giovedì, 25 maggio 2017
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Opinioni e commenti
 

FGS. Il tatticismo non porta lontano
Pubblicato il 30-03-2017


Il Congresso Nazionale straordinario del PSI si è concluso da poco più di una settimana, ma ancora si parla – e si continuerà a farlo – dei temi che riguardano la nostra comunità e che si sono discussi a Roma. Ci permettiamo quindi qualche riflessione in tranquillità con il segretario nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti, intervistato per l’occasione da Enrico Maria Pedrelli (resp. Comunicazione della FGS medesima).

Sajeva-a-RavennaCompagno Segretario, il Partito ha affrontato una due giorni di congresso piuttosto piena e impegnativa. Si tratta di un congresso straordinario, burocratico se vogliamo, fatto per mettere in sicurezza il PSI da un vile attacco giudiziario fatto ai danni di tutta la nostra comunità. Ma è stato anche un congresso politico, con ospiti di rilievo. Qual è secondo te il più importante segnale che è partito in questi giorni da Roma?

Ne voglio dire due. Il primo verso l’esterno: siamo l’unico e il più credibile ente aggregatore di innovazione in campo. Tutti i vari progetti di sinistra sono frutto di scissioni (tardive), tatticismi (precoci) o improvvisazioni (inopportune). Il secondo, verso l’interno: questo congresso ha visto i giovani molto presenti anche dietro le quinte, a far pressione nelle commissioni. Il rinnovamento deve partire da questo, dalla sovranità congressuale e risalire mano a mano fino al vertice, senza cooptazioni.

Il mondo politico è in fermento, non solo a sinistra ma anche a destra. Attualmente siamo di fronte ad un magma disomogeneo di partiti, movimenti, formazioni politiche nuove: c’è chi aspetta le primarie, chi un miracolo, ma soprattutto tutti aspettano la legge elettorale. Noi socialisti, in che tipo di legge dovremmo sperare?

Allora. Il compagno Iacovissi ha messo in campo una proposta valida, digeribile dal sistema e va benissimo. Visto che tu mi parli di speranza, questa o il Mattarellum son certamente le più convenienti tra le possibilità. Qualsiasi legge che possa valorizzare il nostro contributo ad una coalizione, permettendoci così non di chiedere posti bensì di essere richiesti per far vincere dei collegi, sarebbe la strada più utile sia per garantirci una presenza degna della nostra forza, sia per condizionare il programma elettorale così come un’azione di governo.

Sempre sulla legge elettorale. Qualche mese fa, Ugo Intini su Mondoperaio ha fatto una riflessione interessante. Sostanzialmente diceva che la legge elettorale non può essere uno strumento in mano al partito di maggioranza di turno per cambiare le regole del gioco a proprio piacimento, ma essa deve essere decisa in base alla tradizione politica e istituzionale del Paese e in base all’idea di democrazia che vogliamo avere. In questo senso la legge elettorale dovrebbe essere cambiata il meno possibile, se non mai. Cosa ne pensi?

E cosa devo pensarne…sacrosanto! Poiché oggi non ci sono molti uomini politici, ma solo un miserevole ceto politico che cerca disperatamente di domare la Realtà con leggi elettorali sempre più capziose e vili, che scavalcano o mortificano l’elettorato, ci ritroviamo con dei parlamentari passati ad una versaillizzazione assai più odiosa del feudalesimo fondato su consenso e territorio.
È poi banale dire che, comunque, l’unica legge giusta per l’Italia è il proporzionale senza sbarramento, con le preferenze multiple, e non ci sarà mai più una classe politica credibile finché non si tornerà a fare le maggioranze dopo le elezioni e in Parlamento. La stabilità dei governi è un mito totalitario, come lo spauracchio del debito pubblico o dello spread. Ciò che importa è la stabilità delle alleanze, e quindi delle visioni e delle missioni politiche. La rotazione dei ministeri era una pratica sana dietro la quale si nascondeva la solidità di intese che facevano epoca e duravano anche un intero decennio.

