lunedì, 23 ottobre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Ethan B. Kapstein. Globalizzazione e crescita della disuguaglianza
Pubblicato il 10-03-2017


EthanKapstein1Il saggio di Ethan B. Kapstein “Governare l’economia globale. La finanza internazionale e lo Stato” riporta alla memoria un suo precedente saggio: “Governare la ricchezza. Il lavoro nell’economia globale”; la spiegazione che l’autore offre in quest’ultimo, circa il modo in cui è ora strutturato il sistema finanziario internazionale, consente di capire perché il lavoro nell’economia globale perda di continuo le garanzie conquistate nei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Ormai, afferma Kapstein “in tutto il mondo i lavoratori vengono sopraffatti dalle forze dei mercati privi di ogni vincolo”; il fenomeno dovrebbe indurre a riflettere sul perché la globalizzazione, pur contribuendo a migliorare le condizioni economiche di molti Paesi, crea disuguaglianze distributive divenute così profonde da risultare ormai insostenibili. Non era cosi – osserva Kapstein – che doveva funzionare l’economia globale ricostruita alla fine della guerra. I capi di Stato delle potenze vincitrici, ricorda l’esperto di finanza internazionale, si sono trovati “d’accordo sul fatto che l’esperimento economico che essi tentavano in vista della globalizzazione doveva, in caso di successo, essere considerato dai singoli Paesi come un contributo alla prosperità e alla Pace”.
A tal fine, sono state costruite le prime istituzioni internazionali preposte al governo del libero svolgersi delle relazioni economiche internazionali; l’evoluzione che queste istituzioni hanno successivamente subito solleva ora molti dubbi sull’efficacia dell’ordine economico attuale che esse hanno contribuito a realizzare, per via della conseguenze sempre più negative che il nuovo ordine sta determinando ai livelli occupazionali e distributivi. Di fronte ad una disoccupazione irreversibile sempre più estesa e alle disuguaglianze crescenti viene naturale chiedersi quale sia lo scopo delle politiche economiche che i singoli Paesi dovrebbero adottate per contenere o impedire che tali fenomeni di verifichino.
Ogni cambiamento economico, osserva Kapstein, ha un impatto sociale; ciò comporta che ogni politica pubblica debba preoccuparsi della gestione dei suoi effetti; se manca il governo del cambiamento e se un numero sempre maggiore di persone rinvengono nell’economia globale la causa del peggioramento delle loro condizioni esistenziali, è inevitabile che la struttura attuale dell’economia internazionale sia destinata a non avere “vita lunga”. La globalizzazione – afferma Kapstein – “non è infatti una forza inevitabile della storia, bensì la conseguenza di scelte di politica pubblica che, pur avendo favorito il consumo di beni e servizi, hanno fatto passare in secondo piano gli interessi e le preoccupazioni dei lavoratori”.
Attualmente, il problema dei responsabili del governo dell’economia globale riguarda l’efficienza della struttura che la sottende, per via del fatto che tale struttura vanifica la capacità dei singoli Stati di fare fronte, attraverso lo stato sociale, ai propri impegni garantistici nei confronti dei più svantaggiati; ciò in quanto le loro decisioni relative alla spesa pubblica sono fortemente condizionate dai vincoli assunti a livello internazionale per garantire la stabilità della struttura finanziaria che supporta il mercato mondiale.
Cosa occorre perché i responsabili del governo dell’andamento dell’economia mondiale tengano conto, oltre che delle esigenze in fatto di occupazione e di equità distributiva, anche di quelle in fatto di efficienza del mercato globale? Kapsten, tenuto conto degli studi e delle ricerche che evidenziano i vantaggi materiali che possono derivare dalla promozione di una maggior giustizia sociale, è del parere che risposte alla domanda, adeguate dal punto di vista dei lavoratori, vadano “molto al di là dei calcoli politici relativi ai rischi di conflitto interno e internazionale”. In ogni caso, qualsiasi risposta venga data per conciliare efficienza e giustizia sociale non potrà provenire dai singoli Stati nazionali, in quanto sarà necessario, se si vorranno evitare conflitti generalizzati tra Stati e gruppi sociali all’interno di ognuno degli Stati “trovare nuovi modi per restituire vigore alle istituzioni internazionali”.
