sabato, 24 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

Il presunto “libero mercato” nemico
del capitalismo
Pubblicato il 03-03-2017


_MG_0694.JPGL’economista Robert Reich, ex Segretario del Lavoro durante la presidenza degli USA di Bill Clinton, nel suo recente libro, stampato in anteprima in Italia, “Come salvare il capitalismo”, sostiene che poche idee “hanno così profondamente avvelenato la mente di tante persone quanto la nozione di un ‘libero mercato’ esistente da qualche parte nell’universo e con il quale il governo ‘interferisce’”.

Con questa idea, qualsiasi anomalia nel mondo della produzione e della distribuzione, come la disoccupazione, l’inflazione le disuguaglianze e così via, generata dal “cattivo funzionamento” del mercato è considerata una conseguenza naturale e inevitabile di “forze impersonali”, interne al mercato. Inoltre, sempre secondo l’idea dell’esistenza di un presunto libero mercato, qualunque “misura” venga adottata per eliminare la disoccupazione o per ridurre le disuguaglianze distributive, disturba le virtù del mercato stesso, rendendolo meno efficiente e causando disfunzioni peggiori di quelle che, con la “misura” adottata, si intendeva eliminare.

L’idea del libero mercato ha “fatto breccia nel discorso pubblico quotidiano; è sulla bocca di tutti i politici di destra come di sinistra”. Il punto su cui si discute, afferma Reich, è entro quali limiti sia consentito di intervenire per correggere il mercato. I conservatori vorrebbero un governo meno interventista, mentre i progressisti vorrebbero che l’intervento fosse più esteso; questo, nel mondo capitalista, è divenuto il cuore del contendere che oppone la destra alla sinistra. La soluzione del contrasto nei sistemi capitalisti a democrazia parlamentare, pro-tempore adottata, dipende, afferma Reich, “da colui del quale ci si fida di più (o di meno): il governo o il ‘libero mercato’”. La contesa tra destra e sinistra, oltre ad essere sbagliata, è anche del tutto fuorviante. Ciò perché non può esistere un libero mercato senza un governo, in quanto non esiste in natura un libero mercato senza regole; sono, infatti, le regole a creare il mercato, mentre le regole sono create dai governi.

Il funzionamento del mercato richiede “che il governo stabilisca e faccia rispettare le regole del gioco. Nella maggior parte delle moderne democrazie, tali regole emanano dalle assemblee legislative”, per cui il governo non interferisce sul libero mercato, ma semplicemente lo “crea”. Le regole, però, non sono neutrali, o universali, né sono permanenti; esse rispecchiano in parte i valori di momento in momento prevalenti all’interno di un dato sistema sociale, ma rispecchiano anche chi, di momento in momento, ha più potere per dettarle e influenzarle. Il dibattito sbagliato e fuorviante, riguardo alla questione se il libero mercato sia da preferirsi all’interferenza del governo, fa velo sulla comprensione, secondo Reich, di chi eserciti tale potere, come ne tragga vantaggio e come le regole vadano modificate nell’interesse di tutti. Se le regole sono il fondamento del mercato, la deregolamentazione invocata dai sostenitori del libero mercato altro non è che una “riregolamentazione” del mercato.

Il mito del libero mercato impedisce di esaminare razionalmente il cambiamento delle regole e chi in realtà ne beneficia; il mito serve a distrarre l’opinione pubblica dalla comprensione del come le regole vengono cambiate e dall’individuazione di chi riesce ad influenzare il cambiamento a proprio bneficio. Cosa guida i legislatori – si chiede Reich – nel processo di cambiamento delle regole? Idealmente, le loro decisioni riflettono i valori della maggioranza dei cittadini di un dato sistema sociale; da alcuni decenni, tuttavia, accade che le decisioni siano influenzate prevalentemente dalle oligarchie economiche. In conseguenza di ciò, afferma Reich, il processo politico “crea e perpetua un circolo vizioso: il dominio economico alimenta il potere politico e il potere politico allarga sempre di più il dominio economico”. Le disfunzioni del mercato, quali la disoccupazione, l’inflazione o le disuguaglianze distributive, non sono dovute, come spesso si afferma, alla globalizzazione o ai cambiamenti tecnologici; né sono dovute principalmente al “soft power” esercitato dagli oligarchi: è il circolo vizioso che si instaura tra dominio economico e potere politico che produce tutte le disfunzioni del mercato.