Ma c’è chi direbbe che un proporzionale senza sbarramento sarebbe una pazzia ben maggiore di tutti quegli azzardati tentativi di fare leggi elettorali complesse e contorte. Insomma: allo stato attuale il proporzionale farebbe vincere i Cinque Stelle, che poi arriverebbero con ogni probabilità ad una “alleanza del male” per governare con la Lega e la Meloni. E questo è male. Ma allora insomma: una legge elettorale giusta ci farebbe giungere ad un panorama dannoso. Come uscire da questo circolo (o circo) vizioso?

Ma scusami, pur con tutto il disprezzo che provo verso i grillini, non avversari politici ma nemici della civiltà umanista, come possiamo pensare di utilizzare una legge elettorale per tagliarli fuori? Dicendo del ceto politico che prova a domare la Realtà, intendo dire proprio che mettersi a fare leggi a fini tattici, addirittura contro qualcuno, è stato uno dei principali inneschi del loop infernale, del cul de sac in cui sguazziamo. Prima, con il mattarellum, l’elettorato venne costretto al personalismo e al bipolarismo coatto, poi al voto utile dal porcellum. Queste leggi non sono opera di sartoria politica, cucite su misura della realtà, ma ortopedia elettorale, cercano di dare alla realtà, in questo caso all’elettorato, la forma e dunque il risultato più coerente con l’esigenza del ceto politico. Orrore che si paga, come si paga ogni forma di ingegneria sociale: l’elettore frustrato, privato della preferenza così come delle identità, non potendo votare secondo coscienza, o si piega all’obbedienza o vota per far più danno possibile ed ecco che il voto utile si tramuta in voto di protesta. Veltroni lo capì bene per questo si scelse IdV come marmitta catalitica ma fu l’ennesima miopia di quella classe dirigente che creò l’humus per l’esplosione grillina. Io sono convinto che un proporzionale puro rimescolerebbe le carte, magari non basterà una tornata elettorale, ma alla fine tornerebbero partiti fondati su quello che nel nostro dibattito interno è il Teorema di Vizzini: potere, consenso, responsabilità. Con buona pace dei radicali io sono per una restaurazione della partitocrazia.
Anche se ciò tarderà ad arrivare, persino se ciò non dovesse avvenire, non si può pensare che il problema di una legge sia tagliare fuori elettorato. Questo modo di pensare prima ha colpito i piccoli partiti, poi i dissidenti interni, se adesso passiamo a tagliar fuori un intero polo elettorale allora signori miei prevedo disastri inarrestabili. Guardate in Francia, questo doppio turno è un’altra frustrazione utile solo a far impazzire l’elettorato. Milioni e milioni di voti vengono buttati a mare ma ciò serve solo a radicalizzare il sentimento antisistema dell’elettorato escluso perché non ha raggiunto il secondo posto. Peggio di uno sbarramento. Benvenuta Le Pen.

A partire dai giorni antecedenti al congresso, il Partito ha fatto una serie di proposte programmatiche concrete. Tra queste, iniziano a spiccare – dopo un lungo periodo nel quale la facevano da padrone i diritti civili o altre questioni più “liberali” – proposte economiche e sociali, tese alla redistribuzione della ricchezza e ad una maggiore partecipazione dei lavoratori al processo produttivo (penso alla cogestione). Cosa ne pensi? C’è qualcosa che andrebbe aggiunto o su cui si dovrebbe spingere di più?

Io non vorrei prestare il fianco a chi vede i diritti civili come una torsione rispetto alla questione sociale. È vero però che la Rosa nel Pugno, che fu la luminosa palingenesi dell’immaginario liberalsocialista, non sarebbe comunque sopravvissuta all’inverno della crisi internazionale. La visione di una RnP fissa solo sui diritti civili e l’aderenza ad un’Europa in senso atlantista non era solo una scelta comunicativa, noi tutti eravamo concentrati quasi esclusivamente su quello, è vero che trascuravamo l’aspetto sociale che non era più solo quello dei poveri ma ormai quello dell’impoverimento. Con l’avvilimento definitivo della classe media, figlia del miracolo delle socialdemocrazie atlantiche e avanguardia del socialismo libertario e umanista, le pance han cominciato a ruggire e non possiamo più permetterci certi equivoci: una cosa sono le necessità delle Piccole e Medie Imprese, la cui liberazione deve essere al primo posto, altra cosa l’arbitrio dei titanici speculatori. Dovremmo inoltre mettere in discussione il fiscal compact, infine la nostra campagna “disordine professionale” è sempre lì: liberalizzazione degli ordini professionali, espansione delle tutele alle partite iva e parità retributiva di uomini e donne. Berlusconi poi fa bene a parlare di alzare le pensioni minime e di ridurre il carico fiscale che opprime la mobilità economica delle famiglie.

