domenica, 30 aprile 2017
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Opinioni e commenti
 

Il luogo delle storie, per un Partito impegnato social… mente
Pubblicato il 18-03-2017


IL LUOGO DELLE STORIE

Psi-SienaPer una nuova Europa
A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma, il progetto dell´Unione europea sembra aver perso la missione originaria. La paura è il sentimento che va diffondendosi nel progetto di integrazione europea e gli esiti delle conseguenti politiche a-solidali che ne scaturiscono, sono sotto gli occhi di tutti.
Il rischio è che si saldino dinamiche di ritorno a protezionismi nazionalistici, con dinamiche di localismi miopi, allontanando l’Europa non solo dal nobile processo della sua integrazione e del suo allargamento, ma soprattutto dalla necessità di costruire un sistema economico sociale giusto, inclusivo e competitivo, che sappia rispondere alle sfide della globalizzazione, dell’immigrazione, dell’occupazione giovanile e dell’invecchiamento demografico.
Coinvolgere i cittadini europei nei processi decisionali e nel controllo democratico dell’Unione richiede oggi di rivedere il modo con cui abbiamo fino ad ora concepito la politica. Servono partiti di dimensione e di visione europea, alleati con le grandi famiglie politiche, e serve una spinta dal basso che sappia stravolgere gli attuali equilibri.
E’ dunque giunto il momento di ripensare il ruolo dell’Europa, e di quella corsa a doppia velocità che sta acuendo le disparità tra gli stati del Nord e quelli del Sud.
In questo contesto è sterile e ormai anacronistico sostenere il valore di questa Europa, inneggiando al feticcio del Manifesto di Ventotene. Quello che sortì dall’isola di confino fu una proposta rivoluzionaria, incentrata su una base e su una spinta democratica, che non mancò di essere ostacolata sin da subito, da coloro che auspicavano quello sviluppo istituzionale tecnocratico, niente affatto democratico. La perdita della sovranità economica e monetaria nazionale non è stata compensata dal necessario affrancamento dal concetto di stato-nazionale che, al contrario, ha ripreso nuovo fuoco alimentato dal vento delle destre populiste.
Il fallimento del mai realmente supportato, progetto europeo, va accompagnandosi col fallimento di un’altra idea chiave di fine ‘900: la globalizzazione. D’altronde, il processo di globalizzazione ha cambiato la scacchiera internazionale. La promessa del mondo globale, del libero scambio, di maggiore ricchezza e opportunità per tutti ha mostrato i suoi limiti. Basti pensare all’abbattimento delle frontiere nel commercio, che è senza dubbio un bene, ma non quando a pagarne le conseguenze sono le piccole e medie imprese per favorire invece le più grandi multinazionali. La risposta è la prova di un nuovo paradigma tra globalizzazione, diritti e libertà. Contrariamente rischiamo di trovarci alla mercé di un sistema-mondo dove le disuguaglianze continueranno a crescere.
Il mito della globalizzazione va via via ripiegando su sé stesso, dando vita a protezionismi economici selettivi molto più strutturati rispetto al passato e oggi non più tacitati, bensì utilizzati dai leader politici per infiammare le folle ai vari gridi di “Prima l’Inghilterra!”, “Torneremo la Grande America”. Il ritorno di attori di primo piano, come la Cina, al mercato interno e la progressiva perdita di centralità geo-strategica degli Usa, sta provocando un cambiamento di rotta difficilmente gestibile dal momento in cui abbiamo permesso all’economia di dominare e governare gli spazi della politica e non il contrario. Il liberismo incontrollato, il dogma del mercato a tutti costi e una finanza indipendente rispetto all’arte del governo ha creato, nonostante le promesse, nuove forme di povertà, nuovi modelli di ingiustizia, asimmetrie, esclusioni, alla faccia della comunità globale, del villaggio globale, dei cittadini globali e della governance globale. Questo sotto gli occhi inermi e compiaciuti delle sinistre degli anni novanta.
