lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Corrado Oppedisano
Politica, resposnabilità
e il coraggio che non c’è
Pubblicato il 28-03-2017


Mi rivolgo a chi pensa di fare politica, in un contesto globale devastato da guerre fame e indifferenza, senza soluzioni di governo, e per esprimere il dissenso verso l’immoralità politica di chi non si assume responsabilità, sta fermo e guarda. Dico questo perché ho incontrato una donna – Emma Bonino che, in mezzo a tanti partiti e movimenti o pseudo tali, da sola ha più coraggio e capacità delle Camere riunite in seduta comune.

Incontriamo Emma con i colleghi della Cooperazione allo sviluppo. Conosciamo bene e condividiamo il disegno riformista DÌ Bonino nei confronti della fallita Legge 30 luglio 2002, n.189 detta “la Bossi Fini”.

Con la rete nazionale di ONG e altre OSC (Forumsad conta oltre 120 organizzazioni internazionali) abbiamo aderito alla campagna di iniziativa popolare analizzata e lanciata da Emma Bonino. Con il cuore e le braccia. L’esigenza di una nuova normativa – non solo necessaria dal un punto di vista socio economico ma per l’alto valore culturale e per una nuova correttezza nell’agire nei diversi ambiti internazionali sulla mobilità di milioni di persone, è indefettibile. Raccontare la verità politica sul fenomeno globale dell’immigrazione è un dovere, disatteso dal sistema politico corrente, che di fatto non risponde alle esigenze globali di pace e coesione sociale. Per contro in assenza di autorevolezza e soluzioni lungimiranti il rischio di disgregazione e intolleranza aumenteranno pericolosamente. E ritorno al coraggio perché mentre ascolto Emma vedo “un buco nero” sempre più grande sui diritti civili, diritti umani, su una riforma democratica del sistema politico. Un buco nero che poggia il suo fallimento guardando alla sinistra, alla socialdemocrazia o come volete chiamarla. Ancor più grande rispetto le difficoltà/temporali del partito democratico in Italia, nel contesto Europeo, erede del PCI e poi dell’Ulivo. Oggi il PD è partito più consistente nella famiglia Socialista laburista Europea. Famiglia apparentemente in scacco, dall’arrivo di politiche propagandistiche e oltranziste in Italia e nell’Unione.

