mercoledì, 22 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Fabio Fabbri
Il Congresso dell’orgoglio socialista
Pubblicato il 22-03-2017


Avevo deciso, dopo faticosa meditazione, di non partecipare al congresso romano del Psi, malgrado il cortese e caloroso invito di Riccardo del Mugello. Ipsa senectus morbus, dicevo a me stesso, rimuginando una frase di Seneca fatta propria da Sandro Pertini. Poi il richiamo degli ideali e delle mie consuetudini di vita politica ha prevalso. Hanno sicuramente contato, nel determinare il mio ripensamento, il forte desiderio di capire se la nostra storia e il nostro patrimonio di idee sono ancora vivi e utili in un momento drammatico della vicenda politica italiana ed europea. E così, dopo una notte insonne, ho deciso di partire per Roma, la mattina del 18 marzo.

E’ stata una rimpatriata assai gradevole. Ho assaporato il piacere di chi torna a casa dopo una lunga assenza. Confesso che mi avevano spinto a ribellarmi all’idea stessa della diserzione la lettura dell’editoriale di Gigi Covatta che nell’editoriale del fascicolo n 3 di Mondoperaio ha rivendicato il ruolo dei riformisti ( i Menscevichi) nella storia d’Italia e la sferzante reprimenda di Ugo Intini nei confronti dei divi populisti dei talk show televisivi: sempre quelli, sempre più tronfi, sempre più aggressivi nei confronti dei protagonisti della vita politica, maltrattati con veemente linguaggio accusatorio. Salvo soltanto Lilli Gruber, a suo tempo scoperta e lanciata dal nostro indimenticabile Antonio Ghirelli. Confesso che per Lilli ho un debole. Ho letto i suoi libri: una saga familiare ben narrata. Ho anche progettato di visitare il suo frutteto: il meleto evocato nel suo primo romanzo, ricevuto in eredità secondo il diritto successorio alto-atesino. Ma sono indignato per la sua benevolenza nei confronti del sempre presente, sogghignante e stucchevolmente sferzante Marco Travaglio.

Ho dunque acchiappato di buonora il tonitruante Italo-treno piè veloce a Reggio Emilia, dimenticando la soperchieria di Romano Prodi, che avrebbe dovuto ubicarlo a Campegine, oggi Terre di Canossa, in modo da renderlo equidistante e vicendevolmente fruibili da parmigiani e reggiani.

Arrivato al Congresso, sono stato accolto dai due veltri dell’Emilia occidentale, Mauro del Bue e Paolo Cristoni, da tanti compagni del Gruppo parlamentare del “mio” Senato. Ho abbracciato Ugo Intini, che sembra ancora un “giuvinot”, come dicono nella sua Milano. Io e Ugo ci siamo sempre intesi, quando eravamo entrambi aiutanti di campo di Bettino. Mi è tornata alla mente una spericolata missione a Varsavia, da qualche giorno occupata dall’esercito della Russia sovietica. Insomma un caldo, emozionante amarcord. Mi ha sorpreso e confortato la presenza di numerosi giovani del PSI di oggi. Sono sicuramente militanti coraggiosi e idealisti, se si battono nella nostra piccola comunità in tempi di vacche magrissime. Insomma una elettrizzante rimpatriata. Cent’anni di storia che sono cent’anni di gloria, ha detto una volta il giolittiano Giorgio Ruffolo. Grazie di esistere, vecchio PSI, ho detto a me stesso.

Sui tavoli e sulle poltrone trovo un giornale e alcuni manifesti che annunciano la festa dei socialisti e della gente del Canavese in onore dei settant’anni di iscrizione al partito di Eugenio Bozzello da Castellamonte, mio validissimo aiutante di campo quando ero capogruppo al Senato.

Perdonatemi, cari compagni di lotta e di governo, questa ondata di commozione, a detrimento della riflessione politica. Sono finito nel reparto lacrimogeni. Ma ogni tanto fa bene ricordare e anche commuoversi. La battaglia politica è, per i suoi protagonisti, un valore primario della vita.

Ho poi apprezzato le maggiori orazioni – anzitutto l’incipit di Riccardo Nencini. Mi sono piaciuti anche i messaggi dei nostri alleati, radicali e ambientalisti. Bravo Giovanni Negri, il virgulto che ho conosciuto quasi adolescente quando Marco Pannella, dopo avermi imperiosamente convocato, lo portò insieme a me e a Claudio Martelli da Francesco Cossiga al Quirinale per denunciare la persecuzione giudiziaria che si stava perpetrando ai danni del povero Enzo Tortora.

Del dibattito mi ha soprattutto interessato il disegno che si va profilando, caratterizzato le alleanze di quel che resta del socialismo italiano con forze nuove e antiche del riformismo ed anche del popolarismo italiano, tutte animate, come noi, dalla decisa volontà di far uscire l’Italia dal pantano maleolente del populismo dilagante, accompagnato e favorito dalle virulente lotte di potere fra i colonnelli di quell’amalgama mal riuscito che resta il PD. Mi sono chiesto, mentre mi aggiravo fra i saloni dell’Hotel Marriott: siamo in grado di parlare al Paese? Spero che lo faremo ancor meglio nella Conferenza Programmatica che chiamiamo “Rimini II”. Insomma, forse c’è una parte, anche piccola, di questa Italia maltrattata disposta a incoraggiare un raggruppamento riformista, laico, liberale, radicale e ambientalista: un patto, sissignori, esteso alla nuova formazione “popolare” che sta mettendo in piedi il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, in vista delle elezioni del 2018. Mi pare anche tempo di patrocinare, per il futuro governo dell’Italia, una grande coalizione capace, emarginando non solo Grillo e Salvini ma anche le schegge immarcescibili dei nuovi e vecchi post-comunismi: un fiume carsico riemergente , animato da chi si ostina a dimenticare di aver avuto torto dalla storia.

A proposito di costoro, confesso che ho gustato come un buon bicchiere di vino rosso l’inattesa comparsa nel salotto televisivo della Gruber del Prof. Giuseppe Vacca, lo storico che guida l’Istituto Gramsci. Polemizzando con il neo transfuga del PD Alfredo D’Attorre, Vacca ha fatto una sorta di outing filo-renziano. Ha ricordato che il boy scout di Rignano sull’Arno ha portato il PD nell’alveo del socialismo europeo e ha spezzato indirettamente una lancia in favore del blairiano “partito della Nazione”. Lo ha fatto proclamando che in Italia i partiti della Nazione erano in passato due: La DC ed il PCI.

Avrebbe dovuto aggiungere che lo è stato anche il PSI, sicuramente nel tempo glorioso in cui Craxi predicava il “socialismo tricolore”.

Fabio Fabbri

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