Lo smantellamento scellerato di alcuni paesi del Medio Oriente, in seguito agli accadimenti dell’‪11 settembre, non è stato seguito da un concreto sostegno alla transizione democratica, sancendo la nascita di quei movimenti nazionalistico-terroristici di matrice arabo-islamica che hanno fatto sì che la necessità di welfare venisse sacrificata sull’altare del bisogno di sicurezza. Se un certo pensiero liberale ha contribuito ad alimentare l’idea dello “stato nemico dell’economia”, determinando il suo progressivo allontanamento rispetto agli affari economici, la totale mancanza di visione e le spinte individualistiche stanno aprendo la strada ad una nuova spartizione di risorse e territori che comporterà nuove crisi e nuove frammentazioni; la crisi nord africana è stata in questo senso determinante, lasciando intravedere alle potenze europee, Italia esclusa, la possibilità di riaffermare la propria supremazia.
La critica fallimentare del sistema Europa non può che partire da una autocritica: il PSE, nei suoi tentativi di rimanere al passo con i tempi mutando il nome pur di accogliere i Democratici del PD, è arenato, quasi paralizzato dalle ondate anti-europeiste e populiste. Le posizioni antieuropee avanzano in ordine sparso e con spinte contraddittorie: per alcuni si tratta di prendere atto del fallimento del progetto europeo, per altri di reclamare un’altra Europa dai contorni imprecisati. Di mezzo, un assetto istituzionale pieno di falle che continua a produrre indecisioni, ritardi, compromessi al ribasso. L’Europa deve cambiare. Qualcuno ha pensato che esistesse un soffitto di cristallo, oltre il quale i partiti populisti non potessero andare. Ma ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti e in giro per l’Europa dimostra che i soffitti di cristallo, che impedivano ai demagoghi più sfacciati di arrivare al potere, sono stati infranti dappertutto
In pratica, per i seguaci dei populisti non conta la veridicità dei singoli fatti, perché ad essere vero è il messaggio d’insieme, che corrisponde alla loro esperienza e alle loro sensazioni. E di fronte a questo, servirà a poco accumulare i dati e le correzioni, se la visione complessiva dei governanti e dei partiti tradizionali continuerà ad essere percepita come poco pertinente rispetto alla realtà. Tra l’innovazione e il progresso esiste una differenza fondamentale che abbiamo perso di vista un po’ troppo spesso, presi com’eravamo dall’ossessione di rimanere indietro, dalla paura di essere tagliati fuori. E’ la qualità, la differenza tra l’innovazione e il progresso. La qualità della vita, la qualità delle relazioni umane, del lavoro. La questione dei diritti.
Credevamo all’integrazione europea, l’apertura delle frontiere, la fine del protezionismo e del nazionalismo. Credevamo che fossero processi irreversibili, ma Trump, Farage, Le Pen e Grillo stanno dimostrando che non è così. Dietro la loro ascesa c’è una verità fondamentale: negli ultimi anni le nostre società sono cambiate in modo strutturale, senza che nessuno abbia davvero chiesto alle persone cosa ne pensassero. Buona parte della rabbia nasce da qui.