Assenze, vuoti, buchi neri che pesano il triplo quando si attraversano snodi epocali, momenti delicati nella vita sociale e politica dei paesi. Al crocevia Europa, dopo l’austerity e l’abbandono dello stato sociale e la Germanizzazione dei conti Europei, un mare di esseri umani fugge da guerre, carestie, povertà e clima avverso. Ciò che va prevenuto, prima di affrontare il corpo centrale della questione, sono le cause che ci portano “al crocevia dei disagi”. Una collisione annunciata tra generazioni, tra popoli appare imminente. Genitori che non riescono ad uscire dal mondo del lavoro verso una meritata pensione. Figli che non riescono ad eccedervi, si incontrano con i poveracci che sbarcano a tamburo battente da un mondo di inciviltà, di ogni genere. Sono diversi step di una questione complessa, mentre l’arretratezza di un paese inverosimilmente supera il progresso in un contesto globale dove nessuna politica intercede in modo diretto e coraggioso. Le avvisaglie si insinuano in una avvilente delega in bianco consegnata ai vari politici di turno che non risolvono, evitano deviano le questioni globali. Leadership forti solo nel nome, personalismi e governance che non rappresentano un pensiero sociale, una politica per la società, ma solo loro stessi. Racchiusi nelle mura del proprio paese. Altro segnale lo si percepisce quando si rende “normo-fisiologico” una tremenda riduzione dell’affluenza al voto. Persone, giovani che non escono più di casa per andare ad esprimere il proprio voto. Preferiscono affidarsi al social di turno o a qualche commento estroverso/virtuale con chissà chi? Poco importa chi ci sia dall’altro capo del social. Altro test lo verifichiamo sui temi sensibili dove i modelli politici transnazionali interlocutori certi ed affidabili, oggi in Italia sono a “rappresentanza zero”. Guardo ai socialisti, ai radicali ai liberali. Se pensate di lottare per legalizzare le droghe leggere, i matrimoni gay, le adozioni, il fine vita, l’immigrazione, integrazione, il dialogo interculturale, multiculturale, religioso i diritti collettivi e diritti umani, contrasto alla povertà, troverete solo loro ad ascoltarvi: una pattuglia di liberali indefessi che non mollano mai come i Radicali Italiani e un vecchio partito socialista con poca benzina nel serbatoio. Dall’altra parte muri alti, quanti ne volete, anche in qualche nicchia, nascosta delle nostre vecchie città, dove interi reparti ospedalieri in barba alla legge 194 vi faranno trovare solo “obiettori”, in ossequio ai diritti di tutti. Se Pietro Nenni ci ricordava “meglio sbagliare stando dalla parte dei lavoratori che aver ragione contro di essi” aggiungo che, mai come oggi il bisogno di guardare “verso i più deboli” stando al loro fianco con coraggio e sistema sia diventata questione di umanità globale. Il coraggio ci vuole perché trattasi di materie impopolari per lo standar della politica attuale. Sistema politico per l’assenza di norme progredite rispetto esigenza globali. L’urgenza sta nel dover conciliare questioni internazionali, con quelle regionali, evitando contrapposizioni tra diversi fenomeni contro, proteggendo la società umana da un imbarbarimento pericoloso, che la politica non respinge da anni, in assenza totale di strategie di governo o in presenza di provvedimenti inadeguati rispetto una netta affermazione delle disuguaglianze globali. Tra questioni economiche, lavoro, stato sociale, mobilità internazionale, diritti individuali e collettivi, nel contesto europeo dove i temi in agenda si accatastano giorno per giorno e si sovrappongono senza soluzione politica, restano e si affermano le propagande e le intolleranze del giorno. L’urgenza richiede capacità istituzionale per intrecciare interessi e valori comuni, per uscire dalle secche e in tempi brevi. Da qualche parte bisogna pur iniziare per arginarne lo stallo, anche se ciò trascinerebbe la politica nell’impopolarità. Il coraggio politico,che ti rende impopolare è necessario per non diventare come dice Emma Bonino “antipopolari nella sostanza”. Del resto poco mi aspetto di questo diffuso disprezzo per la politica. Finita la conta delle colpe tra l’uno e gli altri, la trottola di un gioco perverso -che mette uomini contro-, si fermerà per una dura resa dei conti, difficile da affrontare con questioni aperte e cocenti, in un clima sfibrato, avvilito e intollerante. Non è un caso che pochissimi predicano sulla questione migranti, proprio quando per la prima volta si ha coscienza che gli interessi dell’Unione, verosimilmente, coincidono con i valori dell’Unione. Guarda caso proprio dove la politica e chiamata a ritrovarsi, tra le radici fondanti della distensione democratica e della pace. E qui sarebbe interessante rilanciare “un’utile alternativa”, che liberi l’Unione da populismi sterili, da xenofobie da spacciatori di razzismo travestiti da populisti. Questione troppo urgente nell’asse globale delle democrazie avanzate. In più per non cedere alla paura della contingenza, dell’emergenza, è bene costruire una politica inclusiva tra sicurezza/integrazione ed economie, che parta da una analisi precisa, di conoscenza del fenomeno, proiettato negli anni avvenire.