Come segretario nazionale dei giovani socialisti, pensi che esista una “questione generazionale” che si stacca, in tutto o in parte, dalla famosa e purtroppo ancora attuale questione sociale?

Esiste la questione generazionale nella misura in cui il sistema riesce a malapena, e sempre meno, a garantire chi sta nel mondo del lavoro da anni (guai a chi inciampa e ne esce), non ha idea di come avviare la forza lavoro già pronta (e che bussa alla porta) e manco pensa a programmare per chi è ancora in fase di formazione. Siamo a un passo dal disastro sociale.

Durante il congresso più volte ci si è complimentati con la compagna Pia Locatelli, eletta vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Un’organizzazione che ora può vantare persino il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ma che da tempo sembra essere in “coma”. Il sintomo più eclatante di questa crisi è la creazione della parallela “Progressive Alliance”, che porta molti partiti socialisti, specialmente europei, ad un’ambiguità dannosa. Come la vedi? C’è speranza di uscire da questo stato, e se sì come?

L’egemonia economica (spesso aggressiva) e culturale (spesso miope) nel PSE delle socialdemocrazie gotiche, stampellate dal blairismo dei compagni dell’Est Europa, non aiuta certo a relazionarsi con un mondo molto più vasto e complicato di quanto non possano comprendere certi compagni coi paraocchi della nuova ideologia totalitaria: la modernità. Il problema dell’Internazionale Socialista non sono, per esempio, i compagni sandinisti, il problema dell’Internazionale Socialista è un PSE in cui ha vinto la visione veltroniana. Ci sono stati anni di “inciucio” PSE-PPE, tra grandi coalizioni e PD; che hanno portato il socialismo europeo in una profonda crisi di missione che ha spalancato le porte ai cosiddetti populismi. La cosa iniziò quando venne spazzato via il socialismo mediterraneo dopo la caduta del muro di Berlino e continua ancora oggi. L’Internazionale non è un’organizzazione: è la nostra patria. La Progressive Alliance è un orrore post-postmodernista, vuoto pneumatico, e non ci si faccia illusioni di poterlo riempire con qualcosa di buono. Le nuove esperienze britanniche e francesi possono essere un viatico ma la verità è che manca il socialismo mediterraneo. Senza un’asse PSI-PSOE-PASOK è impossibile aggregare balcani, africani e america latina in un rilancio libertario e umanitario dell’IS che, assediata dai suoi stessi compagni, rischia di diventare autoreferenziale e dunque morta. La compagna Locatelli è l’unico vero ponte tra IS e PSE, lei sa che il nostro sostegno c’è tutto ed è evidente anche da come la FGS sia tornata protagonista internazionale prima con il Summer Camp in Sicilia e poi con la candidatura di Elisa Gambardella a segretaria dello YES.

Sui populisti, spieghiamo meglio: cos’è che li ha scatenati?

Come già detto, innanzitutto l’avvilimento e l’impoverimento delle classi medie, dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese ovvero di tutto ciò che rappresenta l’emancipazione della società dallo Stato e dal Capitalismo. Milioni di individui, maggioranze assolute delle nazioni civilizzate, non più sfruttati e non semplicemente liberati ma divenuti motore di ricchezza e forza nazionali, classe dirigente, anche culturalmente, e dunque egemone. Eravamo ad un passo dalla sociocrazia ed ecco che il Capitale, vinto il Comunismo, sganciatosi dalla realtà e impazzito nella finanza, sublimato, asceso a illusione di trascendenza (fine della storia, ecc) si è infine accorto di non funzionare più e che quindi era necessario drenare ricchezza, e dunque libertà, mai come allora ben distribuita nella storia universale. La reazione è stata la nascita dei cosiddetti populismi, forze antisistema che vogliono buttare il bambino con l’acqua sporca.

E Trump? Un miliardario, forse l’ultimo che dovrebbe essere antisistema: anche lui vuole buttare il bambino con l’acqua sporca?