Per una nuova Italia
I giovani in Italia vivono la dimensione della solitudine in una società frammentata e in un mercato del lavoro senza tutele, in cui diventa difficile far valere diritti, organizzarsi nella lotta, persino chiedersi se chi lavora con te vive il tuo stesso disagio e desiderio di ribellione. Ricattabilità. In questa parola riassumiamo quella precarietà che, in maniera subdola, hanno venduto e propinato come flessibilità. Ricattabilità a cui sono continuamente esposti dalla criminalità organizzata, dal lavoro nero, da forme di lavoro che lambiscono lo schiavismo e alle quali sono costretti a piegarsi in mancanza di opportunità e di uno Stato che non li tutela più.

Il modello di welfare va quindi rinnovato, ampliato, ridiscusso perchè esclude il 50 per cento delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Perché non contempla le partite iva e i precari, perché mette persino in discussione quelle conquiste di civiltà che credevamo al riparo per sempre. Un recente studio della Banca d’Italia ha detto una volta di più quello che sapevamo già: i giovani italiani non sono affatto schizzinosi nella ricerca del lavoro. Soprattutto i laureati in discipline umanistiche che per il 70 per cento svolgono lavori discontinui rispetto al proprio percorso di studi.

Un piano per il lavoro che incentivi le assunzioni di giovani e donne e la creazione di lavoro buono, deve essere affiancato dall’abolizione di quelle norme che hanno istituito la precarietà all’ingresso del mondo del lavoro – con contratti a termine o interinali – e durante il contratto stesso, perché impera una scarsa tutela contro i licenziamenti ed è ormai stabilita per legge la deroga ai contratti nazionali. Scegliere di competere riducendo solo il costo del lavoro, ha ridotto la produttività e mortificato l’innovazione delle imprese, oltre che cancellare tanti diritti conquistati nei decenni passati. Chi fa un lavoro stabile deve avere un contratto stabile, è opportuno e necessario attuare il concetto di stabilità reale dell’Art. 36 della Costituzione.

Parlare del lavoro è parlare delle persone, del loro essere. Da qui dobbiamo partire se vogliamo affrontare il tema delle nuove e grandi diseguaglianze che sono l’altra faccia della crisi. Da qui si deve partire per ricostruire l’unità di un mondo del lavoro diviso e frantumato, l’unità come antidoto alla molteplicità degli egoismi sociali che caratterizzano quest’epoca liberista, frammentata, priva di futuro. Se il lavoro è la condizione per uscire dalla crisi, è su di esso che bisogna costruire un progetto, un’idea di Paese. Negli anni precedenti è mancata un’idea, un progetto, un senso collettivo. La rappresentazione plastica di questa assenza è in Italia, ma in forme diverse si riscontra anche in altri Paesi europei, la proliferazione dei tanti partiti personali, dell’antipolitica, dell’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni. Uno spaesamento che, unito ad una crisi che morde sempre più in profondità, induce alla tecnocrazia, alla rassegnazione, all’impossibilità di immaginare un futuro migliore e di costruirlo nel presente. Questa non può essere la stagione dell’ognun per sé, della continua destrutturazione della rappresentanza sociale, né di quella politica che, autonoma ma non autosufficiente, è fondamento della democrazia e della partecipazione.

La crisi italiana è parte di quella mondiale. È declino e, per alcuni aspetti, è già deindustrializzazione. È degrado dell’etica pubblica e della legalità, è riduzione del pubblico, è welfare negato. Bisogna essere netti: non si uscirà dalla crisi, non si risolveranno i problemi di un’industria in declino, non si ricostruirà il welfare, non si contrasterà il degrado morale se non ci saranno governi e istituzioni che sappiano e vogliano scegliere, che sappiano proporre una via di uscita dalla crisi e vogliano adottare le misure necessarie per farlo.

La prima straordinaria riforma di cui ha bisogno il nostro Paese è quella dell’istruzione. In questi anni abbiamo avuto tagli e i risultati sono dinnanzi a tutti: aumento della dispersione scolastica, riduzione delle iscrizioni all’università, cervelli in fuga, blocco della mobilità sociale, regressione culturale sulla scuola dell’infanzia. Fino a generare in tanti giovani l’idea che studiare è inutile, lasciando che entrino così in un circuito di marginalità. Un vero record nel secolo della conoscenza. Sviluppo della scuola dell’infanzia, obbligo a 18 anni e diritto allo studio sono l’asse portante di una riforma che ha per fondamento l’istruzione come risorsa collettiva e dei singoli e l’educazione permanente come necessità individuale e sociale.

Il welfare è il secondo grande capitolo da affrontare. Il welfare in questi anni è stato solo tagliato, non riformato. Lo si è fatto nella logica dei tagli e della riduzione del perimetro pubblico, quella che ha determinato una regressione della Pubblica Amministrazione, della sua qualità ed efficienza. Nell’adagio ripetuto e sbagliato dell’eccesso di spesa pubblica, non si è mai detto che si spende molto, ma si spende poco per il lavoro e per le politiche sociali dei servizi. Meno che negli altri paesi Europei. Bisogna invertire queste scelte qualificando la spesa, rendendola più efficace ed efficiente, considerando il welfare non più solo voce di costo ma risorsa e investimento. La nostra proposta di riforma del Welfare include la definizione nel sistema pensionistico contributivo di elementi di garanzia, in modo da risarcire i lavoratori particolarmente colpiti dalla precarietà lavorativa e salariale, in particolare i giovani. Inoltre, occorre rendere omogeneo il sistema degli ammortizzatori sociali, e introdurre misure di protezione a carattere universale, come un’indennità di disoccupazione di natura assicurativa a carico delle imprese, e l’estensione delle tutele fondamentali (malattia, infortunio, ferie, congedi parentali e sostegno ai carichi familiari) a tutte le tipologie di lavoro, dipendente e autonomo.