Si deve sapere che ad oggi gli immigrati regolari nel nostro paese producono l’8% del PIL essendo l’8% della popolazione. Contribuenti che nel 2014 hanno versato con le loro rimesse a frutto di 640.000 pensioni; che hanno attivato oltre 500.000 imprese, diffondendo occupazione e lavoro (anche per gli italiani), riscoprendo angoli prodottivi dimenticati. (R.it) Un gran numero di immigrati che versa tasse nel nostro paese composto da 2,3 milioni di persone, pari al 7,5% del totale. Essi versano 7,2 miliardi di euro di Irpef, con un aumento del 6,4% in un anno. Dal 2010 al 2016 l’Irpef degli stranieri è aumentato del 13,4%, mentre il gettito degli italiani è diminuito dell’1,6%. In testa restano romeni, albanesi e marocchini, che rappresentano le nazionalità più numerose, ma sono i contribuenti filippini, moldavi e indiani a segnare il record di crescita nell’ultimo anno. In Italia, nell’ultimo anno, i contribuenti nati all’estero che hanno versato l’imposta netta sono 2,3 milioni, pari al 7,5% del totale. L’Irpef complessivamente versata raggiunge i 7,2 miliardi di euro, pari al 4,6% del totale, con un aumento del 6,4% rispetto all’anno precedente. Nell’ultimo anno si comincerebbe dunque ad avvertire la ripresa economica, sia per gli italiani (+2,6% nel gettito Irpef) ma soprattutto per gli stranieri (+6,4%). Complessivamente, dal 2010 al 2016 l’Irpef dei migranti è aumentata del 13,4%, mentre il gettito degli italiani è diminuito (-1,6%).  A livello nazionale, la regione con il maggior numero di contribuenti nati all’estero è la Lombardia (503mila), seguita da Veneto (262mila) ed Emilia Romagna (259mila). Includendo anche il Lazio, nelle prime 4 regioni si concentra oltre la metà dei 2,3 milioni di contribuenti stranieri presenti in Italia. Altro capitolo sui figli degli immigrati – (visto il declino demografico europeo) – Essi superano gli 800.000 giovani studenti figli di stranieri che compongono 35.000 classi con 78.000 mila insegnanti in servizio. leggo poi, su una ricerca di Radicali Italiani e altre che, per riallineare un equilibrio economico sociale tra anziani e forza lavoro, il nostro paese necessiterebbe di 160.000 nuovi ingressi l’anno per i prossimi dieci anni. Oltre un milione e mezzo di giovani che oggi mancherebbero all’appello. Altra riflessione va fatta sui clandestini prodotti dalla legge n.189 “Bossi Fini”, che ha generato circa 500.000 irregolari. Persone che hanno perso il diritto di stare nel nostro paese ai sensi della legge 189. Non essendo prevista la possibilità di un accesso legale per cercare lavoro, i più tentano quella dell’Asilo. Nel frattempo oltre metà delle richieste d’asilo vengono respinte e gli sbarchi non si attenuano affatto. (Ansa Roma) – A marzo 2017 l’Italia registra 15.844 migranti sbarcati, il 74% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Arrivano dalla Guinea, Nigeria, Costa d’Avorio. Numerosi anche i minori non accompagnati: 1.670 nei primi due mesi dell’anno. Gli stranieri presenti nel sistema nazionale d’accoglienza sono 174.606. I richiedenti asilo ricollocati in altri Paesi UE “relocation” sono 3.703. L’Impennata delle richieste di asilo in Italia nel primo mese del 2017 è del 41% rispetto al gennaio 2016. Il prefetto Angelo Trovato parla di numeri di un sistema “in sofferenza”. La costante pressione migratoria è confermata anche dai dati sugli sbarchi. A gennaio sono arrivate 4.504 persone via mare, di cui 395 minori non accompagnati. Ed in tanti fanno domanda di protezione in Italia. Numeri in crescita quindi. Dalle 26mila richieste del 2013 si è infatti passati alle 64mila del 2014, alle 83mila del 2015 fino alle 123mila del 2016. Ed il dato di gennaio 2017 indica un ulteriore aumento del 41%. Delle 123.600 domande di asilo del 2016 (+47% rispetto al 2015), 11.656 sono state presentate da minori. A maggioranza (105mila) sono uomini. La Nigeria è la nazione più rappresentata, con 27mila richieste. A gestire questo meccanismo sono 20 le commissioni territoriali per l’asilo, cui si aggiungono 28 sezioni, sei delle quali con presidente a tempo pieno che hanno concesso lo status di rifugiato il 5% delle domande esaminate; al 14% la protezione sussidiaria, al 21% quella umanitaria e nel 56% dei casi il diniego. I tempi medi di esame delle richieste nel periodo 2014-2016 sono stati di 257 giorni, con una tendenza all’accelerazione. Si è infatti passati dai 347 giorni del 2014 ai 261 del 2015 ai 163 del 2016. Le richieste ancora pendenti ammontano a 110mila. Sempre secondo il Prefetto l’Italia si attesta dopo la Germania quale secondo paese Europeo per numero di domande esaminate. Quanto ai ricorsi contro il diniego dello status, dal 2014 al 2016 ne sono stati sottoscritti 53mila, il 18% definiti (di cui 70% accolti) e l’82% pendenti.

I dati espressi, sommati agli effetti negativi della legge 189 (Bossi Fini) si sovrappongono alla paura di chi perde il lavoro e chi deve essere rimpatriato o per chi diventa vittima del lavora in nero. Ricordiamoci di chi stiamo parlando, visto che con un occhio guardiamo persone già transitate per la fiducia delle nostre case, mescolatisi tra gli affetti più cari dei nostri vecchi e dei bambini. Con l’altro, guardiamo fiduciosi un radioso destino per i nostri figli, un po’ incagliatosi tra recessione, crisi e riduzione del mercato del lavoro.

