lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Federico Parea
D’Alema, Renzi, Pisapia 
Pubblicato il 07-03-2017


All’indomani dell’ultima riunione dell’assemblea nazionale del Pd, non in pochi salutarono la rottura tra Renzi e la sinistra interna come una grande, per alcuni storica, occasione di rifondazione della sinistra.

Non fu e non poteva essere che un abbaglio. Fu, forse e soprattutto, una speranza, animata tanto dall’ottimismo della volontà, quella di ridare una collocazione più naturale alĺ’avvenire del riformismo italiano, quanto dal pessimismo della ragione, di fronte ai contorni entro cui erano maturate le fasi conclusive del governo Renzi.

Senza perdersi in analisi troppo approfondite, molto più prosaicamente, bastava porsi una semplice domanda: poteva essere un progetto targato D’Alema il futuro della sinistra italiana? La risposta era, è e sarà sempre scontata.
Ciò detto, allo sviluppo di una simile riflessione, andrebbe oggi aggiunto un secondo interrogativo: siamo certi che riesca ad esserlo Renzi, il futuro del riformismo?
Alcuni, in questo senso, ritengono inappellabile la bocciatura politica recapitata dagli elettori lo scorso 4 dicembre e giudicano come irrimediabile il logoramento del profilo pubblico dell’ex premier.
Lo si dica con serenità, tali e simili giudizi hanno una loro fondatezza. Va osservato, però, che essi sono spesso il risultato di un metodo poco convincente, dettato da un eccesso di severità nella valutazione dell’attività del precedente governo e facente perno su considerazioni intorno al carattere dell’ex presidente del consiglio al limite del pregiudizio personale.

In realtà, così oggi come ieri, il tema da porsi è quanto la leadership di Renzi sappia e possa ancora porsi come motore di discontinuità per un Paese che di continuità (in tutto: politica, società, economia, istituzioni) sta morendo soffocato.
La cronaca delle vicende congressuali del Pd dipingono, in questa prospettiva, un ritratto impietoso ma illuminante.
Impietoso perché sembra che la sfida in corso non sia altro che un contest tra 50 sfumature di qualunquismo, tra quello spleen-comunista di Orlando, quello giudiziario 4.0 di Emiliano, quello veltroniano di ritorno di Renzi (che al Lingotto, non a caso, proprio dove esordì Veltroni nel 2007, ha annunciato di volere lanciare la sua ri-candidatura a segretario).

Illuminante perché mai come oggi è chiara l’intuizione di chi non ha mai creduto in questo Pd, Renzi o non Renzi, in quanto vocato per costituzione ad essere spada e scudo della conservazione e dello status quo.
Proprio su un’ipotesi di rinnovamento, la più rovinosa possibile,la cosiddetta rottamazione, Renzi sembrava avere trovato l’abbrivio giusto per contenere l’attitudine conservatrice del proprio partito. La sfida consisteva non semplicemente nel lasciare fuori dal parlamento questo o quel leader imbolsito, ma nell’aggredire frontalmente i totem di una comunità che negli anni aveva via via sostituito l’idea di una riforma della società con la prospettiva di una gestione di singoli corpi sociali, a regola della quale ad assumere rilevanza nel disegno della politica erano le equivalenze giustizia uguale magistrati, scuola uguale insegnanti, lavoro uguale sindacati, autonomie locali uguale Anci. Così via, fino all’ultima equivalenza, la più insidiosa e perniciosa di tutte:politica uguale ceto di partito e centrosinistra uguale Pd.

E’ proprio nell’affrontare quest’ultimo totem, quello relativo al ceto politico e al proprio partito, che Renzi si è fermato, probabilmente anche in ragione di un difetto di origine del proprio modello di leadership, troppo individuale, verticale, centralista, chiusa (evidentemente l’unico modello che poteva e può crescere nel Pd). Ed è proprio su questo fronte che andrà misurata, da oggi in poi, la sua capacità di riprendere slancio.
In attesa di capire quali scelte, per sé ed il suo seguito, l’ex premier vorrà intestarsi, non rimane che capire se vi siano altri ambiti entro cui fare crescere una proposta che, alle condizioni date, possa offrire elementi di interesse, anche e soprattutto nel superamento di quei limiti che le considerazioni svolte sopra hanno indicato, e nel segno e direzione, quindi: della riconquista di una prospettiva di riforma generale per l’Italia e non di bieca conservazione e gestione di rendite di posizione per le solite classi, consorterie e corporazioni; della creazione di un campo di partecipazione che non si autolimiti al recinto del Pd ed alle sue dinamiche interne pavloviane; della costruzione di modelli di leadership diffuse, condivise, radicate nei territori.