Il circolo vizioso, tuttavia, non è inevitabile ed irreversibile; esso, infatti, può essere trasformato in circolo virtuoso, nel senso che la prosperità ampiamente diffusa può generare “istituzioni politiche più inclusive che, a loro volta, organizzano il mercato” in forme che estendono ancora di più i benefici della crescita ed espandono le opportunità per tutti. Perciò – continua Reich – il primo passo, per convertire il circolo vizioso in virtuoso, consiste nel considerare il mercato per quello che è: un insieme di regole e di convenzioni condivise, non separato ed indipendente dal governo del sistema sociale. Rimuovendo l’idea dell’esistenza di un libero mercato autoregolantesi, diviene possibile rimuovere le “risse ideologiche” che, da un lato, sono valse ad occultare le reali modalità che sottendono il processo di mutamento delle regole e, dall’altro lato, “hanno avvelenato gran parte del discorso politico di destra e di sinistra”. Se la rimozione fosse effettivamente realizzata diverrebbe possibile orientare le istituzioni verso il loro funzionamento ideale. Come?. Reich ne indica in modo convincente la via.

Innanzitutto, occorre disciplinare il sistema nazionale di finanziamento dei partiti, al fine di “cacciare” gli oligarchi dalla politica; in secondo luogo, occorre adottare una legge elettorale, in modo da dare voce a tutte le minoranze, evitando ogni possibile ostacolo alla costituzione di organi legislativi realmente rappresentativi; infine, è necessario perseguire un’equità distributiva, da realizzarsi, per un verso, mediante una radicale diminuzione delle politiche ridistributive attuate ex-post, e per un altro verso, mediante l’introduzione di un salario minimo garantito corrisposto a tutti i cittadini, pari alla metà del salario medio e costantemente adeguato all’inflazione.

Ora, si potrà anche non concordare con la strategia suggerita da Reich per salvare il capitalismo da se stesso; però, non si potrà non essere d’accordo sul fatto, dallo stesso Reich evidenziato, che finché gli oligarchi avranno la possibilità di esercitare un’influenza spropositata sul potere politico, non sarà possibile evitare che essi continuino ad appropriarsi della quasi totalità della ricchezza, di quasi tutto il reddito prodotto e di quasi tutto il potere politico. Questo risultato non è nell’interesse della maggioranza delle popolazioni dei sistemi sociali capitalistici, così come non lo è nell’interesse degli stessi oligarchi, perché il funzionamento di un siffatto sistema sociale non ha la possibilità di conservarsi per un tempo indefinito.

La risposta alle disfunzioni dei sistemi sociali capitalistici non investe tanto l’economia, quanto invece il funzionamento della democrazia politica. Come afferma Reich, questa risposta non riguarda la dimensione del governo e l’estensione del suo intervento nella regolazione dell’economia, quanto l’individuazione di chi per conto del quale opera il governo. “la scelta chiave non è tra il ‘libero mercato’ e il governo, ma tra un mercato organizzato a favore di una prosperità ampiamente diffusa e uno che punta a consegnare quasi tutti i guadagni a pochi individui in alto”. In altri termini, il punto è come concepire la regolazione del mercato, perché l’economia operi nell’interesse di tutti i componenti dei sistemi sociali.

Nella prospettiva tracciata da Reich, si trova quanto basta perché una sinistra autenticamente riformista possa trarre utili suggerimenti per la compilazione della propria “agenda politica”, senza bisogno di “épater le bourgeois”, con la costituzione, come avviene in Italia per scopi solo elettorali, di “officine itineranti” per la progettazione di fantomatici piani di crescita e di sviluppo del Paese; progettazione, peraltro, destinata a sicuro fallimento, per via del fatto che l’unica preoccupazione politica della sinistra italiana è quella di impedire la formazione di istituzioni autenticamente rappresentative, a causa dell’esclusione di consistenti quote di cittadini, di solito comprendenti quelli che maggiormente versano in stato di bisogno, per colpa del dominio delle oligarchie economiche.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Grazie Gianfranco per questo contributo di cultura sociale ed economica. Come possiamo riprenderci quando quel Governo regolatore del Mercato che auspichi, da Noi oltre che prostituirsi al potere economico e finanziario, è costituito da una classe politica incompetente, superficiale e quindi irresponsabile?? Un esempio è rappresentato da un Bullo che in mille giorni di Governo ha aumentato di 120 Miliardi il debito pubblico senza tradurre una cifra così enorme in opere e beni strutturali, etc, etc, etc???
    Quello che mi rattrista è che il PSI continua a fare da sponda alla cerchia di questa tipologia di Gigli magici fiorentini
    Je suis socialiste

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