Partiamo dalla Lirica. L’unica opera lirica degna di questo nome nel secondo dopoguerra è di John Adams: Nixon in China. Non è un caso che la visita di Nixon (che insieme a Spiro Agnew ha costituito il ticket presidenziale più politicamente autorevole della nostra era) alla Cina comunista sia stato l’evento più significativo di questi decenni. La celebrazione di un’alleanza tra USA e Cina contro la Russia, il momento in cui l’America ha cominciato a delegare la produzione al secondo e terzo mondo e a concentrarsi sulla finanza. Caduto conseguentemente il muro, arrivò Clinton che decise che gli Stati Uniti dovevano ragionare economicamente come il Lussemburgo e quello fu il seme arimanico dell’ultima crisi.
Oggi Trump rappresenta il vecchio capitalismo americano che rialza la testa e capovolge la geopolitica mondiale: alleanza con la Russia contro la Cina. La Germania (che esporta tanto tanto tanto verso la Cina), e dunque l’UE, è rimasta travolta da questo capovolgimento. Berlusconi (sì è la seconda volta che lo nomino per lodarlo) aveva visto giusto nel farsi interprete di triangolazioni tra Bush, Putin e Blair. Nel panorama detto populista internazionale vediamo Trump, la Brexit e ancora Putin e noi stavolta però alla periferia della parte in difficoltà, quella europeista che vide in Prodi il nostro massimo referente. E la Dagong, agenzia di reting cinese, avrebbe qualcosa da dirci sulla visione del mondo di Prodi, una visione che risale almeno ad Andreatta ma qui divago. Trump non è un modello, non lo è neanche Putin e forse neanche la Brexit, però l’UE a trazione gotica segue il filone della globalizzazione che noi dobbiamo combattere. Scelto comunque il campo Europeo, bisogna fare come dicevi tu qualche giorno fa: puntare sull’Italia come guida dell’Unione e per farlo bisogna divincolarsi un po’ dai parametri e dai trattati, mettendoli in discussione.

Sempre sui “populisti”. È tornato a riecheggiare, nel dibattito politico, la parola “sovranità”: usata soprattutto dall’estrema destra in versione antieuropeista, ma comunque tutti fanno di questo termine uno slogan utile alle proprie tesi. Di contro, chi sostiene l’Europa, e quindi gran parte anche del nostro mondo politico, attacca il concetto di sovranità: lo sminuisce, lo demonizza, lo rifiuta. Eppure è l’articolo 1 della Costituzione che innanzitutto parla di sovranità, che “appartiene al popolo”. La domanda è, oltre al classico che-ne-pensi: ci siamo persi qualcosa?

La sovranità popolare è indiscutibile. C’è poi da dire che la sovranità popolare, fino ad ora, ha trovato nelle nazioni lo strumento più efficace per la pace sociale interna e per lo sviluppo. Il percorso europeo fino, e compreso, il trattato di Roma è stato fondato sulla creazione di mobilità, equivalenze e convergenze tra le democrazie del continente in nome della parte più bella della globalizzazione: l’interdipendenza, soprattutto commerciale, che rende l’aria poco infiammabile ed ecco qui il segreto della pace. Non sono le istituzioni europee a garantire la pace europea ma questa interdipendenza. A mio parere cedere ulteriormente sovranità sarebbe sbagliato perché non esiste ancora questa convergenza di interessi tale da garantire ai piccoli popoli di vedersi garantiti rispetto a quelli grandi. Democrazia è il governo di una maggioranza politica nel rispetto delle minoranze. I partiti europei dimostrano ancora che l’appartenenza nazionale conta più di quella ideale, ma è fisiologico perché le battaglie dell’incanalatissima classe produttiva tedesca non sono quelle del proletariato esteuropeo né quelle del sottoproletariato palermitano.

Tornando a noi. È ancora non chiara la strategia politica che il PSI intraprenderà per le prossime elezioni politiche. Di fatto, e ovviamente complice è la mancanza delle legge elettorale, ancora tutte le alleanze e le possibilità sono sul tavolo. Secondo te cosa dovremmo fare?