In questo senso, non si è all’anno zero, I confronti che si registrano nelle autonomie locali (ma siamo sicuri che la dialettica in senso al Consiglio comunale di Milano, ad esempio, sia da catalogare come ‘locale’?) offrono più di un esempio di partecipazione al dibattito pubblico di espressioni talvolta disordinate e magari di difficile definizione ma incontestabilmente politiche a tutti gli effetti, Forse è tempo che il mondo del civismo, più o meno organizzato e guardando soprattutto a quanto avviene nei contesti metropolitani, trovi i giusti canali e le forme migliori per svolgere il proprio contributo sullo scacchiere della politica nazionale. Forse è tempo che i partiti non si limitino ad alzare la barriera sgarrupata della contrapposizione tra impegno civico e impegno di partito, poiché la società civile è nulla se non si orienta politicamente e la società politica muore se non si alimenta di partecipazione civile.

Chissà se Pisapia, lanciando la suggestione del campo progressista, abbia in mente qualcosa del genere. A volte, a dire il vero, è sembrato che il suo messaggio si indirizzasse un po’ troppo, e di fatto si confinasse, ad un’area ben delimitata degli schieramenti tradizionali. Di certo, quella dell”ex sindaco, soprattutto per le caratteristiche del suo profilo personale e quelle della storia della primavera milanese arancione del 2011, ha tutti i crismi per essere una scommessa da cogliere e non lasciare cadere.

Federico Parea

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Commenti all'articolo
  1. Ma poi siamo sicuri che il modello Pisapia sia stato così vincente a Milano?
    Questa è la domanda che mi viene puntualmente in mente leggendo il tuo articolo. Un partito come il nostro è giusto che guardi con interesse tutto ciò che si muove nella galassia politica e soprattutto nell’area di riferimento che è quella del centro sinistra, ma limitare il pensiero o le riflessioni a quello che altri soggetti politici propongono e molto riduttivo e sicuramente non utile alla storia del nostro partito. Bisogna guardarci intorno si ma avendo il coraggio di riaffermare l’idea di una politica che non lasci indietro nessuno e sappia aggregare tutte quelle forze laico socialiste che animano la società italiana. Allora magari potremo scoprire che non c’è più bisogno di guardare con interesse le iniziative lanciate dai Pisapia, dai D’Alema ma anche dagli altri personaggi dell’italica penisola che cercano di aggregare nel mondo della sinistra dichiarandosi progressisti ed epurando dal vocabolario italiano le parole: socialista e socialismo. Ma dico anche smettiamola di rincorrere tutti quei personaggi che negli anni si si sono dichiarati e si dichiarano socialisti ma che oggi non si riconoscono pienamente nel Partito Socialista Italiano.

  2. Ma poi siamo sicuri che il modello Pisapia sia stato così vincente a Milano?
    Questa è la domanda che mi viene puntualmente in mente leggendo il tuo articolo. Un partito come il nostro è giusto che guardi con interesse tutto ciò che si muove nella galassia politica e soprattutto nell’area di riferimento che è quella del centro sinistra, ma limitare il pensiero o le riflessioni a quello che altri soggetti politici propongono e molto riduttivo e sicuramente non utile alla storia del nostro partito. Bisogna guardarci intorno si ma avendo il coraggio di riaffermare l’idea di una politica che non lasci indietro nessuno e sappia aggregare tutte quelle forze laico socialiste che animano la società italiana. Allora magari potremo scoprire che non c’è più bisogno di guardare con interesse le iniziative lanciate dai Pisapia, dai D’Alema ma anche dagli altri personaggi dell’italica penisola che cercano di aggregare nel mondo della sinistra dichiarandosi progressisti ed epurando dal vocabolario italiano le parole: socialista e socialismo. Ma dico anche smettiamola di rincorrere tutti quei personaggi che negli anni si si sono dichiarati e si dichiarano socialisti ma che oggi non si riconoscono pienamente nel Partito Socialista Italiano.

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