“Cogito ergo sum”, quel che vedo in crescita, sono giovani stranieri addetti alle diverse manovalanze, nelle cucine, nei laboratori artigianali, nelle serre, nei campi agricoli, nelle costruzioni. Non mi stupisce più una realtà come l’espansionismo commerciale e alimentare -di ceppo asiatico-, così evidente nelle nostre città. A tutto ciò associamo la realtà anagrafica in Europea, e comprenderemo meglio il fenomeno – in crescita- dell’assistenza domiciliare, verso gli Europei. Le tantissime badanti, quindi, le donne che lavorano sbarrate nelle nostre case per i nostri vecchi, 24 ore al giorno su sette giorni e poche ferie, a volte nulla, per interi anni (…). Donne che escono raramente, vanno a fare la spesa ma che di corsa rientrano per non lasciare da sole inostri vecchi. Nelle nostre case, lavorano 800.000 badanti, puliscono e assistono i nostri vecchi e i nostri figli. A loro abbiamo consegnato le chiavi di tutte le nostre case. Se questi sono esempi positivi sarà bene raccontarli e iniziare a farlo attraverso un nuovo strumento di legge, che valorizzi un rapporto di solidarietà tra persone. Un nuovo strumento legislativo in quest’ottica, per dimostrare che la società umana non è morta e che proprio dal suo rilancio potrà ripartire e migliore.

In ambito internazionale pochi di noi sono entusiasti degli ultimi decreti adottati dal nuovo esecutivo sulle immigrazioni.

Penso che essi affrontino “cautelativamente” una sola parte del problema. Se, nel breve, la politica non si confronta con la complessità culturale ed economica dell’integrazione, in presenza di forti tensioni internazionali e incessabili conflitti armati, l’ipotesi di frenare i flussi alla sorgente, chiudendo frontiere e alzando muri, potrebbe trasformarsi in una triste e amara illusione.

Stessa sorte per chi pensa di risarcire con denari qualche capo di stato nord africano sulla scia dell’accordo con la Turchia. Dipendere dagli umori di chi gioca con le parole e con i diritti umani non può essere la strategia Italiana né quella Europea, ma un pericoloso azzardo. In questo contesto, dove nulla è semplice, intraprendere un “percorso umano” una strada che porti a convergenze attive su un modello di “integrazione ragionata”, iniziando dal lavoro, dai canali regolari di accesso, grazie ai quali persone e bambini possano arrivare in Italia senza morire nel viaggio, senza essere stuprate, violentate derise uccise dall’indifferenza e dall’immobilismo. Tutto ciò è un dovere del nostro paese e dell’Unione.

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Sull’asse sicurezza e tensioni internazionali si chiarisca la differenza tra lotta al terrorismo, sicurezza delle città con l’apertura di canali regolari verso l’Italia e l’Europa per povere persone e famiglie indifese, alla mercè di aguzzini.

Sulla questione, l’Europa rafforzi pure le sue frontiere esterne, eviti nel contempo derive intergovernative vergognose fatte da reti, filo spinato transenne, botte sgambetti e manganellate in testa a povere persone indifese. Queste “democrazie” – interne all’Unione Europea umiliano i sui precetti e aprono squarci enormi nella “pancia” del continente.

Not my Europe è un manifesto che circola per i 60 anni dei trattati di Roma. Questa “non è la mia Europa”, perché non mi fa comprendere il senso democratico di una coesione disattenta, un espansionismo forsennato verso i paese del vecchio blocco sovietico, un forte deficit di democrazia e di diritti. Ciò che si percepisce è la forza contro la ragione: forti coi deboli e silenti coi forti. Se interi inter-governi UE se ne sbattono dei precetti di democrazia e dei diritti professati nelle carte dell’Unione, da un lato e dall’altro la crisi monetaria il potere d’acquisto, la recessione, le opportunità di lavoro e di mobilità, il timore che nulla sarà più credibile diventerà sempre più forte. Ricordo sempre a me stesso la differenza tra il senso politico dell’Unione Europea e la delirante deriva intergovernativa in atto da non confondere con lo spirito democratico dell’Unione Europea che è ben altra cosa.

In Italia la politica riparta, e lo faccia presto, perché a narcosi prolungata la ragione si scollega dalla polis. Riparta con un’assunzione di responsabilità -ad ampio raggio- in una ritrovata partecipazione tra cittadini organizzazioni del terzo settore, comuni enti locali e riacquisti posizionamento politico, con capacità e iniziativa istituzionale, ricostruendo un percorso rigenerativo del dovere civico e nella coesione politica.