E’ tempo che la politica faccia il suo dovere. Il sentiero dell’europeismo progressista rappresenta una linea politica alternativa di valorizzazione della persona che lavora, in contrasto al liberismo mercantilista, che condannerebbe inevitabilmente l’Italia e l’eurozona all’involuzione economica e, peggio ancora, democratica. L’Italia ha le energie per uscire dalla crisi, bisogna invertire il processo e perseguire il cambiamento progressivo. Serve un atto di responsabilità. E’ necessario un governo del cambiamento, progressista e che avvii una stagione di riforme strutturali, sugli assetti istituzionali, sul funzionamento dei partiti e sulla giustizia, sulla corruzione, sull’energia, sul fisco e il credito all’impresa.

Per una nuova idea di partito
Sorvolando pure la vicenda di questi mesi, tutta interna, occorre tracciare una linea retta, netta, per il nostro futuro, subito.
In questi anni, scanditi da un bipolarismo muscolare, l’ossessione del governare a tutti i costi ha lacerato il tessuto politico della sinistra. Abbiamo lasciato alle spalle le nostre difficoltà, dimenticando due questioni dirimenti: il rapporto con l’Europa e con un capitalismo sempre più aggressivo. Kevin Hickson già anni fa scriveva della necessità di un socialismo attuale declinato al contesto moderno. Una definizione politica precisa, volta a scuotere a quei tempi la leadership laburista ma anche a riaffermare il valore di una tradizione culturale e politica che molti dirigenti della sinistra occidentale hanno da tempo archiviato, alla ricerca di nuove, quanto indefinite, formule per modificare il progressismo riformista e ”adattarlo” alle mutate condizioni della modernità.
Abbiamo infatti bisogno di recuperare il nostro contatto con i nostri valori e le nostre idee fondanti per proporre un’alternativa concreta.  Sanders e Corbyn hanno recuperato un tessuto politico, quello socialista, proponendo una prospettiva di rottura con il passato. Lotta alla austerità e alle rendite finanziarie, redistribuzione dell’orario di lavoro, maggiore attenzione ai temi ecologici perché, e questo dovremmo averlo imparato, in un momento di crisi economica radicale, serve una risposta allo stesso modo radicale.
Abbiamo allora bisogno di un partito che sappia recuperare un contatto con gli ultimi, i delusi, gli emarginati, con il mondo del lavoro, della cultura, un partito non generalista che riesca a ripartire da una analisi attenta della propria storia, riconnettendosi al presente. Ridefinire il concetto di un moderno socialismo. Il lavoro è la pietra miliare di uno Stato, un valore essenziale di coesione e di solidarietà, è la chiave per eradicare le povertà, stabilizzare l’economia e consentire di vivere in soprattutto nella dignità.
Negli ultimi anni un inarrestabile processo di globalizzazione senza regole e una crisi economica epocale hanno contribuito alla diffusione di una nuova consuetudine, quella alla disoccupazione, al precariato, differentemente da ciò che accadeva nel secolo scorso quando era costante il miglioramento del proprio status quo familiare. E al dramma della disoccupazione si è aggiunta l’incapacità ad affermare un nuovo modello sociale, a costruire un nuovo sistema di welfare. Non è un caso se nell’Europa del Nord la crisi economica di questi anni ha avuto effetti e incidenze diverse rispetto ai Paesi del Mediterraneo, dove l’assenza di un forte stato sociale ha amplificato le criticità recessive.
Forse se avessimo avuto anche noi una maggiore stabilità sociale, se avessimo centrato l’attenzione sulla creazione di un’occupazione produttiva e dignitosa, attuato la ormai nota protezione sociale per tutti, realizzato un potenziale e produttivo dialogo sociale, la crisi del 2008 non avrebbe contribuito ad accentuare le difficoltà con le quali da troppo tempo siamo costretti a convivere. Per questo occorre creare lavoro e sviluppo di qualità, opportunità per il Mezzogiorno, un fisco equo e redistributivo, una diminuzione del costo del lavoro, un welfare in grado di rispondere ai nuovi bisogni del paese. Perché senza una scelta che privilegi il sostegno alla crescita e abbandoni le politiche liberiste di rigore esclusivo, scalate della burocrazia europea, il Paese non potrà fare progressi.
In questo contesto, il Partito Socialista Italiano esprime la più antica tradizione politica italiana. Una tradizione così gloriosa da dover poggiare su nuovi strumenti organizzativi capaci di proiettarla nel futuro, attraverso una equilibrata combinazione di esperienza e rinnovamento.
Già nel 2015 è stata approvata, dal Consiglio nazionale, una proposta di riorganizzazione territoriale del partito per adeguare le strutture esistenti al mutato contesto istituzionale, in un’ottica di maggiore convergenza tra i livelli di decisione e quelli di iniziativa elettorale del PSI.