La forza lavoro a livello globale sta affrontando le conseguenze di una crescente ed irreversibile disoccupazione, alla quale si associa l’approfondimento delle disuguaglianze distributive. Questi fatti, afferma Kapstein, devono costituire la massima fonte di preoccupazione per chi esercita funzione di governo dell’economia globale, non solo per ragioni politiche e morali, ma anche e soprattutto per l’impatto che la disoccupazione e le disuguaglianze possono avere sulla crescita e lo sviluppo dei sistemi economici. Poiché le politiche di ridistribuzione del prodotto sociale promuovono anche la crescita e lo sviluppo “dovrebbe sussistere – afferma Kapstein – un interesse più ampio da parte della società nei confronti dell’adozione di politiche di questo genere”; un interesse che non dovrebbe essere limitato alla valutazione delle politiche economiche ridistributive solo in base ai costi ed ai benefici del settore pubblico a seguito della loro attuazione, ma anche in base al maggior peso che dovrebbe essere riconosciuto alla forza lavoro nei processi decisionali politici relativi alle tendenze di fondo dell’economia. In altre parole, nell’adozione e attuazione di quelle politiche la forza lavoro dovrebbe essere messa nella condizione di poter avere un maggior potere decisionale all’interno delle istituzioni dello Stato di diritto, per poter essere coinvolta nell’assunzione delle decisioni destinate a pesare sulle sue condizioni sociali; ciò per evitare, a parere di Kapstein, che “i concetti di libertà e di democrazia, molto diffusi nella retorica del libero mercato, siano sostanzialmente vuoti per coloro che non si trovino nella condizione di mettere in atto le proprie potenzialità”. Se si intende realmente costruire un’economia di mercato democratica, aperta su un piano di parità nei confronti degli stati di bisogno di tutti, il governo dell’economia, oltre a soddisfare le esigenze di efficienza del sistema economico, deve anche soddisfare le esigenze fondamentali di una vita dignitosa dei componenti il sistema sociale, in condizioni di stabilità e di pace sociale interna ed internazionale.
Per poter perseguire questo obiettivo, le politiche di un responsabile governo dell’economia dovrebbero agire, a parere di Kapstein, a tre diversi livelli dell’organizzazione sociale: a livello delle associazioni che, su base sempre più internazionale, rappresentano gli interessi della forza lavoro; a livello nazionale, in quanto sede delle istituzioni che attuano le maggiori e più importanti politiche sociali; a livello delle istituzioni internazionali, divenute supervisori dell’andamento dell’economia globale. Le politiche adottate dovrebbero essere giudicate sulla base del criterio suggerito da John Rawls, secondo il quale non esiste alcuna ragione per credere che l’efficienza e la giustizia debbano sempre “procedere di pari passo”; in altri termini, le politiche di un responsabile governo dell’economia dovrebbero essere giudicate in funzione di una loro larga legittimazione presso il maggior numero di cittadini, nell’assunto che, oltre a risultare utili ad assicurare l’efficienza del sistema economico, risultino anche appropriate per poter assicurare il supporto dell’efficienza attraverso l’equità distributiva.
In un mondo in cui le economie nazionali risultano sempre più integrate all’interno del mercato globale, l’attività politica, volta a cercare di difendere gli interessi dei lavoratori, dovrebbe tener conto, non solo delle forze contrarie presenti all’interno di ogni sistema economico, ma anche di quelle che operano a livello internazionale. Ciò comporterebbe che le istituzioni internazionali siano considerate per il ruolo che esse potrebbero svolgere nella regolazione dell’evoluzione del mercato del lavoro. Anche le istituzioni internazionali, infatti, al pari di quelle interne a ciascun sistema sociale, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nel cercare di orientare le politiche economiche globali sulla base di considerazioni di efficienza, non meno che di equità.
Se le istituzioni economiche internazionali volessero ricuperare la fiducia dei cittadini del mondo nell’economia globale, dovrebbero considerare il fatto che l’equità è andata sempre più divergendo dalla fine del secondo conflitto mondiale da un’equa soddisfazione degli interessi della forza lavoro. Occorrerebbe, pertanto, che queste istituzioni non limitino la loro azione a rendere sempre più efficienti i mercati internazionali e a vigilare sul rispetto delle convenzioni internazionali riguardanti lo stabile funzionamento dei mercati finanziari, ma si aprano anche alla necessità di sostenere la causa della generale condizione di precarietà in cui versa attualmente tutta la forza lavoro a livello globale.
In conclusione, può darsi che il globalismo, in linea di principio, possa portare nel lungo periodo benefici ai lavoratori di tutto il mondo e che possa anche contribuire ad alleviare le condizioni esistenziali dei più svantaggiati; sta di fatto, però, che sinora l’esperienza evidenzia tendenze opposte. Rimediare a tale stato di cose è oggi un obiettivo prioritario; in caso contrario, l’aspirazione largamente condivisa di un’economia globale e di un mondo prospero e in pace è destinata a rimanere un’autentica illusione, utile solo a rinforzare l’idea che il capitalismo sia giunto al punto in corrispondenza del quale ha cessato di rispondere in pieno alle attese.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento