per interrompere la catena degli illusionisti che comunicando coram populo di dover fermare “gli invasori” agitando lo spettro del refoulement, sono necessari urgenti misure legislative verso l’irregolarità, attraverso nuovi strumenti che permettano di regolarizzare chi nel nostro paese intraprende, o ha già iniziato, un percorso formativo o di lavoro, potendo partecipare ad un globale processo di riforma della legge sulla immigrazione.

Su 500 milioni di europei dell’Unione, il 6,9% è costituito da immigrati: l’Italia con una quota dell’8,2% in linea con Germania (9,3%), Regno Unito (8,4%) e Francia (6,6%). Il loro contributo alla crescita della ricchezza nazionale è alto (circa 8 punti di PIL, 100 miliardi l’anno).

Per mantenere inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, dal momento che gli italiani diminuiranno dal 2015 al 2025 di 1,8 milioni di unità, sarebbe necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone, con un flusso d’ingressi di 157 mila in media ogni anno. Questo sarebbe il fabbisogno indispensabile per garantire l’attuale capacità produttiva del Paese e per rendere sostenibile un sistema previdenziale equo sostenibile.

Ragioniamo anche rispetto le richieste di asilo respinte oltre il 60% nel 2016, con un rischio oggettivo di irregolarità per circa 100 mila persone. Di fatto l’Italia sta diventando, con la chiusura dei confini degli altri paesi europei, sempre meno paese di transito e sempre più residenza dei richiedenti asilo. Con un aumento del numero delle domande di protezione e un tasso di non riconoscimento che è giunto, nei primi sei mesi del 2016, al 60%. Il rischio che decine di migliaia di persone non lascino il nostro paese, ma vi rimangano pur impossibilitati a svolgere una regolare attività lavorativa, spinti verso lavoro nero e sfruttamento è altissimo, di conseguenza saranno a rischio altre violazione dei diritti umani.

A questo punto superare la legge Bossi-Fini è indefettibile. Un paese fisicamente a bagno nel mediterraneo non può non esprimere il segno più alto e preciso attraverso una politica riformista, in sintonia con le esigenze internazionali di pace sicurezza e distensione verso la pace.

L’iniziativa potrebbe partire attraverso la diversificazione degli ingressi per motivi di lavoro, con l’introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per ricerca di occupazione attraverso attività d’intermediazione pubbliche e private tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri e dalla riscoperta dello sponsor. Poi con nuove modalità di regolarizzazione su base individuale degli stranieri irregolari – anche nel caso di richiedenti asilo respinti – qualora sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa o di formazione studio o legami familiari, sul modello del enraizamiento spagnolo

Altra riflessione è l’adozione unica del modello Sprar; migliorando la qualità dei servizi attraverso meccanismi di monitoraggio efficaci; investendo sul lavoro, valorizzando le forze produttive del territorio e mettendo anche i centri per l’impiego nelle condizioni di erogare con efficacia servizi di formazione e avviamento lavorativo attraverso appositi sportelli per l’integrazione da finanziare, a livello nazionale e regionale, attraverso i fondi europei.

L’istituzione di canali legali d’ingresso in Europa sono da implementare con programmi di reinsediamento favorendo la creazione di corridoi umanitari  che garantiscano la mobilità interna all’Unione richiedendo protezione internazionale.  Auspicabile che lo stato membro competente va determinato tenendo conto innanzitutto delle esigenze familiari o umanitarie del richiedente asilo garantendo il rispetto del principio dell’unità familiare e delle clausole umanitarie previste dal regolamento di Dublino.

Si prevede di ampliare il sistema Sprar puntando su un’accoglienza diffusa capillarmente nel territorio con piccoli numeri, rafforzando il legame territorio/accoglienza/inclusione attraverso tre azioni essenziali: apprendimento della lingua, formazione professionale, accesso al lavoro. Occorre introdurre misure per aumentare l’efficacia dei Centri per l’impiego, da finanziare attraverso i fondi europei per l’immigrazione, rinforzando il numero degli addetti e la creazione nei Cpi di sportelli dedicati con operatori e mediatori culturali specializzati nei servizi rivolti a richiedenti asilo e rifugiati, sulla scia del modello tedesco.

Regolarizzazione su base individuale degli stranieri in situazione di soggiorno irregolare allorché sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa (trasformabile in attività  regolare o denunciabile in caso di sfruttamento lavorativo) o di comprovati legami familiari o l’assenza di legami concreti con il paese di origine, sul modello della Spagna e della Germania. Va prevista la possibilità di trasformare il permesso di soggiorno per richiesta asilo in permesso per lavoro anche nel caso del richiedente asilo diniegato in via definitiva che abbia svolto un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione e che sia in grado di dimostrare la disponibilità di un contratto di lavoro. Tale permesso di soggiorno dovrebbe essere rinnovabile anche nel caso in cui lo straniero, in mancanza di un contratto di lavoro, dimostri di essersi registrato come disoccupato, aver reso la dichiarazione di immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego, di aver sottoscritto il patto di servizio personalizzato e le conseguenti obbligazioni relative alle attività da svolgere e di non essersi sottratto, in assenza di giustificato motivo, alle convocazioni ovvero agli appuntamenti dei centri per l’impiego. Il riconoscimento delle qualifiche professionali deve avvenire non solo su base del titolo acquisito all’estero, ma anche attraverso procedure di accertamento standardizzate che permettano la verifica delle abilità individuali al fine del conseguimento della qualifica o del diploma professionale. Introduzione del permesso di soggiorno temporaneo (12 mesi) da rilasciare a lavoratori stranieri che sono stati selezionati da intermediari, sulla base delle richieste di figure professionali da parte di datori di lavoro italiani, per consentire loro di svolgere i colloqui. L’attività d’intermediazione tra la domanda di lavoro delle imprese italiane e l’offerta da parte di lavoratori stranieri non comunitari può essere esercitata da tutti i soggetti pubblici e privati già indicati nella legge Biagi e nel Jobs Act (centri per l’impiego, agenzie private per il lavoro, enti bilaterali, università, ecc.), ai quali sono aggiunti i fondi interprofessionali, le camere di commercio, le ONG e le Onlus, oltre alle rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero.

Reintroduzione della modalità sponsor, (Lex Turco Napolitano) anche da parte di singoli privati per l’inserimento nel mercato del lavoro del cittadino straniero con la garanzia di risorse finanziarie adeguate e disponibilità di un alloggio per il periodo di permanenza sul territorio nazionale, agevolando in primo luogo quanti abbiano già avuto precedenti esperienze lavorative in Italia o abbiano frequentato corsi di lingua italiana o di formazione professionale.

Ai lavoratori extracomunitari che decidono di rimpatriare definitivamente – a prescindere da accordi di reciprocità tra l’Italia e il paese di origine – va garantito il diritto a conservare tutti i diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati in modo che possa goderne, al verificarsi della maturazione dei requisiti previsti dalla normativa vigente, anche in deroga al requisito dell’anzianità contributiva minima di vent’anni. Inserire l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo.

Al fine di costruire canali legali e sicuri d’arrivo in Europa, si propone di implementare i programmi di reinsediamento. Una volta individuato il beneficiario, il trasferimento viene organizzato dal futuro paese d’accoglienza. Il reinsediamento è uno strumento già previsto all’Agenda europea sulle migrazioni, ma bisogna rafforzarlo, dal momento che i risultati attuali sono modestissimi.

Creazione di corridoi umanitari attraverso la concessione di un visto umanitario (art. 25 del regolamento europeo sui visti) prevista anche l’intermediazione di organizzazioni Legge 125 art. 26 ONG/ONLUS ed enti privati.

La possibilità di trasferimento e presa in carico per ricongiungimento familiare non è sfruttata quanto potrebbe esserlo. Andrebbe svolto un colloquio preliminare, contestuale all’identificazione dei cittadini provenienti da un paese terzo, svolto dai funzionari previsti dal “Regolamento Dublino” regolamento (UE) N. 604/2013 del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione), finalizzato unicamente a determinare lo Stato membro competente per l’esame della domanda tenendo conto innanzitutto delle esigenze familiari o umanitarie del richiedente asilo (come previsto dagli artt. 8, 9 e 10 e 17 di Dublino III). Una volta individuato lo Stato membro competente per la domanda di protezione, il richiedente asilo vi verrebbe trasferito in tempi rapidi.

Insistiamo sull’ampliamento dei canali regolari di immigrazione, l’avvio di sperimentazioni sulle migrazioni circolari, il riconoscimento dei titoli, la trasferibilità dei contributi sociali e pensionistici, l’adozione di un approccio familiare transnazionale per i minori non accompagnati e le madri sole con l’allineamento dei ritorni volontari assistiti e della reintegrazione con la cooperazione allo sviluppo, il consolidamento dei sistemi di protezione per i gruppi vulnerabili e la stesura di un testo unico per la protezione dei minori stranieri con l’allineamento e il coordinamento tra i diversi fondi per la protezione e la cooperazione lungo tutto il ciclo migratorio.

Corrado Oppedisano

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