In Italia una cosa può essere fatta subito: riscrivere una nuova legge che metta fine alla Bossi-Fini e all’inutile reato di clandestinità che giudica le persone per ciò che sono. Per ridurre l’irregolarità, la clandestinità, il lavoro nero, i minori non accompagnati e ogni tipo di abuso, senza paure e senza pregiudizi.

Il continente Europeo è vecchio e pur essendo il più ricco, in termini di PIL, di welfare, di educazione, di speranza di vita, è oggi in forte declino demografico.

Riprendere il cammino della politica significa comprendere l’opportunità di guardare avanti, alle esigenze delle coste africane dove la vita esplode con tassi demografici da capogiro, ma dove una terribile povertà non permetterà – nel breve – nessuna possibilità di avanzamento economico che potrà mai assorbire questo oceano umano in mobilità.

Chi condivide “l’idea pianeta”, in un’ottica di governo e di prevenzione dei conflitti, un ragionamento su questi temi, deve iniziare a farlo. Non può non vedere che l’Europa si sta allontanata dal suo storico modello welfare e naviga in una difficile rotta con mare avverso. Sarà difficile “vendere” il progetto Euro come panacea tra benessere ed espansione dei diritti, al resto del mondo. Tra referendum per uscire e malumori interni di ogni sorta, ingabbiati nelle nostalgie della storia.

Volendo riaffermare in modo coeso le alternative dell’Unione “tra i due mondi” per un futuro di pace e prosperità guardo all’iniziativa di Emma Bonino e dico Forza Europa, pensando “all’arte dei piccoli passi”. E’ l‘esempio che stavamo cercando. Che non vuole rispolverare una vecchia lista elettorale laica, come “la Rosa nel pugno” ma un sistema di idee laiche, analisi politiche, di coesione per la società, che si “trascina” si, anche una storia di diritti che continua, e che si rifà strada, ma che trabocca di coraggio politico, “quello che non c’è oggi nei 28 stati d’Europa”. E’ davvero un’ottima idea per ripartire.

Corrado Oppedisano

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Commenti all'articolo
  1. L’analisi e le argomentazioni esposte dall’Autore sono di sicuro legittime e vanno altresì rispettate, anche se non si avesse a condividerle, e naturalmente – se accettiamo come sarebbe logico e giusto, il principio della libera circolazione delle idee – dovrebbe valere nel contempo pure il contrario, ossia nei confronti di chi esprime punti di vista diversi, e non condivide ad esempio “l’idea pianeta”.

    Per questo motivo non riesco a spiegarmi parole come “delirante deriva intergovernativa in atto”, che troviamo verso il finire del testo, le quali, se non le ho fraintese, sembrano dirci che sarebbe irragionevole e vaneggiante, o quantomeno insensata, qualunque altra visione e impostazione del problema che si allontanasse o diversificasse dalle linee qui tracciate.

    La materia è sicuramente delicata e complessa, e sta da tempo cercando una soluzione, realisticamente non facile da trovare perché sono molteplici gli aspetti ed elementi da avere presenti, e purtuttavia a me sembra che non possa esservi in proposito una sola “verità”, come succede per solito quando si ha a che fare con i “politicamente corretti”, che non vogliono sentir ragioni all’infuori delle loro (ma i socialisti, per quanto ne so, non dovrebbero rientrare in questa categoria).

    Paolo B. 02.04.2017

  2. Mi sembra molto chiaro a chi si rifesce la “deriva “, verso provvedimenti che di unione han ben poco come l’approccio dei paesei balcanici UE sui rifugiati..
    …Ricordo sempre a me stesso la differenza tra il senso politico dell’Unione Europea e la delirante deriva intergovernativa in atto da non confondere con lo spirito democratico dell’Unione Europea che è ben altra cosa.

  3. Allora, se non ho mal interpretato la precisazione, va presumibilmente intesa come “deriva” anche l’opinione di chi, deluso e scoraggiato da questa concezione o modello di Europa, ritiene che gli Stati del Vecchio Continente, non solo quelli balcanici, debbano riprendersi una quota di sovranità, ovvero spazi di autonomia decisionale.

    Quanti la pensano così vengono per solito definiti – sovente con poca simpatia e benevolenza – nazionalisti o “sovranisti”, ma se il loro numero, a torto o ragione, sta via via lievitando, come taluni indicatori sembrano dirci, bisognerà pur chiedersi il perché di questo fenomeno, e comprenderne meglio la ragioni, anziché liquidarlo, troppo semplicisticamente, come qualcosa di assolutamente negativo.

    Paolo B. 09.04.2017

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