Vista la tua premessa sulla legge elettorale è impossibile rispondere. Posso tracciare solo un vago panorama di traiettorie plausibili. Innanzitutto, non credendo io che la legge elettorale, nello spirito e nella sostanza, alla fine non darà un vero spazio a vagheggiamenti autonomistici, è chiaro che si dovranno comporre le liste insieme ad altre forze. Sicuramente credo che più che mere alleanze elettorali si debbano costruire dei progetti politici, per cui il tavolo aperto da tempo con le forze laiche e ambientaliste è certamente l’opzione oggi più solida anche se devo fare due appunti. Non delle critiche ma delle glosse. Il primo è che, come ho già detto, dopo la crisi non è più tempo di rose nel pugno come quella che abbiamo vissuto, perciò la lettura della realtà e dunque la proposta politica dovrà essere necessariamente più rossa, cosa che vedo difficile da far digerire a certi compagni radicali che, alla fine dei conti e con tutta la stima che possiamo avere per il loro impegno civile, sono comunque assolutamente liberisti. Se magari possiamo trovarci d’accordo, ad esempio, sull’eliminazione delle strozzature al mercato del lavoro (ad esempio gli ordini professionali), sappiamo già che in materia di pensioni, tutele e via cantando sarà dura trovare un compromesso che soddisfi le due parti. Il secondo appunto è sui Verdi, mi spiace ma io non sono né ecologista né animalista perché sono umanista antropocentrico. Facciamo molta attenzione perché già troppi abbagli abbiam preso guardando il sole che ride.
C’è poi la possibilità di continuare il percorso con il PD: inutile nasconderne i rischi, il divario di dimensioni e risorse dà le vertigini, ma al di là di certi mal di pancia io credo che in questi cinque anni ce la siamo cavata bene, senza mortificazioni e ottenendo delle vittorie su diritti civili, giustizia (anche se sta riforma della prescrizione…) e leggi specifiche di nostra iniziativa. L’attuale loro situazione di debolezza interna non farà che rendere più forte il nostro ruolo in coalizione. Il PD sta esplorando la possibilità di metter su una lista civetta contro i gufi scissionisti (pura ornitologia notturna), se Pisapia vuol esser qualcosa di più significativo di una civetta, e di più solido di SEL, deve comprendere che non bastano le grandi città, le amicizie nel jet set e via cantando per fare un campo largo: c’è necessità di organizzazione capillare nella società e nella provincia, che è l’unica vera forza italiana, così come del far parte dell’Internazionale Socialista e del PSE, per tutto questo è evidente che il suo discorso non può prescindere dalla convergenza con il PSI.

Recentemente, come FGS abbiamo fatto una breve video-intervista nella quale abbiamo intervistato giovanissimi compagni su diversi argomenti, tutti riguardanti la nostra comunità. Ti faccio allora una di quelle domande: “dì un pregio e un difetto del PSI”.

Il più grande pregio del PSI è la presenza di tanti giovani eretici che non hanno paura di mettere in discussione le proprie idee con gli altri, che cercano il confronto con la realtà e sfidano il pensiero comune. Uno dei vari difetti del PSI sono alcuni dirigenti locali che ragionano “meno siamo meglio stiamo”, questo soprattutto nelle realtà più piccole. Così non va.

Infine. Anche alla luce di questo congresso, cosa dovrebbe aspettarsi il Partito dalla FGS e la FGS dal Partito, contestualmente ai rispettivi rapporti?

Diciamo che finalmente i rapporti tra PSI ed FGS sono assolutamente chiari. La FGS non serve né alle coreografie (comunque utili) né alla manodopera (comunque formativa). La FGS serve al PSI come fucina di idee e dirigenti, e l’unica cosa che deve aspettarsi è che mantenga la propria autonomia e non diventi autoreferenziale. L’unica cosa che la FGS deve aspettarsi dal PSI è l’apertura mentale. E, scusatemi la prosaicità, anche quella degli organismi. Dobbiamo ammettere che Riccardo sia di mente che di spazi politici non ci nega nulla, sempre per metterci alla prova: è molto curioso di noi. E voglio ringraziare anche Rometti e Riccomi che, nelle baruffe congressuali, l’unica cosa che non hanno messo in discussione è stata proprio la FGS.

Enrico Maria Pedrelli

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