venerdì, 28 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Con Simone Cristicchi ritorna Lazzaretti,
il “Cristo dell’Amiata”
Pubblicato il 01-03-2017


lazzarettiUn po’ Francesco d’Assisi, coerente quanto convincente, nei suoi appelli a un cristianesimo inteso soprattutto come pratica della povertà evangelica e leva di contestazione delle ingiustizie sociali; un po’ Mazzini (“La Repubblica è il Regno di Dio”, recitava uno dei suoi più celebri slogan, inciso poi, sugli stendardi dei suoi seguaci, la mattina di quel tragico 18 agosto 1978). E un po’ Garibaldi (del quale quasi eguagliò’ la popolarità riscossa all’estero, nei  trionfali “tour” del 1874-’77 in Francia, insieme al  suo mentore Leon du Vachat, paladino di una impossibile restaurazione monarchica in Francia…). Parliamo di David Lazzaretti (1834-1878), il “Messia dell’Amiata”: l’uomo che, nell'”Italia scombinata” post-unitaria, dette vita all’ultima eresia popolare italiana. Impersonando un moto di protesta religiosa e sociale che non gli perdonarono né la Chiesa cattolica, inizialmente portata ad appoggiarlo in chiave antisabauda, anti-Stato liberale (e massonico), né i governi della Sinistra liberale (andata al potere, con Agostino Depretis, nel 1876): spaventati dal possibile collegamento tra lazzarettisti, Internazionale socialista e primi socialisti italiani.

Al Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni popolari di Roma EUR, la figura di Lazzaretti rivive, sino al 21 maggio, con una suggestiva mostra, curata dal direttore, Leandro Ventura, e dall’antropologa Marisa Iori, con la collaborazione scientifica di Francesco Pitocco, Coordinatore del Dottorato di ricerca in Storia e politica nell’Europa moderna e contemporanea alla “Sapienza; e organizzata insieme al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al Comune di Arcidosso ( “patria”, a suo tempo, del “Messia amiatino”). La mostra espone, in tutto, una cinquantina di reperti: provenienti, in parte, dallo stesso Museo (inventariati, come “cimeli lazzarettisti”, nelle collezioni del vecchio “Museo delle Civiltà”, precursore del MNATP, dopo esser stati presenti alla grande esposizione di Roma del 1911, per i cinquant’anni dall’ Unità), e dal “Centro studi David Lazzaretti” di Arcidosso, dal vicino Archivio Giurisdavidico di Zancona e dall’ Archivio di Stato di Grosseto. Si tratta di documenti originali dei lazzarettisti, saggi critici sul movimento (alcuni pubblicati quando ancora il profeta era vivo), rarissime fotografie; e molti abiti originali dei “davidiani”, dalle uniformi dai colori sgargianti e fantasiosi alle coroncine di fiori indossate dalle fanciulle vestite di bianco. Sino al mantello originale, rosso e blu, indossato da Lazzaretti proprio il 18 agosto 1878, e al cappello con piume di struzzo (con ben visibili i fori dei colpi mortali sparati, in una scena davvero da film, all’ ingresso in Arcidosso, dal carabiniere Antonio Pellegrini).

L’esposizione, va detto, è nata da un’idea del cantautore, e autore teatrale, Simone Cristicchi, appassionato del tema: che tempo fa, appunto al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, aveva proposto una mostra su Lazzaretti dopo aver visionato la vecchia cassa dei cimeli davidiani esposti a Roma nel 1911. Sempre su Lazzaretti, Cristicchi ha scritto nel 2015, col regista e autore teatrale Manfredi Rutelli, la pièce “Il secondo figlio di Dio”: che, interpretata dallo stesso Cristicchi, nei panni appunto del “Cristo dell’ Amiata”, è andata in scena ultimamente, con grande successo, al teatro “Vittoria” di Testaccio (lo spettacolo sarà riproposto proprio al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, in chiusura della mostra, il 20 maggio).

Il socialismo cristiano di Lazzaretti, tradottosi nella creazione d’una lega assistenziale e della celebre “Società delle Famiglie Cristiane” (dove ognuno metteva in proprietà collettiva i propri attrezzi di lavoro, e i frutti del proprio lavoro), e nell’impegno per avviare scuiole pubbliche in un Amiatino dove regnavano miseria e ignoranza (un po’ come avrebbero fatto decenni dopo, soprattutto nelle aree depresse del Lazio, Sibilla Aleramo e Giovanni Cena), influì fortemente sulle successive generazioni di socialisti. Camillo Prampolini (1859-1930), il giornalista e deputato reggiano fondatore dello storico periodico “La Giustizia”, nel commovente scritto del 1897 “La predica di Natale” riecheggia chiaramente i discorsi di Lazzaretti. Alle idee di David s’interessarono fortemente Don Giovanni Bosco (che lo conobbe di persona), Maupassant, Tolstoj (che a Jassnaja Poljana, con molti più mezzi del profeta amiatino, tentò, in sostanza, esperimenti analoghi, nel diverso contesto della Russia zarista), Pascoli, Gramsci (che, nei “quaderni dal carcere”, definisce la morte di Lazzaretti un vero e proprio omicidio, da tempo premeditato), Eric Hobsbawm ( nel celebre saggio “I ribelli”), Ernesto Balducci ( che, ricordiamo, nel cimitero di S.Fiora, riposa proprio davanti a David e ai suoi parenti). Cesare Lombroso, il “positivista arrabbiato” che pure era socialista, e che studiò a lungo i resti mortali del profeta (il quale, comunque, nel 1874 era stato giudicato, dai periti medici del tribunale di Rieti, perfettamente sano di mente), lo definì “un mattoide”: tenendo presenti, evidentemente, anche la sua incredibile ascendenza sulle folle, e i momenti in cui egli si proclamò, pubblicamente, addirittura figlio di Dio, fratello di Cristo. Salvo aggiungere, subito dopo, che allora, però, erano stati mattoidi anche Francesco d’Assisi, Cola di Rienzo, Savonarola, Lutero…

Fabrizio Federici    

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