Il prossimo Congresso nazionale dovrà completare quel percorso, e spingersi ancora più in avanti. Dovrà pertanto essere elaborata, accanto alla linea politica e programmatica, una nuova idea di organizzazione del partito necessaria a veicolare con maggiore efficacia il messaggio socialista sia all’interno che all’esterno.

In questa prospettiva di rilancio dell’iniziativa socialista appare fondamentale ripensare il modello di organizzazione della nostra comunità, mediante la semplificazione dei livelli territoriali, lo snellimento delle procedure interne, l’apertura alle nuove tecnologie per il costante coinvolgimento degli iscritti nelle attività interne ed esterne del PSI, meccanismi di proselitismo capaci di coniugare tradizione e modernità, sistemi di finanziamento diversificati e adeguati alle mutata legislazione in materia.

A ciò si aggiunga l’opportunità di prevedere sistemi di raccordo tra l’attività del gruppo dirigente nazionale con la rappresentanza parlamentare, e nondimeno, la creazione di organi snelli di direzione politica, in grado di coniugare il pluralismo con la tempestività.

Per perseguire l’insieme degli obiettivi di riforma, il Congresso dovrà pertanto individuare i mezzi ritenuti più idonei allo scopo, a partire dall’istituzione di una Commissione ad hoc con compiti istruttori e di proposta rispetto al Consiglio nazionale, al fine di avviare il percorso di revisione delle strutture ad ogni livello ed adeguarle alle esigenze della modernità.

Riteniamo necessario affiancare alla proposta di riorganizzazione del partito, nuovi e maggiori strumenti di comunicazione che permettano di incrementare e migliorare la partecipazione, rendendola attiva con simpatizzanti, iscritti, amministratori locali, associazioni e dirigenti. Lo scopo principale è pertanto quello di trasmettere con efficacia il messaggio socialista.

In particolare prospettiamo la creazione di una Community socialista che, attraverso una piattaforma informatica di ultima generazione aperta agli iscritti, permetta di presentare progetti, dare suggerimenti, segnalare problematiche locali, proporre tematiche, votare le proposte dei nostri amministratori e Parlamentari, conoscere le attività del partito, scaricare documenti ed approfondimenti.

Un luogo virtuale che si possa affiancare al lavoro svolto sul territorio, al fine di sviluppare il senso di appartenenza al Psi che negli anni si è affievolito, soprattutto tra i giovani, anche a causa del vento dell’antipolitica.

Roma lì 18 marzo 2017

I delegati

Maria Cristina Pisani
Boris Rapa
Simona Russo
Luigi Iorio
Elisa Sassoli
Riccardo Galetti
Roberto Sajeva
Rossella Pera
Francesco Castria
Monica Ricci
Carmine Iuliano
Raffaele Tantone
Anteo Bonacorsi
Gaetano Gargani
Mirco Pagnetti
Riccardo Pozzi
Stefano Gattoni
Andrea Romiti
Luigi Cavalli
Cristiano Manuele
Marco Antonioli
Pasquale Rocca
Rosario Sarubbi
Domenico Conversa
Alberto Tedesco
Franco Borgia
Antonio Bochicchio
Michele Santarelli
Felice Canfora
Pino Iacovello
Franco Simone
Michele Lamacchia
Giuseppe Sicilia
Ivo Costamagna
Lorenzo Catraro
Massimo Seri
Andrea Frizzera
Emilia Paternoster
Claudio Altini

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